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Italia, cosa raccontano davvero i dati Istat su lavoro e redditi 

Capire come sta cambiando il lavoro in Italia non è mai semplice. I dati sono velocissimi, mentre la vita delle persone segue – per fortuna – un altro ritmo. 

L’Istat, questa volta, ha messo insieme due settori che spesso vengono letti separatamente: i redditi delle famiglie (dal 2018 al 2022) e la situazione lavorativa degli individui (2018-2023). È un po’ come guardare dentro una casa dalla finestra e poi aprire la porta per vedere chi ci vive davvero. I numeri, così, diventano più sinceri.

Dopo la pandemia, una ripartenza tutt’altro che scontata

Il 2024 conferma un trend che ormai sembra essersi rimesso in moto: il tasso di occupazione dei 15-64enni è arrivato al 62,2%, un piccolo passo avanti che però vale molto. La disoccupazione scende al 6,6%, mentre l’inattività resta quasi ferma.

Guardando al 2023, si intravedeva già una scia positiva: più persone al lavoro, meno in cerca, meno fuori dal mercato. Sembra una normalità riconquistata dopo lo shock del 2020, ma il quadro è più sfaccettato.

Le famiglie con redditi bassi crescono di più

La sorpresa arriva da chi, finora, faticava di più. Tra il 2022 e il 2023, proprio le famiglie nei primi quinti di reddito sono quelle che hanno visto aumentare di più il tasso di occupazione. Parliamo di rialzi anche di 2-3 punti percentuali. Parallelamente, la disoccupazione scende più velocemente proprio tra chi aveva meno margine.

Il Mezzogiorno, spesso citato solo per le difficoltà, mostra invece una crescita simile al Nord-est. E nei redditi più bassi, alcune zone registrano balzi davvero notevoli. Segnali positivi

Giovani, donne e istruzione: i nodi ancora da sciogliere

I giovani tra i 25 e i 34 anni tornano a lavorare di più, toccando il 68,1% di occupazione, con miglioramenti forti soprattutto nelle fasce meno abbienti. Bene anche gli over 55, che crescono più degli altri.

Rimane invece il nodo del divario di genere, che pesa soprattutto nei redditi più bassi: in alcune fasce la distanza tra uomini e donne sfiora ancora i 30 punti percentuali. Anche il livello di istruzione continua a segnare confini netti: chi ha una laurea parte ancora avvantaggiato, e la differenza si vede soprattutto tra ricchi e poveri.

Aumentano i contratti stabili, ma tanti lavori a basso reddito

Una buona notizia: i contratti stabili crescono, mentre quelli a termine scendono un po’. Ma se si guarda alla qualità dei lavori, c’è ancora parecchia strada: più di un quarto degli occupati è in professioni a basso reddito, e tra chi trova lavoro per la prima volta, questa quota sale oltre il 40%.

Ottobre 2025: l’inflazione rallenta, l’aumento dei prezzi frena

A volte basta andare a fare la spesa per accorgersi che qualcosa si muove. Non sempre, purtroppo, al ribasso. Ma a ottobre 2025 l’Istat ci consegna una fotografia che, per una volta, lascia spazio a un po’ di ottimismo: l’inflazione rallenta in modo netto.

L’indice dei prezzi al consumo (NIC), senza tabacchi, scende dello 0,3% rispetto a settembre e si attesta a +1,2% su base annua. Un passo indietro evidente rispetto al +1,6% del mese precedente.

Energia e alimentari: i settori che migliorano l’andamento

La frenata dell’inflazione non è arrivata per caso. Ci sono almeno due comparti che hanno tirato il freno a mano in maniera decisa.
Il primo è quello dell’energia regolamentata, passato dal +13,9% a un quasi incredibile -0,5%. Un ribaltamento che da solo basta a cambiare il ritmo generale. Anche gli alimentari non lavorati, solitamente soggetti a oscillazioni continue, rallentano la loro corsa: dal +4,8% si scivola a +1,9%.

Più morbido anche l’andamento dei servizi legati ai trasporti e degli alimentari lavorati. Qualche settore, invece, continua a spingere verso l’alto: i servizi ricreativi, culturali e quelli legati alla cura della persona mostrano un ulteriore piccolo aumento, dal +3,1% al +3,3%. Nulla di drammatico, ma sufficiente a far notare come alcune voci non vogliano proprio rientrare.

