Archivi autore: Gianluca Pirovano

Cambiamento climatico, cosa ne pensano gli italiani?

La preoccupazione è alta, non solo per l’immediato ma anche per gli anni a venire. E’ la fotografia del sentiment degli italiani – e non solo – rispetto al cambiamento climatico. Un fenomeno in atto che sta già avendo effetti visibili a tutti. Per esplorare quale sia il pensiero dei nostri connazionali e dei cittadini di altri 34 paesi del mondo, Ipsos ha condotto una ricerca internazionale in collaborazione con il World Economic Forum che potesse illustrare preoccupazioni e speranze in merito al climate change.

Oltre la metà degli intervistati è già pessimista

Oltre la metà degli intervistati (56%) ritiene che i gravi effetti del cambiamento climatico siano già visibili nella propria zona. Inoltre, a causa del cambiamento climatico, più di sette rispondenti su dieci (71%) si aspettano gravi conseguenze nella propria aerea nei prossimi 10 anni e un terzo (35%) prevede lo sfollamento nei prossimi 25 anni. I cittadini italiani mostrano una preoccupazione molto più elevata, rispetto alla media internazionale, in merito alla gravità degli effetti del cambiamento climatico sia nel presente, sia guardando al futuro. Quali sono le principali opinioni? La percentuale di intervistati che descrive l’effetto che il cambiamento climatico ha avuto finora nell’area in cui vivono con livelli molto o abbastanza gravi varia dal 25% in Svezia al 75% in Messico, con una media del 56% in tutti i 34 Paesi. A livello internazionale, la maggioranza in 22 dei 34 Paesi esaminati riferisce che la loro area è già stata gravemente colpita dal cambiamento climatico, inclusi 9 Paesi in cui si superano i due terzi: Messico, Ungheria, Turchia, Colombia, Spagna, Italia, India, Cile e Francia. Nello specifico, in Italia sono sette cittadini su dieci a ritenere che il cambiamento climatico ha già avuto effetti gravi nel luogo in cui vivono.

Cosa accadrà nel prossimo decennio?

La preoccupazione di essere gravemente colpiti dai cambiamenti climatici nel prossimo decennio è espressa dalla maggioranza degli intervistati in ogni Paese esaminato: dal 52% in Malesia a oltre l’80% in Portogallo, Messico, Ungheria, Turchia, Cile, Corea del Sud, Spagna e Italia.
Il timore per le conseguenze negative future del cambiamento climatico è maggiore di 15 punti rispetto a quanti affermano che gli effetti gravi siano giù visibili. Infatti, in media a livello internazionale, il 71% si aspetta che il cambiamento climatico avrà un impatto molto o abbastanza grave nella propria area nei prossimi 10 anni. La percentuale aumenta notevolmente in Italia, dove l’81% dei cittadini prevede che la propria area sarà gravemente colpita dai cambiamenti climatici nel prossimo decennio. 

Quando è bene andare da un massoterapista?

Un massoterapista è un professionista che ha la capacità di mettere in pratica un processo lenitivo per quel che riguarda il dolore localizzato, semplicemente adoperando la pressione delle mani sul corpo del paziente.

 Alla stessa maniera egli è in grado di lavorare sulle contratture o indurimenti muscolari velocizzando il processo di recupero.

Come è noto dunque, la massoterapia è una soluzione alla quale possono ricorrere tutti e per la quale non ci sono delle controindicazioni, nemmeno per quel che riguarda i soggetti cosiddetti “fragili”.

Cosa è la massoterapia?

La massoterapia è una particolare tecnica fisioterapica per la quale il professionista che la adopera va concentrarsi sulla parte del corpo che presenta dolore localizzato o contratture.

Per mezzo delle manipolazioni messa in pratica dallo specialista è possibile ridurre in maniera concreta il livello di dolore percepito e velocizzare i tempi di recupero, così che il paziente possa tornare il prima possibile alle sue normali attività quotidiane.

In quali casi è indicato il massaggio massoterapico?

Il massaggio massoterapico è consigliabile in quei casi in cui vi siano delle situazioni di insofferenza muscolare legate a fattori quali contratture, tensione e postura errata.

Più In generale possiamo dunque dire che grazie alla massoterapia è possibile intervenire su tutti quei problemi che riguardano l’apparato muscolo- scheletrico.

