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Commissione Europea, l’Italia sale di due posizioni nell’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società 2022

Passi avanti per l’Italia digitale, a quanto evidenzia l’ultimo Indice di digitalizzazione dell’economia e della società 2022 (DESI) appena pubblicato dalla Commissione Europea. Il nostro Paese ora si colloca al 18esimo posto fra i 27 Stati membri, dal 20esimo dell’edizione precedente. Due anni fa era 25esima. Nonostante i progressi, anche sulla connettività, “la trasformazione digitale” in Italia “sconta ancora varie carenze cui è necessario porre rimedio”, evidenzia Bruxelles, indicando che “oltre la metà dei cittadini italiani non dispone di competenze digitali di base” e “la percentuale degli specialisti digitali nella forza lavoro è inferiore alla media dell’Ue”. Nella sua analisi, la Commissione europea sottolinea che “l’Italia sta guadagnando terreno e, se si considerano i progressi del suo punteggio Desi negli ultimi cinque anni, sta avanzando a ritmi molto sostenuti”. Puntando anche sul buon uso dei fondi del Pnrr, riferisce Ansa, il nostro Paese “potrebbe migliorare ulteriormente le proprie prestazioni”, un’evoluzione “cruciale” per “consentire all’intera Ue di conseguire gli obiettivi del decennio digitale per il 2030”. Per avanzare, osserva tuttavia l’esecutivo comunitario, “è assolutamente necessario un deciso cambio di passo nella preparazione dell’Italia in materia di competenze digitali” e specialisti Tic. In fatto di connettività, “si sono registrati progressi nella diffusione della banda larga e nella realizzazione della rete”, ma “rimangono alcune carenze nella copertura delle reti ad altissima capacità (compresa la fibra), che è ancora molto indietro rispetto alla media Ue, nonché rispetto all’obiettivo del decennio digitale di una copertura universale entro il 2030”. 

Gli obiettivi per l’Europa

Durante la pandemia di Covid-19, gli Stati membri hanno compiuto progressi nei loro sforzi di digitalizzazione ma stentano ancora a colmare le lacune in termini di competenze digitali, digitalizzazione delle PMI e diffusione di reti 5G avanzate. Il dispositivo per la ripresa e la resilienza, con circa 127 miliardi di euro destinati a riforme e investimenti nel settore digitale, offre un’opportunità senza precedenti, che l’UE e gli Stati membri non possono lasciarsi sfuggire, per accelerare la trasformazione digitale. I risultati mostrano che, sebbene la maggior parte degli Stati membri stia avanzando nella trasformazione digitale, le imprese stentano tuttora ad adottare tecnologie digitali fondamentali, come l’intelligenza artificiale (IA) e i big data. Occorre intensificare gli sforzi per garantire la piena diffusione dell’infrastruttura di connettività (in particolare il 5G) necessaria per servizi e applicazioni altamente innovativi. Le competenze digitali sono un altro settore importante in cui gli Stati membri devono compiere progressi più ampi.

I paesi più digitalizzati 

Il DESI rivela che Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia restano all’avanguardia dell’UE. Ma anche questi paesi presentano lacune in settori chiave: la diffusione di tecnologie digitali avanzate quali l’IA e i big data, che rimane al di sotto del 30% e molto lontana dall’obiettivo del decennio digitale del 75% per il 2030; la diffusa carenza di personale qualificato, che rallenta il progresso generale e porta all’esclusione digitale. Sussiste una tendenza generale positiva alla convergenza: il livello di digitalizzazione dell’UE continua a migliorare e gli Stati membri partiti dai livelli più bassi crescono a un ritmo più rapido recuperando terreno a poco a poco. E la rimonta dell’Italia ne è una dimostrazione.