Inflazione di fondo: un lieve, ma importante, rallentamento

La cosiddetta “inflazione di fondo”, quella che prova a misurare il trend reale lasciando fuori energia e alimentari freschi, scende dal +2,0% al +1,9%. Poco, si dirà, ma in un contesto di prezzi ballerini anche un decimo di punto può raccontare molto.

I beni crescono appena (+0,2%), mentre i servizi rimangono inchiodati al +2,6%. Il risultato è che il divario tra beni e servizi si allarga ancora un po’.

Che cosa succede nel carrello della spesa

La flessione mensile dell’indice generale è figlia soprattutto del calo dei prezzi energetici, sia regolamentati che non regolamentati. Scendono anche i servizi ricreativi, quelli culturali e quelli legati alla mobilità. Gli unici ad andare in controtendenza sono i servizi relativi all’abitazione, che salgono leggermente.

A questo punto, l’inflazione acquisita per il 2025 raggiunge l’1,6% per l’indice generale e l’1,9% per la componente di fondo.

Una boccata d’aria

In sostanza, ottobre regala una boccata d’aria: +1,2% di inflazione, un valore che torna ai livelli più tranquilli di fine 2024.
L’Istat spiega come siano gli alimentari non lavorati e, soprattutto, il drastico calo dell’energia regolamentata ad aver cambiato la scena. Anche il famoso “carrello della spesa” rallenta, e non è cosa da poco.

Imprese di stranieri: crescono del +1,7% e arrivano a 678mila

Emerge dal report curato da InfoCamere: a fine giugno 2025 le imprese guidate da stranieri sono 678mila, l’1,7% in più rispetto all’anno precedente.
In dettaglio, nei primi sei mesi dell’anno le iscrizioni di imprese con un titolare straniero sfiorano le 37mila unità (-267 vs 2024), mentre 20.754 (-804) sono le cessazioni, per un saldo positivo che supera le 16mila imprese. 

A trainare l’imprenditoria straniera sono le costruzioni e l’agricoltura (+3,2% e +3,7% su base annua), che rappresentano rispettivamente il 25% e il 3% del totale. Il commercio resta però il settore più rappresentativo (275mila imprese), in lieve recupero del +0,1%, ma cresce anche l’industria manifatturiera (+1,1%), dove operano oltre 50mila imprese straniere.
Il report è parte dello studio semestrale realizzato nell’ambito del progetto Futurae – Programma Imprese Migranti.

Società di capitale +11,4% a quota147mila

Quella straniera è una imprenditoria che in Italia si rafforza anche strutturalmente. Infatti, la crescita è generata soprattutto dalle società di capitale, che nell’ultimo anno sono aumentate dell’11,4%, superando quota 147mila, a fronte di una tenuta delle imprese individuali, che tuttavia rappresentano il 72% del totale.

Gli imprenditori stranieri scelgono soprattutto il Nord Ovest, dove si concentra il 32% delle imprese straniere in Italia. Le regioni nord-occidentali mostrano infatti la crescita più sostenuta su base annua (+3,6%), superiore a quella del Nord Est (+2,8%).
Lieve calo invece nel Mezzogiorno (-0,5%) e stabilità al Centro (+0,3%), che detengono rispettivamente la maggiore e la minore incidenza della componente straniera sul totale delle imprese.

A Prato si concentra il 32,7%

Prato si conferma la provincia con la maggior incidenza di imprese straniere (32,7%), seguita da Trieste (20%) e Imperia (18,2%), che sale al terzo posto al posto di Firenze (18,1%).
All’estremo opposto, è quella di Barletta-Andria-Trani la provincia con la minore incidenza.

Analizzando le sole imprese individuali, le uniche per le quali è possibile stabilire una coincidenza con il Paese di origine del titolare, emerge che Marocco, Romania e Cina sono i principali Paesi di provenienza dell’imprenditoria straniera in Italia (34% del totale), seguiti da Albania, Bangladesh e Pakistan (19%), Egitto, Nigeria e Senegal (11%).

Settori, provenienza e localizzazione

Se i nati in Marocco vantano la massima incidenza nelle province dello Stretto (Catanzaro, Reggio Calabria e Messina) e operano in prevalenza nel commercio (21,6%) i romeni, molto presenti nelle costruzioni (22%), raggiungono la massima incidenza a Viterbo, Torino, Cremona.