Si tratta di una tecnica che non ha particolari controindicazioni e per questo è consigliabile anche alle persone anziane o ai più giovani, con dei benefici che possono essere percepiti nell’immediato e che hanno persistenza anche a lungo termine.

Quali benefici bisogna attendersi dalla massoterapia?

Grazie ai massaggi di un bravo massoterapista è possibile aspettarsi sin dalle prime sedute una progressiva diminuzione del dolore localizzato fino ad arrivare ad una piena riabilitazione del paziente.

Lo stato infiammatorio o di dolore tenderà infatti a scomparire man mano che ci si sottoporrà alle varie sedute, così come un eventuale stato di tensione che culminerà nel pieno recupero e dunque nel ritorno alla normale funzionalità della zona interessata.

Inoltre, questo tipo di manipolazione può anche avere degli effetti benefici per quel che riguarda la circolazione del sangue.

È possibile fare terapia e massoterapia allo stesso tempo?

Se il paziente si sottopone già a sedute di fisioterapia, può tranquillamente effettuare anche delle sedute di massoterapia.

Le due cose non vanno infatti in contrasto tra loro e possono per questo essere associate, dato che entrambe concorrono a consentire il recupero della mobilità degli arti e la risoluzione dei problemi che interessano la muscolatura.

Dunque non c’è alcun problema ad associare fisioterapia e massoterapia, anzi probabilmente questo tipo di effetto combinato comporterà ad una riduzione dei tempi di guarigione.

Cosa fare dopo una seduta di massoterapia?

Abbiamo già sottolineato il fatto che non vi siano particolari controindicazioni nel sottoporsi ad una seduta di massoterapia.

Ad ogni modo bisogna considerare che può anche capitare il caso in cui a seguito della prima seduta di massoterapia il dolore vada a riacutizzarsi. Questo in realtà è soltanto uno stadio temporaneo che dipende anche dalle caratteristiche genetiche del paziente.

Ad ogni modo i progressi sono tangibili ed è possibile accorgersene già nell’immediato. Rimane sempre valido il consiglio di bere molta acqua, dato che questo consente di eliminare tutte quelle tossine di cui il corpo non ha bisogno.

Chi è un massoterapista?

Un massoterapista è un professionista in possesso di un abilitazione specifica in massoterapia. Egli ha della profondità e conoscenze di anatomia umana, nonché fisiologia e biologia.

I professionisti più accreditati frequentano spesso dei corsi di massoterapia per tenersi aggiornati ed essere in grado di offrire ai propri pazienti tecniche e terapie all’avanguardia ed efficaci soprattutto per quel che riguarda il dolore localizzato.

Come smascherare potenziali frodi online?

Visa ha compilato il Fraudolese, il vocabolario delle frodi che svela le strategie comunicative dei truffatori da cui tenersi in guardia per navigare e fare acquisti online in tutta sicurezza. E ha stilato dieci suggerimenti per smascherare potenziali frodi. Il primo è controllare l’ortografia dei messaggi. Le incongruenze nel linguaggio, infatti, come gli errori di grammatica, la disposizione delle parole o le differenze tra il nome del mittente e il link all’url fornito, potrebbero indicare che si tratta di una frode. Se si riceve un messaggio inaspettato da un’azienda o da un individuo, è sempre bene fare attenzione a questi errori.

Diffidare delle richieste urgenti

Diffidare poi delle richieste urgenti. Un linguaggio che incoraggia a intraprendere un’azione urgente spesso è una tattica utilizzata nelle comunicazioni fraudolente. Diffidare quindi di espressioni come ‘clicca (…) qui sotto’, o ‘entro 48 ore’, e non cliccare sui link per evitare di compromettere i dati personali. Attenzione anche alle richieste sospette: i truffatori spesso usano come esca un problema, come chiedere di riorganizzare una consegna, o fanno un’offerta allettante, come la vincita di un premio. Qualora non si abbia evidenza del problema che viene chiesto di risolvere o dell’offerta proposta, è probabile si tratti di frode. Inoltre, verificare che il mittente sia effettivamente chi dice di essere: i truffatori spesso si impegnano per convincere della loro credibilità. Può essere difficile distinguerle, quindi se non si è sicuri, meglio verificare.