Università italiane: le classifiche del Censis 2022/2023

Ogni anno il Censis elabora la Classifica delle Università italiane: si tratta di un’analisi del sistema universitario basata sulla valutazione degli atenei relativamente a strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, livello di internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, e occupabilità. Per supportare l’orientamento di migliaia di studenti pronti a intraprendere la carriera universitaria, l’edizione 2002/2023 del ranking quest’anno comprende 69 graduatorie a partire da 924 variabili considerate, che possono appunto aiutare i giovani e le famiglie a individuare con consapevolezza il percorso di formazione post-diploma.

Bologna ancora in testa ai mega atenei

La prima posizione tra i mega atenei statali (oltre 40.000 iscritti) è occupata anche quest’anno dall’Università di Bologna, con un punteggio complessivo di 89,8, seguita dall’Università di Padova e La Sapienza di Roma (rispettivamente 88,0 e 86,5 punti), dall’Università di Pisa (85,2), l’Università di Firenze (84,3), l’Università Statale di Milano (82,7), l’Università di Palermo, ex aequo con l’Università di Torino (80,8), l’Università di Bari (80,2) e la Federico II di Napoli (72,3). La posizione di vertice tra i grandi atenei statali (da 20.000 a 40.000 iscritti) è occupata dall’Università di Pavia (91,0 punti), seguita dall’Università di Perugia, (90,8), della Calabria e di Venezia Ca’ Foscari (90,3 e 88,7), l’Università di Milano Bicocca e l’Università di Cagliari (88,5 e 87,8). Chiudono la classifica l’Università di Roma Tre (78,8), l’Università di Catania (78,3) e di Messina (75,8).

Siena supera Trento nei medi atenei statali

Apre la classifica dei medi atenei statali (da 10.000 a 20.000 iscritti) l’Università di Siena (96,7), che guadagna la prima posizione detenuta lo scorso anno dall’Università di Trento (94,8), scesa in terza posizione a causa della perdita di 10 punti nell’indicatore relativo all’occupabilità, e preceduta dall’Università di Sassari (96,0), che guadagna una posizione grazie all’incremento di 15 punti nell’indicatore relativo a borse di studio e altri servizi in favore degli studenti. Stabile in quarta posizione l’Università di Trieste (94,5), che precede l’Università di Udine (94,0), l’Università Politecnica delle Marche (91,2), l’Università di Brescia (88,5), l’Università del Salento (87,0), l’Università di Urbino Carlo Bo (84,8), l’Università dell’Insubria (83,3). Chiude il ranking l’Università di Napoli Parthenope (77,3).

Il top dei piccoli atenei statali, non statali e i politecnici

Nella classifica dei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti) l’Università di Camerino occupa la prima posizione (99,5), seguita dall’Università di Macerata (87,2), e l’Università Mediterranea di Reggio Calabria (86,5). La classifica dei politecnici è guidata anche quest’anno dal Politecnico di Milano (97,0), seguito dal Politecnico di Torino (91,5), ora in seconda posizione, occupata lo scorso anno dallo Iuav di Venezia (90,5). Chiude la classifica il Politenico di Bari (87,7). Tra i grandi atenei non statali (oltre 10.000 iscritti) in prima posizione anche quest’anno l’Università Bocconi (92,6 punti) e in seconda l’Università Cattolica (76,2), tra i medi (da 5.000 a 10.000 iscritti) si colloca in testa la Luiss (93,2), seguita dallo Iulm (80,2), mentre tra i piccoli (fino a 5.000 iscritti) è prima la Libera Università di Bolzano (94,6), seguita dall’Università di Roma Europea (86,8).

I Millenials e i GenZ italiani sono delusi dalla politica

Delusione, rabbia, disincanto e indignazione aleggiano tra i giovani italiani, e sono legate al bisogno di una politica che torni a far sognare, che parli dei grandi temi, e alimenti l’idea di un futuro migliore. In particolare, i Millenials, i nati tra il 1981 e la metà degli anni ‘90, e la la Generazione Y, che raggruppa i nati negli ultimi anni ‘90 fino al 2012, presentano caratteristiche e peculiarità distintive, ma almeno il 60% di chi ha un’età inferiore ai 35 anni in Italia ha un rapporto distante, distaccato, esterno, e disaffezionato con la politica. 