I cinesi invece mostrano un’elevata incidenza e concentrazione in Toscana, soprattutto a Prato, con il primato assoluto del 68% e Firenze con il 27%, ma anche nelle Marche (Fermo, con 29%), con una forte concentrazione nel manifatturiero e nei servizi ricreativi e di intrattenimento. 

Cybercrime: agli europei gli attacchi informatici costano 300 miliardi

A rivelarlo è una ricerca del broker assicurativo globale Howden: negli ultimi cinque anni Paesi come Italia, Francia, Germania e Spagna hanno perso circa 300 miliardi di euro a causa degli attacchi informatici.

Secondo il report, il 49% delle aziende intervistate ha subito almeno un attacco tra il 2020 e il 2025. Ma nonostante la crescente frequenza e sofisticazione delle minacce,  oltre il 70% delle imprese in Europa non dispone di una polizza assicurativa contro i rischi cyber.
Si tratta di una percentuale decisamente superiore al 61% del Regno Unito, a dimostrazione di una scarsa consapevolezza o un approccio ancora troppo passivo alla gestione del rischio.
Eppure basterebbe assicurarsi per colmare il divario di protezione che affligge il continente.

Assicurazione: non più solo strumento finanziario, ma resilienza strategica

L’adozione di misure di sicurezza e adeguate coperture assicurative avrebbe potuto prevenire perdite per 204 miliardi di euro, dimostrando che la protezione non solo è necessaria, ma anche economicamente conveniente.

Un’azienda con un fatturato annuo di 500 milioni di euro, ad esempio, potrebbe risparmiare circa 16 milioni di euro in dieci anni grazie a una polizza, ottenendo un ritorno sull’investimento del 19% solo in termini di prevenzione e minor gravità degli attacchi.
L’assicurazione non è più un semplice strumento finanziario, ma una componente strategica della resilienza aziendale.

Pmi particolarmente esposte ai rischi

“In un contesto in cui le minacce informatiche diventano sempre più sofisticate e mirate è fondamentale che le aziende adottino un approccio proattivo alla gestione del rischio – ha commentato Roberto Panzeri, Head of Financial Lines Howden -. Una strategia integrata è perfettamente in linea con le direttive europee come la NIS2 e il DORA.”

Questo approccio diventa ancora più critico per le Pmi. “Spesso meno strutturate rispetto alle grandi imprese, le piccole e medie imprese sono particolarmente esposte agli attacchi informatici – ha spiegato Anthea Vasta, Specialty Manager Howden -. Per loro, una polizza cyber non è solo uno strumento di protezione finanziaria, ma un elemento chiave per garantire continuità operativa e conformità normativa.”

Il mercato assicurativo deve semplificare l’offerta

Il mercato assicurativo cyber in Europa offre significative opportunità di crescita. Il 31% delle aziende con un fatturato superiore a 1 milione di euro prevede di acquistare una polizza nei prossimi cinque anni. Tuttavia, riporta Adnkronos, il mercato deve fare di più per comunicare questo valore e semplificare la sua offerta.

“Il divario nella protezione informatica è una questione sociale che richiede un’attenzione urgente – aggiunge Shay Simkin, Presidente, Global Cyber, Howden -. Attraverso una maggiore copertura assicurativa e una maggiore consapevolezza sull’implementazione, possiamo supportare le aziende nel migliorare la loro resilienza informatica e proteggerle dalla perdita di ricavi”.

Mercato del lavoro, basta mismatch: arriva un’alleanza istituzionale

Nel mercato odierno del lavoro, il cosiddetto mismatch – ovvero il divario tra profili richiesti e disponibili – è una vera e propria criticità. Per fortuna, arriva una buona notizia dalle istituzioni: CNEL e Unioncamere si sono messi insieme per analizzare il disallineamento tra lavoro e competenze.
La nuova intesa tra le due realtà italiane parte con la pubblicazione del primo rapporto congiunto sul mismatch lavorativo in Italia. Il documento mira a fornire strumenti concreti per interpretare l’evoluzione della domanda e dell’offerta di lavoro, offrendo supporto a politiche occupazionali, formative e di sviluppo dei territori.