Verificare il messaggio con una persona di fiducia

Può sembrare ovvio, ma se non si è sicuri della legittimità di un messaggio, può essere utile verificare il messaggio con una persona di fiducia, che potrebbe avere ricevuto un messaggio simile. Condividere la propria esperienza potrebbe inoltre evitare che altri ne siano vittima. Ma è importante controllare che i siti scelti per gli acquisti online siano sicuri. Trovare il sito web giusto significa quindi verificare che nella barra degli indirizzi sia presente l’icona del ‘lucchetto’ e che l’indirizzo inizi con HTTPS: la ‘S’ offre maggiori garanzie di sicurezza. Controllare poi il sito web e le recensioni del venditore, informandosi anche sui social media o l’azienda presso cui si sta per acquistare, e dare un’occhiata alle recensioni.

Usare i token e i servizi one-click

E attenzione alle truffe di phishing tramite e-mail o telefonate non richieste e sospette. Potrebbero tentare di rubare informazioni personali come numero di conto, nome utente e password. In caso di dubbio, non cliccare sui link o scaricare file. sQuando si aggiunge la carta al proprio smartphone, o la si collega all’app di alcuni esercenti, i dati vengono spesso sostituiti da un ‘token’ digitale: ciò significa che i dati della carta non vengono memorizzati. Usare perciò sempre i token e i servizi one-click per pagare in modo facile e sicuro. Utilizzare poi un modo sicuro, rapido e semplice per identificarsi. Qualora sia possibile, è bene impostare metodi come le impronte digitali o il riconoscimento facciale sugli smartphone e all’interno delle app bancarie.

Le donne e i giovani sono sempre più propensi a donare

Sono le donne e le generazioni più giovani a donare di più: l’84% di loro dichiara infatti di aver fatto almeno una donazione nel corso del 2021. Secondo i risultati dell’ottava edizione dello studio Donare 3.0, sviluppato da BVA Doxa per conto di PayPal e Rete del Dono, si evidenzia in particolare il trend positivo di Millennials e Gen Z, che nel 2021 confermano il balzo in avanti avvenuto nel 2020, che li aveva visti crescere dal 79% all’84%. Non solo, cresce anche la percentuale di Millennials (61%) che dona a più associazioni, mentre i più adulti prediligono donare a una sola associazione. Il futuro per le donazioni appare quindi positivo: il 25% dei Millennials ha affermato di voler donare di più in futuro, seguiti da quanto afferma il 18% della Generazione X.

La salute prima di tutto

‘Salute e ricerca scientifica’ (54%) conferma il primato come l’area più scelta dai donatori, mentre cresce l’area ‘emergenza e protezione civile’ (35%), seguita da ‘tutela dell’ambiente e degli animali’ (28%) e ‘assistenza sociale’ (24%). Cresce inoltre la sensibilità verso la ‘tutela dei diritti e della pace’ (15%). Quanto a tipologie di donazione, crowdfunding (72%), donazioni ad associazioni (64%) e regali solidali (21%) proseguono il trend positivo iniziato nel 2020. Prosegue poi la crescita costante della donazione online (35%), mentre il contante, che rifletteva un calo durante il 2020, recupera qualche punto (37%). Osservando esclusivamente le donazioni verso le associazioni (escludendo il regalo solidale), quelle effettuate online (35%) superano quelle in denaro contante (27%). Inoltre, donare nel momento di un acquisto è una pratica che sta destando interesse: per il 37% ‘fare del bene mentre si fanno acquisti è un’ottima idea’, scelta gradita soprattutto alle donne e giovani under 24.

L’impatto del covid e il conflitto in Ucraina

Nel 2021 un donatore su tre ha cambiato associazione di riferimento per le proprie donazioni. Al 37% degli intervistati è capitato di non donare a un’associazione non-profit, cui erano soliti donare, a causa della pandemia. Ma le drammatiche vicende relative al conflitto in corso in Ucraina hanno suscitato la reazione positiva degli italiani. Il 60% del campione intervistato ha affermato di aver effettuato una donazione a favore della popolazione ucraina. Soprattutto vestiti e denaro (30%), seguiti da cibo (24%), medicinali (18%) e giocattoli (13%).