Arrabbiati per le differenze sociali e la disonestà dei politici

I motivi del ‘distacco’ sono rinvenibili nelle diverse opinioni che attraversano l’universo giovanile. L’86% dei Millennials e della Generazione Z è arrabbiato per le differenze sociali presenti nel Paese, il 78% ritiene partiti e politici distanti e disinteressati ai problemi dei giovani, e sempre il 78% afferma che stiamo vivendo in un periodo di grandi ingiustizie e sfruttamento. Il 72% si dice preoccupato per l’eccessivo potere delle multinazionali, mentre il 71% pensa che tutti i politici siano disonesti. Tanto che il 41-43% non sa chi votare, una quota compresa tra il 10% e il 15% non è mai andato a votare da quando è maggiorenne, e un altro 6-8% annulla la scheda.

Banche e imprenditori nemici della gente

Le critiche dei giovani coinvolgono anche altri settori della società. Per il 71% gli esperti non li comprendono, mentre il 58% afferma di non fidarsi di nessuno. Il 55% vede le banche come nemiche della gente e il 79% accusa gli imprenditori di essere interessati solo ai profitti. Non solo. Il 78% dei giovani ritiene il nostro modello economico iniquo, modellato per avvantaggiare solo ricchi e potenti. Un giudizio che conduce l’82% dei ragazzi a ipotizzare, per i prossimi anni, la crescita dello scontro tra popolo ed élite. Nonostante i giudizi critici, la quota di under35 che giudica il Parlamento un organo superato si ferma al 45%, mentre l’interesse per le proposte populiste coinvolge il 44%, e il 31% ritiene necessari movimenti radicali e rivoluzionari per modificare lo status quo.

Quale futuro sognano i giovani?

Il quadro sul futuro mostra l’altra faccia della medaglia. Il 96% auspica un maggior impegno e sacrifici per tutelare l’ambiente e combattere i cambiamenti climatici. L’85% apprezza politici e movimenti in grado di costruire proposte dal basso, e il 75% vuole sentir parlare di solidarietà, mentre il 67% condanna atti o atteggiamenti discriminatori o razzisti. E se per il 66% è ora di tornare a essere più europeisti, le fratture sociali più avvertite, che dovrebbero essere al centro del programma di un partito, sono più lavoro sicuro e meno precariato (48%), più libertà e meno tasse (39%), più onestà e meno casta (35%), più attenzione all’ambiente e meno profitti (31%), più giovani al potere e meno gerontocrazia (30%).

Educational Technology: cresce l’adozione di strumenti e tecnologie

I provider di Educational Technology forniscono piattaforme per la formazione a tipologie di clienti specifiche: scuole e università, aziende, e singoli individui per quanto riguarda il lifelong learning.
Secondo i dati dell’Osservatorio EdTech della School of Management del Politecnico di Milano, in Italia le imprese investono circa il 47% del proprio budget allocato alla formazione in digital learning, ma ai vantaggi derivanti dalla flessibilità della fruizione emergono ancora alcune criticità rispetto all’onerosità degli investimenti necessari. Per l’86% delle scuole italiane gli investimenti futuri in tecnologie digitali costituiscono un obiettivo strategico, ma sono ancora poche a utilizzare tecnologie più innovative. 

Scuole: per il 35% è un investimento economico troppo oneroso

In Italia sono le tecnologie tradizionali a supportare ormai a tutti gli effetti il processo di apprendimento degli istituti scolastici. Prevale l’utilizzo del registro elettronico (99%), seguito da lavagne interattive e videoproiettori (93%) e dalle piattaforme per la gestione dell’aula a supporto della didattica digitale integrata (79%). Come benefici percepiti emerge soprattutto il miglioramento dell’efficienza dei processi amministrativi (87%), mentre la maggiore criticità rilevata risiede nelle competenze dei docenti (54%) e del personale amministrativo (42%). Quasi la metà delle scuole ritiene che docenti e personale amministrativo non abbiano le competenze necessarie per utilizzare correttamente gli strumenti digitali. Il 35% delle scuole, inoltre, indica l’investimento economico in EdTech troppo oneroso.