Il rapporto si divide in due parti: una fotografica le dinamiche occupazionali nel primo semestre 2025, l’altra propone previsioni per i prossimi cinque anni, includendo tutti i comparti economici, dalla manifattura alla pubblica amministrazione.

I trend del 2025: settori tradizionali in crescita, quelli tecnologici col freno tirato

Nel breve termine, le previsioni parlano chiaro: sono le imprese di piccole dimensioni a trainare la crescita dell’occupazione, con il settore dei servizi che copre oltre il 70% dei contratti programmati (2,94 milioni).

Turismo, accoglienza, commercio e ristorazione mostrano segnali di ripresa rispetto al 2024, mentre calano le prospettive nei settori più innovativi, come informatica e consulenza alle imprese. In particolare, l’ICT registra una flessione del 13,4% su base annua.

Quali sono le figure introvabili?

Come dicevamo, uno dei nodi più spinosi nel mondo del lavoro è la difficoltà nel reperire personale: quasi una posizione su due è difficile da coprire. Le imprese segnalano problemi soprattutto nei comparti ad alta intensità tecnica e scientifica, come metalmeccanica, elettronica, informatica e telecomunicazioni.

Anche se la richiesta di operai specializzati c’è ed è in crescita, aumenta la domanda per mansioni nei servizi a bassa e media qualifica.

Oltre 3 milioni di nuovi ingressi nei prossimi cinque anni

Guardando al medio termine, il fabbisogno occupazionale stimato si attesta tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori. Il 74% delle richieste interesserà ancora il settore terziario, con particolare enfasi sui servizi alla persona, che potrebbero generare fino a 826mila posti.

Restano invece marginali i numeri dei comparti ad alta intensità di conoscenza, come l’ICT, che riguardano solo il 3% della domanda complessiva.

Necessari formazione e orientamento

Secondo CNEL e Unioncamere, almeno il 37% delle nuove assunzioni richiederà un titolo universitario, specialmente in ambito STEM. Grande rilievo avranno anche i diplomati tecnici e professionali, che copriranno circa la metà delle posizioni.
“Occorre una svolta nelle politiche educative e formative – ha dichiarato Renato Brunetta, presidente del CNEL – per rispondere alla trasformazione del lavoro e rafforzare le competenze scientifiche e tecnologiche”.

Per Andrea Prete, presidente di Unioncamere, “orientare la formazione e valorizzare l’istruzione tecnica è essenziale per contrastare il mismatch e sostenere l’occupazione”. Anche la consigliera Marcella Mallen evidenzia l’urgenza di interventi strategici e investimenti nei talenti per affrontare il divario tra competenze richieste e disponibili.

Imprese e lavoro: una su tre assumerà personale extra UE entro il 2026

A spingere gli imprenditori a rivolgersi all’estero per soddisfare il fabbisogno occupazionale è principalmente la mancanza di lavoratori italiani. Una motivazione segnalata dal 73,5% delle imprese.

Anche per questo, il 68,7% delle aziende è disposto a investire entro il 2026 in formazione del personale straniero, a fronte del 54,5% di quelle che non assumono lavoratori extra-UE.
In pratica, un’impresa su tre ha in programma di assumere lavoratori stranieri extra Ue entro il 2026 o lo ha già fatto tra il 2021 e il 2023. Emerge dall’indagine di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne.

Più alta la richiesta nel Nord Est 

Il 47,1% delle imprese prevede di assumere operai specializzati, il 32,6% assumerà o ha assunto operai generici, il 13,3% lavoratori del terziario, l’11,1% artigiani, il 9,3% tecnici specializzati, il 4,9% professionisti altamente qualificati e appena l’1,1% manager. 

E sono soprattutto le imprese del Nord Est a ricorrere a lavoratori stranieri per fare fronte ai piani di assunzione. 
Il 36,5% delle imprese del Triveneto assumerà personale extra UE entro il 2026 o lo ha già fatto tra il 2021-23, a fronte del 31,8% del totale del sistema imprenditoriale italiano.

Il 3% delle imprese assume stranieri per pagare meno

A trainare sono soprattutto le imprese del Trentino-Alto Adige/Südtirol (39,1%), seguite da quelle del Veneto (37,6%) e del Friuli-Venezia (36,8%).
Meno dinamica è la domanda proveniente dal Mezzogiorno. Solo il 28,6% delle imprese meridionali ha in programma o ha programmato di assumere lavoratori non europei. 