“Il digitale sta giocando un ruolo chiave”

“Il mondo delle donazioni, a causa della Pandemia COVID 19, ha dovuto rivoluzionare il proprio modo di relazionarsi con i propri donatori e sostenitori – spiega Antonio Filoni, partner e Head of Digital di BVA DOXA -. Siamo ancora in una fase di passaggio dove il digitale sta giocando un ruolo chiave: non è solo infatti la modalità di pagamento che si digitalizza, ma diventa virtuale il contatto, il dialogo e la relazione, più che mai importante e centrale per creare legame che il donatore cerca nell’esprimere con un gesto il proprio desiderio di fare del bene”.

Commissione Europea, l’Italia sale di due posizioni nell’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società 2022

Passi avanti per l’Italia digitale, a quanto evidenzia l’ultimo Indice di digitalizzazione dell’economia e della società 2022 (DESI) appena pubblicato dalla Commissione Europea. Il nostro Paese ora si colloca al 18esimo posto fra i 27 Stati membri, dal 20esimo dell’edizione precedente. Due anni fa era 25esima. Nonostante i progressi, anche sulla connettività, “la trasformazione digitale” in Italia “sconta ancora varie carenze cui è necessario porre rimedio”, evidenzia Bruxelles, indicando che “oltre la metà dei cittadini italiani non dispone di competenze digitali di base” e “la percentuale degli specialisti digitali nella forza lavoro è inferiore alla media dell’Ue”. Nella sua analisi, la Commissione europea sottolinea che “l’Italia sta guadagnando terreno e, se si considerano i progressi del suo punteggio Desi negli ultimi cinque anni, sta avanzando a ritmi molto sostenuti”. Puntando anche sul buon uso dei fondi del Pnrr, riferisce Ansa, il nostro Paese “potrebbe migliorare ulteriormente le proprie prestazioni”, un’evoluzione “cruciale” per “consentire all’intera Ue di conseguire gli obiettivi del decennio digitale per il 2030”. Per avanzare, osserva tuttavia l’esecutivo comunitario, “è assolutamente necessario un deciso cambio di passo nella preparazione dell’Italia in materia di competenze digitali” e specialisti Tic. In fatto di connettività, “si sono registrati progressi nella diffusione della banda larga e nella realizzazione della rete”, ma “rimangono alcune carenze nella copertura delle reti ad altissima capacità (compresa la fibra), che è ancora molto indietro rispetto alla media Ue, nonché rispetto all’obiettivo del decennio digitale di una copertura universale entro il 2030”. 

Gli obiettivi per l’Europa

Durante la pandemia di Covid-19, gli Stati membri hanno compiuto progressi nei loro sforzi di digitalizzazione ma stentano ancora a colmare le lacune in termini di competenze digitali, digitalizzazione delle PMI e diffusione di reti 5G avanzate. Il dispositivo per la ripresa e la resilienza, con circa 127 miliardi di euro destinati a riforme e investimenti nel settore digitale, offre un’opportunità senza precedenti, che l’UE e gli Stati membri non possono lasciarsi sfuggire, per accelerare la trasformazione digitale. I risultati mostrano che, sebbene la maggior parte degli Stati membri stia avanzando nella trasformazione digitale, le imprese stentano tuttora ad adottare tecnologie digitali fondamentali, come l’intelligenza artificiale (IA) e i big data. Occorre intensificare gli sforzi per garantire la piena diffusione dell’infrastruttura di connettività (in particolare il 5G) necessaria per servizi e applicazioni altamente innovativi. Le competenze digitali sono un altro settore importante in cui gli Stati membri devono compiere progressi più ampi.

I paesi più digitalizzati 

Il DESI rivela che Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia restano all’avanguardia dell’UE. Ma anche questi paesi presentano lacune in settori chiave: la diffusione di tecnologie digitali avanzate quali l’IA e i big data, che rimane al di sotto del 30% e molto lontana dall’obiettivo del decennio digitale del 75% per il 2030; la diffusa carenza di personale qualificato, che rallenta il progresso generale e porta all’esclusione digitale. Sussiste una tendenza generale positiva alla convergenza: il livello di digitalizzazione dell’UE continua a migliorare e gli Stati membri partiti dai livelli più bassi crescono a un ritmo più rapido recuperando terreno a poco a poco. E la rimonta dell’Italia ne è una dimostrazione.