Università: per il 77% è un obiettivo strategico

Per quanto riguarda le prospettive di sviluppo dei prossimi due anni gli investimenti in tecnologie digitali delle scuole italiane riguardano soprattutto laboratori di coding e robotica, lavagne/pannelli interattivi, videoproiettori e realtà virtuale/aumentata. Sono ancora poche però le scuole che utilizzano tecnologie più avanzate (software per la creazione di contenuto all’interno di laboratori, learning app e gaming, realtà virtuale/aumentata, AI). Quanto alle università, la trasformazione digitale dell’esperienza educativa è un obiettivo strategico per il 77% di esse, ma al momento investono solo il 5% del totale dei proventi in soluzioni di EdTech. Nei prossimi 3-5 anni, le università puntano a investire principalmente in learning app e gaming, AI e blockchain.

Imprese: la flessibilità di fruizione è il beneficio maggiore

Da parte delle imprese che usufruiscono di piattaforme EdTech, tra i maggiori benefici il più indicato è la flessibilità di fruizione (83%), oltre l’innovazione e la creazione di nuovi prodotti formativi, la facilità di estensione delle possibilità di apprendimento, il contenimento dei costi nell’erogazione della formazione e il miglioramento della qualità dell’offerta formativa. Dal punto di vista delle criticità, emerge soprattutto l’onerosità dell’investimento (42%).
“Per il mercato della domanda, seppur esistano soluzioni digitali a supporto della formazione, c’è ancora tanta strada da fare – afferma Tommaso Agasisti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio EdTech -. Così come gli istituti e le imprese debbono investire economicamente nella tecnologia pensando più al ritorno, raggiungibile in termini di efficacia che all’aspetto economico, i docenti devono fare lo sforzo di investire nella propria formazione sia nell’uso della tecnologia sia nell’erogazione ‘innovativa’ dei contenuti”.

Aumentano i cyberattacchi pericolosi per le aziende. Che fare?

Gli attacchi informatici a danno delle aziende sono in crescita. A dirlo è una ricerca basata sull’analisi degli incidenti segnalati ai clienti di Kaspersky Managed Detection and Response (MDR), che ha rivelato che la quota di incidenti critici riscontrati dalle organizzazioni è aumentata dal 9% nel 2020 al 14% nel 2021. Secondo quanto emerso dal report, nel periodo preso in considerazione le organizzazioni di tutti i settori hanno subito gravi incidenti e la maggior parte dei settori verticali ne ha dovuti affrontare di diversi tipi. Le tipologie degli attacchi più frequenti sono rimaste invariate rispetto all’anno precedente e, tra queste, la percentuale maggiore (40,7%) appartiene agli attacchi mirati. I malware che hanno avuto un impatto rilevante sono stati identificati nel 14% dei casi, mentre il 13% ha riguardato lo sfruttamento di vulnerabilità critiche esposte pubblicamente. Anche l’ingegneria sociale è rimasta una minaccia rilevante, rappresentando quasi il 5,5% degli incidenti provocati.