In generale, è la difficoltà di trovare lavoratori italiani a motivare le imprese a cercare personale straniero fuori dall’Unione europea. A seguire, anche se in misura sensibilmente minore, tra le altre motivazioni indicate rientrano la mancanza di giovani derivante dal calo demografico (12,6%), migliori competenze tecniche da parte dei lavoratori stranieri (9,4%) e marginalmente il minore costo del lavoro (3,0%).  

Hi-tech e manifatturiero i settori più propensi

Più imprese manifatturiere, più tecnologiche, più grandi: è questo l’identikit delle realtà imprenditoriali che mostrano una maggiore propensione ad assumere lavoratori extra europei.

Il 37,2% delle imprese industriali ha pianificato di farlo entro il 2026 o lo ha fatto tra il 2021 e il 2023, a fronte del 27,4% di quelle dei servizi. E se nel manifatturiero il 40,2% delle imprese che ricorre al mercato del lavoro al di fuori dell’UE appartiene ai settori ad alta tecnologia, nei servizi il 36,2% opera nei settori a bassa intensità tecnologica.
Nel complesso la metà delle aziende che assumono stranieri non europei, impiega tra 50 e 499 addetti, a fronte del 27,3% di quelle piccole. 

Pubblicità video in Italia: un business sempre più digitale

Nel 2025 la pubblicità video continua a rappresentare una quota significativa del mercato pubblicitario italiano, raggiungendo il 57% del totale raccolto.

Però la frammentazione nella gestione e la mancanza di metriche standardizzate stanno rallentando lo sviluppo di strategie pubblicitarie video davvero integrate, secondo l’ultimo studio dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

L’evoluzione del mercato video: dal tradizionale al digitale

La televisione si è trasformata profondamente negli ultimi anni, passando da un sistema lineare a un ecosistema digitale interconnesso. La recente indagine dell’Osservatorio Internet Media mostra come la raccolta pubblicitaria video abbia superato i 6,6 miliardi di euro, con un incremento dell’1% rispetto al 2024.

È importante però distinguere tra pubblicità video inserita in veri contenuti video e formati che si avvalgono di spazi pubblicitari non necessariamente video, come il video outstream. Se si considera solo la pubblicità all’interno di contenuti video, il mercato si attesta al 43% degli investimenti pubblicitari, circa 5 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Di questi, il 78% proviene dalla TV tradizionale e dall’HbbTV, mentre il 21,5% è generato da piattaforme video online come AVOD e FAST Channel.

Smart TV e TV 2.0

Il settore televisivo mantiene un peso rilevante nella raccolta pubblicitaria, tanto che rappresenta il 39% del totale investimenti, pari a 4,6 miliardi di euro (+5%). In questo ambito, la cosiddetta “TV 2.0”, che comprende pubblicità su smart TV connesse (Addressable TV, app e spazi pubblicitari nei menu), contribuisce con il 15% del totale, segnando una crescita del 22% rispetto al 2024.

I problemi di governance 

Nonostante la crescita, la ricerca mette in luce alcune criticità. La mancanza di una governance chiara e strutturata ostacola la realizzazione di piani video integrati. I brand lamentano confusione nei ruoli e interlocutori non ben definiti tra i vari attori della filiera, generando una gestione frammentata. Le differenze tra culture media online e offline creano inoltre compartimenti stagni difficili da superare. In molti casi, i budget destinati alla TV lineare vengono riallocati senza una strategia unitaria.

L’adozione del programmatic advertising è frenata dalla limitata disponibilità di inventory pubblicitaria, dalla frammentazione tecnologica e dai costi percepiti elevati.

Il futuro della TV 2.0

La valutazione delle campagne video resta un tema complesso: la varietà delle fonti dati e l’assenza di metriche comuni impediscono una lettura unitaria dell’audience. Sebbene strumenti come il Marketing Mix Model siano sempre più utilizzati per analisi a breve termine, l’effetto a medio-lungo termine della TV 2.0 rimane poco approfondito.

Nicola Spiller, direttore dell’Osservatorio, sottolinea come, nonostante molte imprese affermino di adottare strategie video integrate, nella pratica prevalgano ancora approcci tradizionali che separano la pianificazione tra TV tradizionale e video digitale.