Università italiane: le classifiche del Censis 2022/2023

Ogni anno il Censis elabora la Classifica delle Università italiane: si tratta di un’analisi del sistema universitario basata sulla valutazione degli atenei relativamente a strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, livello di internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, e occupabilità. Per supportare l’orientamento di migliaia di studenti pronti a intraprendere la carriera universitaria, l’edizione 2002/2023 del ranking quest’anno comprende 69 graduatorie a partire da 924 variabili considerate, che possono appunto aiutare i giovani e le famiglie a individuare con consapevolezza il percorso di formazione post-diploma.

Bologna ancora in testa ai mega atenei

La prima posizione tra i mega atenei statali (oltre 40.000 iscritti) è occupata anche quest’anno dall’Università di Bologna, con un punteggio complessivo di 89,8, seguita dall’Università di Padova e La Sapienza di Roma (rispettivamente 88,0 e 86,5 punti), dall’Università di Pisa (85,2), l’Università di Firenze (84,3), l’Università Statale di Milano (82,7), l’Università di Palermo, ex aequo con l’Università di Torino (80,8), l’Università di Bari (80,2) e la Federico II di Napoli (72,3). La posizione di vertice tra i grandi atenei statali (da 20.000 a 40.000 iscritti) è occupata dall’Università di Pavia (91,0 punti), seguita dall’Università di Perugia, (90,8), della Calabria e di Venezia Ca’ Foscari (90,3 e 88,7), l’Università di Milano Bicocca e l’Università di Cagliari (88,5 e 87,8). Chiudono la classifica l’Università di Roma Tre (78,8), l’Università di Catania (78,3) e di Messina (75,8).

Siena supera Trento nei medi atenei statali

Apre la classifica dei medi atenei statali (da 10.000 a 20.000 iscritti) l’Università di Siena (96,7), che guadagna la prima posizione detenuta lo scorso anno dall’Università di Trento (94,8), scesa in terza posizione a causa della perdita di 10 punti nell’indicatore relativo all’occupabilità, e preceduta dall’Università di Sassari (96,0), che guadagna una posizione grazie all’incremento di 15 punti nell’indicatore relativo a borse di studio e altri servizi in favore degli studenti. Stabile in quarta posizione l’Università di Trieste (94,5), che precede l’Università di Udine (94,0), l’Università Politecnica delle Marche (91,2), l’Università di Brescia (88,5), l’Università del Salento (87,0), l’Università di Urbino Carlo Bo (84,8), l’Università dell’Insubria (83,3). Chiude il ranking l’Università di Napoli Parthenope (77,3).

Il top dei piccoli atenei statali, non statali e i politecnici

Nella classifica dei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti) l’Università di Camerino occupa la prima posizione (99,5), seguita dall’Università di Macerata (87,2), e l’Università Mediterranea di Reggio Calabria (86,5). La classifica dei politecnici è guidata anche quest’anno dal Politecnico di Milano (97,0), seguito dal Politecnico di Torino (91,5), ora in seconda posizione, occupata lo scorso anno dallo Iuav di Venezia (90,5). Chiude la classifica il Politenico di Bari (87,7). Tra i grandi atenei non statali (oltre 10.000 iscritti) in prima posizione anche quest’anno l’Università Bocconi (92,6 punti) e in seconda l’Università Cattolica (76,2), tra i medi (da 5.000 a 10.000 iscritti) si colloca in testa la Luiss (93,2), seguita dallo Iulm (80,2), mentre tra i piccoli (fino a 5.000 iscritti) è prima la Libera Università di Bolzano (94,6), seguita dall’Università di Roma Europea (86,8).

Tecnologie digitali: i professionisti italiani investono 1,76 miliardi di euro

Lo confermano i risultati della ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano: nel corso del 2021 avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro hanno investito complessivamente 1,76 miliardi di euro in tecnologie digitali, il +3,8% rispetto al 2020. Un dato positivo, nonostante per la prima volta in dieci anni l’incremento percentuale sia inferiore a quello evidenziato dalle aziende (+4,1%). Inoltre, solo i grandi studi, prevalentemente del settore legale, hanno elaborato una strategia in grado di innovare il business attraverso le tecnologie più evolute, mentre la maggior parte degli studi professionali presenta modelli di business statici, che hanno indirizzato gli investimenti in digitale verso le esigenze contingenti, come l’adozione dello smart working.