Attacchi a tutti i settori verticali

Gli attacchi mirati nel 2021 sono stati rilevati in tutti i settori verticali presi in considerazione nella ricerca, ad eccezione dei settori education e mass media, anche se sono stati segnalati incidenti di questa tipologia all’interno di organizzazioni legate ai media. Il maggior numero di attacchi human-driven mirava a settori quali: governativo, industriale, informatico e finanziario. Gli incidenti di gravità elevata si distinguono per l’ampio uso di binari “living-off-the-land” (LotL), di natura non dannosa, già presenti in un sistema preso di mira. Questi strumenti consentono ai criminali informatici di nascondere la loro attività e di ridurre al minimo le possibilità di essere individuati durante le prime fasi di un attacco. Oltre ai diffusissimi rundll32.exe, powershell.exe e cmd.exe, strumenti come reg.exe, te.exe e certutil.exe sono spesso utilizzati negli incidenti gravi. Per proteggersi da attacchi mirati, le organizzazioni possono avvalersi di servizi che conducono esercitazioni ethical offensive. Si tratta di attività che simulano attacchi avversari complessi per esaminare la resilienza informatica di un’azienda. Secondo gli analisti MDR di Kaspersky, questa pratica è stata applicata solo nel 16% delle organizzazioni.

Perchè accade questo fenomeno

“Il report MDR dimostra, ancora una volta, che gli attacchi sofisticati sono destinati a persistere e che sempre più organizzazioni si trovano ad affrontare incidenti gravi. Uno dei problemi più urgenti risiede nel fatto che questo tipo di attacchi richiedono più tempo per le indagini e per fornire raccomandazioni sulle varie fasi di remediation. Lo scorso anno, gli analisti di Kaspersky sono riusciti a ridurre significativamente questo indicatore da 52,6 minuti nel 2020 a 41,4 minuti. Questo risultato è stato ottenuto aggiungendo altri incident card template e introducendo nuovi aggiornamenti di telemetria che accelerano il triage”, commenta Sergey Soldatov, Head of Security Operations Center di Kaspersky. Le ragione del perchè questi fenomeni si verificano? Soprattutto a causa di infrastrutture sempre più complesse, carenza di professionisti qualificati e soprattutto u  livello di sofisticazione degli attacchi senza precedenti.

Indagine Kaspersky, nei primi tre mesi del 2022 boom di attacchi DDoS

Il primo trimestre dell’anno si è aperto con un dato preoccupante: un aumento senza precedenti di attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), programmati per bloccare e impedire il corretto funzionamento delle risorse di rete utilizzate da aziende e organizzazioni. Lo evidenzia un recente report di Kapersky. “Nel primo trimestre del 2022 abbiamo rilevato un numero di attacchi DDoS senza precedenti. Questo trend di crescita è stato in gran parte influenzato dalla situazione geopolitica. Anche la durata degli attacchi rilevata in questo periodo si è dimostrata abbastanza insolita in quanto solitamente i DDoS vengono eseguiti per ottenere un profitto nell’immediato. Alcuni degli attacchi che abbiamo osservato sono durati per giorni e persino settimane, il che suggerisce che potrebbero essere stati condotti da cyberattivisti spinti da motivazioni ideologiche. Abbiamo anche notato che molte organizzazioni non erano preparate a contrastare queste minacce. Tutti questi fattori ci hanno reso più consapevoli circa la possibile estensione e pericolosità degli attacchi DDoS, e hanno reso ancora più evidente la necessità per le organizzazioni di farsi trovare preparate per fronteggiare questa minaccia”, ha dichiarato Alexander Gutnikov, esperto di sicurezza di Kaspersky. 

Aumenta anche la durata dell’attacco

Ma gli elementi di emergenza sono anche altri: ulteriori indagini condotte da Kaspersky hanno rivelato che la sessione DDoS media è durata 80 volte più a lungo di quella del primo trimestre del 2021. L’attacco di maggiore durata (177 ore) si è verificato il 29 marzo. Si tratta di livelli senza precedenti per le sessioni DDoS, in particolare quelle rivolte a risorse statali e banche.