Digitalizzazione: solo una PMI su due investe davvero 

La piena maturità resta un obiettivo lontano. Infatti, la trasformazione digitale delle piccole e medie imprese italiane procede, ma a rilento.

Anche se il 54% delle PMI dichiari di investire attivamente in tecnologie digitali, la maggior parte di questi sforzi resta confinata ad aree specifiche e non produce un reale cambio di passo organizzativo.

Tecnologia sì, ma senza strategia integrata

Secondo i dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, molti imprenditori si sono dotati di strumenti digitali, ma spesso questi non sono interconnessi e vengono utilizzati prevalentemente in ambito amministrativo.

Un’impresa su tre, ad esempio, non ha ancora un responsabile IT, interno o esterno. Manca, insomma, una visione strategica in grado di far evolvere l’azienda nel suo complesso.

Gli ostacoli allo sviluppo: competenze, connessione e cultura

I principali freni alla digitalizzazione non sono più economici, ma culturali e infrastrutturali. Il 59% delle PMI segnala una carenza di competenze digitali, mentre il 44% parla di un atteggiamento culturale poco aperto al cambiamento.

Inoltre, quasi la metà delle imprese soffre per una connettività inadeguata, in particolare nelle aree meno industrializzate dove l’accesso alla fibra ottica resta scarso.

Formazione e fondi pubblici: i due problemi principali

Le attività formative stentano a decollare. Il 38% delle imprese non considera prioritario lo sviluppo delle competenze digitali e quando si fa formazione, è spesso rivolta ai soli livelli operativi.

A questo si aggiunge una scarsa propensione a utilizzare fondi pubblici: meno di un’impresa su tre ne ha usufruito nell’ultimo anno, ostacolata da burocrazia e difficoltà informative.

Diffidenza verso collaborazioni con startup, università e centri di ricerca

L’adozione di strumenti come intelligenza artificiale, blockchain o analisi dei dati è ancora marginale. Le PMI si affidano soprattutto a fornitori tradizionali e mostrano ancora diffidenza verso collaborazioni con startup, università e centri di ricerca.

Serve un’ecosistema pubblico-privato che funzioni

Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio, sottolinea l’importanza di un ecosistema pubblico-privato coeso: “Serve un cambio culturale profondo, sostenuto da politiche mirate e partnership strategiche. Solo così le PMI potranno colmare il divario digitale e affrontare le sfide future con maggiore competitività”.

Sanità pubblica: crescono (poco) i fondi, ma resta il gap con il PIL

La spesa sanitaria italiana mostra qualche segnale di lieve miglioramento, ma senza reali cambiamenti. È quanto emerge dal Documento di Finanza Pubblica (DFP) approvato dal Governo il 9 aprile, analizzato dalla Fondazione GIMBE.

“La quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità resta insufficiente”, commenta Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione, sottolineando come il cronico sottofinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non accenni a migliorare.

Analisi indipendente sui numeri del DFP

Per evitare interpretazioni di parte, la Fondazione GIMBE ha condotto una verifica autonoma dei dati, confrontando le previsioni del DFP 2025 con quelle del Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine (PSBMT) 2025-2029.
Le analisi si riferiscono ai consuntivi 2024, alle previsioni 2025 e alle stime per il triennio successivo.

PIL in frenata e incertezze all’orizzonte

Secondo il DFP, la crescita del PIL reale nel 2024 si attesta allo 0,7%, inferiore di 0,3 punti rispetto alle previsioni iniziali.

Per il 2025 la crescita stimata si riduce drasticamente allo 0,6%, mentre per il 2026 e il 2027 il tasso sale allo 0,8%, pur restando sotto le aspettative precedenti.
“Le nuove stime evidenziano una revisione al ribasso”, avverte Cartabellotta, “in un contesto internazionale caratterizzato da grandi incertezze economiche”.

Spesa sanitaria: un aumento solo apparente

Nel 2024, la spesa sanitaria è salita a 138,3 miliardi di euro (+4,9% rispetto all’anno precedente), raggiungendo il 6,3% del PIL.
Più della metà dell’incremento, però, deriva da maggiori costi per il personale, dovuti principalmente ai rinnovi contrattuali.