La spesa aumenta con la dimensione degli studi professionali 

Una forte differenza si evidenzia infatti considerando le dimensioni degli studi professionali. Tra le micro realtà, l’11% non ha investito nulla in ICT e solo l’1% ha destinato più di 10mila euro, mentre tra gli studi piccoli, medi e grandi solo il 3% non ha investito in tecnologia e il 22% investe più di 10mila euro. Tra i diversi settori, gli studi multi professionali sono quelli che spendono di più per il digitale (in media 25.050 euro), in linea con il 2020. Gli avvocati hanno visto un aumento degli investimenti del +2,9% (8.950 euro medi), i consulenti del lavoro del +2,5 (10.350 euro), mentre i commercialisti hanno visto scendere gli investimenti in ICT del -5,4% (11.450 euro).

Per il rilancio serve collaborazione o aggregazione

A essere più penalizzati dalla pandemia sono soprattutto gli avvocati: solo per uno studio legale su due il 2021 è stato più favorevole del 2020. Al contrario, i provvedimenti del governo a sostegno delle attività economiche hanno incrementato l’attività di commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari, che nel 60% dei casi, hanno visto aumentare la redditività rispetto al 2020.
Per rilanciare gli studi in termini economici e finanziari, la collaborazione o l’aggregazione con altre realtà è un fattore chiave. Quelli che realizzano in modo stabile collaborazioni con altri studi o realtà diverse per sviluppare business congiuntamente evidenziano una percentuale di redditività più alta (68%) rispetto alla media generale (58%). Ma è una pratica ancora poco diffusa: solo l’8% degli studi ha avviato collaborazioni formalizzate.

Più investimenti per fattura elettronica, sistemi di videochiamate, e-learning

Le professioni hanno destinato investimenti in ICT soprattutto per fattura elettronica (86%), sistemi per la gestione di videochiamate (75%), piattaforme di e-learning (48%), conservazione digitale a norma (42%) e reti VPN (36%). In merito alle intenzioni di investimento entro il 2023, gli avvocati privilegiano sito web (13%), pagina social dello Studio (9%) e conservazione digitale a norma (7%). I commercialisti puntano su conservazione digitale a norma (9%), software per il controllo di gestione, sito internet per lo Studio e gestione elettronica documentale (tutti al 6%), e i consulenti del lavoro, la conservazione digitale a norma (12%), il sito per lo Studio (7%), il software per la gestione della crisi d’impresa.

I Millenials e i GenZ italiani sono delusi dalla politica

Delusione, rabbia, disincanto e indignazione aleggiano tra i giovani italiani, e sono legate al bisogno di una politica che torni a far sognare, che parli dei grandi temi, e alimenti l’idea di un futuro migliore. In particolare, i Millenials, i nati tra il 1981 e la metà degli anni ‘90, e la la Generazione Y, che raggruppa i nati negli ultimi anni ‘90 fino al 2012, presentano caratteristiche e peculiarità distintive, ma almeno il 60% di chi ha un’età inferiore ai 35 anni in Italia ha un rapporto distante, distaccato, esterno, e disaffezionato con la politica. 

Arrabbiati per le differenze sociali e la disonestà dei politici

I motivi del ‘distacco’ sono rinvenibili nelle diverse opinioni che attraversano l’universo giovanile. L’86% dei Millennials e della Generazione Z è arrabbiato per le differenze sociali presenti nel Paese, il 78% ritiene partiti e politici distanti e disinteressati ai problemi dei giovani, e sempre il 78% afferma che stiamo vivendo in un periodo di grandi ingiustizie e sfruttamento. Il 72% si dice preoccupato per l’eccessivo potere delle multinazionali, mentre il 71% pensa che tutti i politici siano disonesti. Tanto che il 41-43% non sa chi votare, una quota compresa tra il 10% e il 15% non è mai andato a votare da quando è maggiorenne, e un altro 6-8% annulla la scheda.