In crescita di 4,5 volte sullo stesso periodo del 2021

Rispetto al numero di attacchi registrati nel quarto trimestre del 2021, considerato il più alto di sempre per quel che riguarda gli attacchi DDoS rilevati dalle soluzioni Kaspersky, nel primo trimestre del 2022 il numero di attacchi di questo tipo è aumentato del 46%, una crescita di 4,5 volte più alta rispetto allo stesso trimestre del 2021. Anche il numero di attacchi “smart” o avanzati e mirati ha registrato una crescita dell’81% rispetto al record storico precedentemente raggiunto nel quarto trimestre del 2021. Questi attacchi non sono solo stati eseguiti su larga scala ma si sono contraddistinti anche per il loro carattere innovativo. Gli esempi includono una copia del popolare gioco di puzzle 2048 utilizzato per gamificare gli attacchi DDoS ai siti web russi e un appello a creare un esercito informatico volontario per facilitare i cyberattacchi. Questi attacchi sono ancora più pericolosi se i sistemi compromessi rientrano nell’ambito governativo o finanziario, poiché l’indisponibilità di questi servizi ha ripercussioni sull’intera popolazione. Nel corso del primo trimestre del 2022, precisamente alla fine di febbraio, è stato osservato un improvviso aumento degli attacchi come conseguenza della guerra in Ucraina.

L’effetto pandemia sul settore dei computer è finito 

Dopo il boom di dad e smart working in seguito alla pandemia, dalla fine del 2021 le spedizioni di pc sono calate, e i Chromebook guidano la discesa, ulteriormente ampliata dalle sanzioni imposte alla Russia. Secondo le ultime rilevazioni delle società di analisi Idc e Gartner, il mercato dei pc nel primo trimestre del 2022 ha registrato una netta flessione rispetto a un anno fa, pari al -5,1% secondo Idc e al -7,7% secondo Gartner. Gran parte di questo calo, per entrambe le agenzie, è dovuto ai Chromebook, i portatili economici dotati di sistema operativo Google, le cui spedizioni sono diminuite in tutti i paesi che nei mesi scorsi ne avevano decretato il successo, grazie all’acquisto da parte di scuole e istituti di formazione.

La discesa è “guidata” dai Chromebook

I Chromebook sono infatti modelli usati per lo più in ambito scolastico, tanto da aver sorpassato nel 2020 i MacBook di Apple all’interno del particolare scenario di utilizzo negli Stati Uniti. Se Idc riporta un totale di 80,5 milioni di spedizioni di pc nell’ultimo trimestre del 2021, Gartner vede la cifra al ribasso, pari a 77,5 milioni, per un calo del 7,7% rispetto al primo trimestre del 2021.

Rallenta l’acquisto di pc da parte degli istituti di istruzione

In particolare, è proprio Gartner ad affermare che senza contare i Chromebook il mercato dei computer sarebbe aumentato del 3,3% anno su anno. Anche Idc ha rilevato un rallentamento nell’acquisto di pc da parte degli istituti di istruzione, un mercato che utilizza oltre 40 milioni di Chromebook per insegnanti e studenti. Quanto ai brand è Lenovo ancora il marchio più venduto, seguito da HP, Dell e Apple. Di questi, solo Dell e Apple hanno registrato una crescita nei numeri, seguiti dai dispositivi targati Asus.

La guerra in Ucraina contribuisce al calo nel quarto trimestre 2021

Nel primo trimestre dello scorso anno, spinti dal boom di smart working e dad, il segmento dei computer aveva fatto segnare un +15% in confronto ai dati del 2020, il rialzo maggiore degli ultimi 20 anni. Entrambi gli analisti, riporta Ansa, concordano sul fatto che ora il mercato dei pc sta iniziando a stabilizzarsi dopo due anni di aumento delle spedizioni.
Gartner ha citato anche la guerra in corso in Ucraina come un fattore che ha contribuito alla mancanza di crescita dell’ultimo trimestre 2021, poiché molte aziende hanno smesso di spedire i loro dispositivi in Russia, a causa delle sanzioni economiche.