Nel 2025, la spesa prevista toccherà i 143,4 miliardi (+3,6%), mantenendo il rapporto spesa/PIL al 6,4%. Una tendenza che resterà stabile anche nel triennio successivo, con lievi incrementi assoluti ma nessun aumento proporzionale rispetto al PIL.

Riforme in vista, ma senza risorse adeguate

Il DFP 2025 prevede 32 provvedimenti collegati alla prossima Legge di Bilancio, di cui due specifici per la sanità: il potenziamento dell’assistenza territoriale e il riordino delle professioni sanitarie.
“Sono iniziative importanti”, osserva Cartabellotta, “ma difficili da realizzare senza nuove risorse, in un contesto segnato da carenze di personale e da condizioni di lavoro sempre più critiche”.

La Sanità pubblica non è una “priorità per il Paese”

Secondo GIMBE, nonostante il lieve aumento di fondi, la sanità pubblica italiana rimane ampiamente sottofinanziata.
“Il DFP scongiura nuovi tagli, ma conferma che la sanità non è ancora una priorità per il Paese”, conclude Cartabellotta.

Ristorazione Collettiva: in Italia supera i 4,4 miliardi di euro

Nel 2023, pur avendo recuperato i valori di fatturato pre-pandemia e mantenendo invariato il livello occupazionale, il settore della ristorazione collettiva vede i propri margini d’impresa drasticamente ridotti dai costi crescenti di materie prime alimentari ed energia.

Attraverso il lavoro di 100.000 addetti, di cui l’80% donne, le 1000 aziende della filiera garantiscono ogni anno 780 milioni di pasti destinati a milioni di studenti di tutte le età, pazienti, lavoratori e persone in difficoltà, svolgendo un ruolo cruciale per la salute pubblica e l’inclusione sociale.
Emerge da ‘Sfide e Opportunità per la Ristorazione collettiva in Italia’, la ricerca commissionata da Oricon e realizzata da Nomisma.

L’EBITDA margin scende al 3%

A fronte di un fatturato di circa 4,5 miliardi di euro (2023) la ricerca mostra una diminuzione dei margini di impresa con un risultato operativo del -69% rispetto al 2018 e una riduzione dell’EBITDA margin dal 6% (2018) al 3% (2023).
Le cause riguardano l’impatto di alcuni fattori quali l’aumento dei costi di produzione dovuto ai trend macroeconomici, il cambiamento demografico e le nuove abitudini alimentari degli italiani.

Le crescenti richieste cui il settore deve rispondere, anche in termini di sostenibilità ambientale e sociale, se non supportate da un impianto normativo nazionale, regionale e locale si traducono in una continua erosione dei margini d’impresa, soprattutto nei segmenti in cui la quota di appalti pubblici è più elevata.

Le cause di un settore in difficoltà

Tra le principali cause delle difficoltà del settore, rientra anche la necessità di conciliare la qualità del servizio con l’efficienza economica, soprattutto nel soddisfare i criteri definiti dagli appalti pubblici, dove i budget sono limitati e i prezzi fissi rispetto alla significativa volatilità e all’incremento dei costi.

Se confrontati con quelli della ristorazione commerciale i risultati operativi delle aziende di ristorazione collettiva denotano un aumento dei costi per le materie prime e del personale, che non si è tradotto in un paragonabile aumento dei ricavi a causa della rigidità dei prezzi.

I costi del cambiamento sono a carico delle imprese

Al contempo, il quadro normativo all’interno del quale si muovono le aziende della ristorazione collettiva impone quantità e qualità delle materie prime da utilizzare, ma non contempla l’adeguamento dei prezzi a carico delle PA in caso di significativi aumenti dei costi.

“Evitare che le imprese siano gli unici attori del sistema della ristorazione collettiva a sostenere i costi del cambiamento è un’azione necessaria per far sì che il settore possa continuare a erogare i propri servizi e garantire continuità occupazionale e qualità – commenta Sara Teghini, Senior Advisor Nomisma -. La rigidità delle regolamentazioni in ampi segmenti del mercato della ristorazione collettiva ha impedito la messa in campo di strategie di adeguamento dell’offerta, che hanno avuto ripercussioni non solo sui margini operativi delle imprese, ma anche sul raggiungimento effettivo del servizio in termini sociali, di sostenibilità e soddisfazione del welfare degli utenti finali”.