Banche e imprenditori nemici della gente

Le critiche dei giovani coinvolgono anche altri settori della società. Per il 71% gli esperti non li comprendono, mentre il 58% afferma di non fidarsi di nessuno. Il 55% vede le banche come nemiche della gente e il 79% accusa gli imprenditori di essere interessati solo ai profitti. Non solo. Il 78% dei giovani ritiene il nostro modello economico iniquo, modellato per avvantaggiare solo ricchi e potenti. Un giudizio che conduce l’82% dei ragazzi a ipotizzare, per i prossimi anni, la crescita dello scontro tra popolo ed élite. Nonostante i giudizi critici, la quota di under35 che giudica il Parlamento un organo superato si ferma al 45%, mentre l’interesse per le proposte populiste coinvolge il 44%, e il 31% ritiene necessari movimenti radicali e rivoluzionari per modificare lo status quo.

Quale futuro sognano i giovani?

Il quadro sul futuro mostra l’altra faccia della medaglia. Il 96% auspica un maggior impegno e sacrifici per tutelare l’ambiente e combattere i cambiamenti climatici. L’85% apprezza politici e movimenti in grado di costruire proposte dal basso, e il 75% vuole sentir parlare di solidarietà, mentre il 67% condanna atti o atteggiamenti discriminatori o razzisti. E se per il 66% è ora di tornare a essere più europeisti, le fratture sociali più avvertite, che dovrebbero essere al centro del programma di un partito, sono più lavoro sicuro e meno precariato (48%), più libertà e meno tasse (39%), più onestà e meno casta (35%), più attenzione all’ambiente e meno profitti (31%), più giovani al potere e meno gerontocrazia (30%).

Più di un italiano su due vuole cambiare lavoro

Più della metà dei lavoratori italiani (55%) desidera una nuova occupazione perché quella attuale non soddisfatta più, e il 15% si è attivato per cercare un altro impiego. A descrivere il sentiment degli italiani è l’indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro, dal titolo Italiani e lavoro nell’anno della transizione, condotta in collaborazione con SWG. Insomma, dopo la pandemia gli italiani hanno voglia di cambiamento, a partire dal lavoro, e cercano un’occupazione più compatibile con le esigenze di vita personale e più appagante sotto il profilo professionale ed economico.  Un fenomeno trasversale, diffuso non solo tra i giovani e determinate categorie di lavoratori, e decisamente nuovo per un mercato del lavoro da sempre caratterizzato da stabilità e basso turnover interno.

Insoddisfazione e voglia di novità spingono il cambiamento

A pesare sulla decisione di voler voltare pagina sono l’insoddisfazione (38,7%) e la voglia di novità (35,4%), meno la scadenza del contratto (9,8%) o la paura di perdere il lavoro (11,8%). Alla base dell’insoddisfazione, salari bassi (31,9%) e scarse opportunità di carriera (40,9%). Ma non è solo il miglioramento retributivo e professionale a spingere al cambiamento. Il 49% degli italiani indica tra i requisiti irrinunciabili della nuova occupazione un maggiore equilibrio personale, minori livelli di stress e più tempo da dedicare a sé stessi. Il benessere individuale, complice anche i due anni di pandemia, è l’obiettivo soprattutto di under 35 e 35-44enni, prioritario rispetto al miglioramento economico.

Il ruolo decisivo dello smart working

Secondo la ricerca è lo smart working ad avere giocato un ruolo decisivo. Se nel 2021 gli smartworker fornivano un giudizio ambivalente, evidenziando le criticità connesse al lavoro da remoto, nel 2022 l’84,2% dei lavoratori ‘agili’ promuove a pieni voti questo modello, perché concilia lavoro e vita privata. Il 31,8% degli italiani non accetterebbe di tornare a lavorare in presenza, il 16,9% cambierebbe lavoro e il 9,3% potrebbe addirittura licenziarsi. Un modello, dunque, che si consolida e che cambia non solo il lavoro, ma anche la cultura sottostante. Il 50,2% dei lavoratori dipendenti preferirebbe, infatti, essere valutato sui risultati piuttosto che sull’orario di lavoro.

Il “posto fisso” perde appeal

D’altronde, riferisce Adnkronos, la pandemia ha innescato una forte accelerazione tecnologica, costringendo anche i lavoratori più resistenti a fare i conti con le nuove modalità. Il 61% degli intervistati afferma infatti che la rivoluzione tecnologica ha cambiato il lavoro, e una percentuale minoritaria (13,9%) la boccia perché ha reso il lavoro più complicato (14,6%) e disumano (11,1%). Ma i mali del lavoro non derivano solo dalle condizioni economiche. Dopo gli stipendi troppo bassi (56,7%) e la tassazione elevata (43,9%), l’altra criticità è la scarsa meritocrazia del sistema (33%). Un tema avvertito con maggiore urgenza rispetto a quello della precarietà, soprattutto dai giovani. L’idea del ‘posto fisso’ perde dunque appeal. Per quanto un lavoro sicuro resti un obiettivo irrinunciabile per chi sta cercando un’occupazione (25,3%), l’assenza di meritocrazia limita ancor più i pochi spazi di crescita esistenti.

Educational Technology: cresce l’adozione di strumenti e tecnologie

I provider di Educational Technology forniscono piattaforme per la formazione a tipologie di clienti specifiche: scuole e università, aziende, e singoli individui per quanto riguarda il lifelong learning.
Secondo i dati dell’Osservatorio EdTech della School of Management del Politecnico di Milano, in Italia le imprese investono circa il 47% del proprio budget allocato alla formazione in digital learning, ma ai vantaggi derivanti dalla flessibilità della fruizione emergono ancora alcune criticità rispetto all’onerosità degli investimenti necessari. Per l’86% delle scuole italiane gli investimenti futuri in tecnologie digitali costituiscono un obiettivo strategico, ma sono ancora poche a utilizzare tecnologie più innovative. 

Scuole: per il 35% è un investimento economico troppo oneroso

In Italia sono le tecnologie tradizionali a supportare ormai a tutti gli effetti il processo di apprendimento degli istituti scolastici. Prevale l’utilizzo del registro elettronico (99%), seguito da lavagne interattive e videoproiettori (93%) e dalle piattaforme per la gestione dell’aula a supporto della didattica digitale integrata (79%). Come benefici percepiti emerge soprattutto il miglioramento dell’efficienza dei processi amministrativi (87%), mentre la maggiore criticità rilevata risiede nelle competenze dei docenti (54%) e del personale amministrativo (42%). Quasi la metà delle scuole ritiene che docenti e personale amministrativo non abbiano le competenze necessarie per utilizzare correttamente gli strumenti digitali. Il 35% delle scuole, inoltre, indica l’investimento economico in EdTech troppo oneroso.

Università: per il 77% è un obiettivo strategico

Per quanto riguarda le prospettive di sviluppo dei prossimi due anni gli investimenti in tecnologie digitali delle scuole italiane riguardano soprattutto laboratori di coding e robotica, lavagne/pannelli interattivi, videoproiettori e realtà virtuale/aumentata. Sono ancora poche però le scuole che utilizzano tecnologie più avanzate (software per la creazione di contenuto all’interno di laboratori, learning app e gaming, realtà virtuale/aumentata, AI). Quanto alle università, la trasformazione digitale dell’esperienza educativa è un obiettivo strategico per il 77% di esse, ma al momento investono solo il 5% del totale dei proventi in soluzioni di EdTech. Nei prossimi 3-5 anni, le università puntano a investire principalmente in learning app e gaming, AI e blockchain.

Imprese: la flessibilità di fruizione è il beneficio maggiore

Da parte delle imprese che usufruiscono di piattaforme EdTech, tra i maggiori benefici il più indicato è la flessibilità di fruizione (83%), oltre l’innovazione e la creazione di nuovi prodotti formativi, la facilità di estensione delle possibilità di apprendimento, il contenimento dei costi nell’erogazione della formazione e il miglioramento della qualità dell’offerta formativa. Dal punto di vista delle criticità, emerge soprattutto l’onerosità dell’investimento (42%).
“Per il mercato della domanda, seppur esistano soluzioni digitali a supporto della formazione, c’è ancora tanta strada da fare – afferma Tommaso Agasisti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio EdTech -. Così come gli istituti e le imprese debbono investire economicamente nella tecnologia pensando più al ritorno, raggiungibile in termini di efficacia che all’aspetto economico, i docenti devono fare lo sforzo di investire nella propria formazione sia nell’uso della tecnologia sia nell’erogazione ‘innovativa’ dei contenuti”.