Preferiti e seguiti, così Instagram cambia il feed

Con due miliardi di utenti e una platea in crescita, probabilmente Instagram aveva la necessità di cambiare il feed, in modo che gli utilizzatori potessero districarsi nella marea di contenuti del social e trovare con più facilità quello che cercano. La richiesta, partita proprio dal basso, pare essere arrivata alle orecchierei dirigenti di Instagram, che hanno infatti deciso di apportare due importanti novità. Sono state infatti previste due diverse tipologie di visualizzazione, una in base ai Seguiti e una in base ai Preferiti.

Seguiti e Preferiti, cosa cambia

In base a quanto comunicato da Meta, la società titolare del social, si scopre che l’obiettivo delle nuove feature è “dare alle persone la possibilità di personalizzare ancora di più la propria esperienza su Instagram e fare in modo che possano trovare facilmente i contenuti più interessanti”. Ma cosa sono nella pratica le due novità, Preferiti e Seguiti? Come riporta una nota della società, ripresa da Agi, “Il feed di Instagram è un mix di foto e video delle persone seguite, di post suggeriti e altro ancora. Stiamo lavorando per aggiungere ulteriori post suggeriti in base agli interessi, mentre le nuove opzioni Preferiti e Seguiti che annunciamo oggi costituiscono un nuovo modo per scoprire i post più recenti delle persone che seguiamo”. Era già da un po’ che gli sviluppatori di Meta stavano lavorando alle nuove opzioni, intercettate come “work in Progress” già a settembre scorso e all’inizio dell’anno. Vediamo meglio di che si tratta.

Le novità sul feed

Con l’opzione Preferiti vengono mostrati i post più recenti dei profili aggiunti in una lista precedentemente creata, ad esempio i migliori amici o i creator preferiti. Inoltre, i post degli account Preferiti saranno visualizzati più in alto anche nel feed tradizionale. Se si sceglie “Seguiti”, invece, si visualizzeranno i post delle persone che seguiamo. Sia la modalità Preferiti sia quella Seguiti mostreranno i post in ordine cronologico, così da rimanere sempre aggiornati sulle ultime novità degli account che più ci interessano. Per spostarsi fra le due tipologie è sufficiente toccare il logo Instagram e poi decidere quale visualizzare. Nella lista dei preferiti, inoltre, si possono aggiornare, modificare o sostituire fino a 50 account.

Prossimi step negli Usa

Per gli utenti Instagram negli Stati Uniti è in fase di release una nuova funzionalità: non ci sarà più bisogno di un account business per taggare i prodotti nei post. Insomma, tutto potrà essere taggato.

Internet, in 10 mesi costi di attivazione quasi dimezzati: -43%

Secondo lo studio dell’Osservatorio SosTariffe.it negli ultimi 10 mesi la spesa per l’attivazione della rete Internet a casa risulta quasi dimezzata, pari al 43% in meno. Questo è quindi “un momento di grande convenienza per chi cerca una nuova offerta Internet casa, magari veloce, performante e con costi contenuti”, spiegano gli analisti di SosTariffe.it. Per valutare l’andamento dei costi di Internet lo studio ha analizzato l’evoluzione delle offerte casa avvalendosi dei dati medi ricavati con l’ausilio del proprio comparatore nel periodo tra maggio 2021 e febbraio di quest’anno.

Da una media di circa 82 euro ora si spendono 46 euro

La voce di costo che più è andata giù è l’attivazione (-43%). Il detestato costo di attivazione, infatti, da una media di circa 82 euro è sceso a 46 euro. Inoltre, le compagnie telefoniche tendono a ripartirlo in un periodo sempre più lungo, non più 11 mesi, ma un po’ più di un anno (12,50 mesi), rendendolo sempre meno percepibile ai clienti che sottoscrivono un nuovo contratto. L’attivazione, quando richiesta dal provider, è quindi quasi sempre ‘nascosta’ nel canone mensile.

Le tariffe Internet da rete fissa scendono in media dell’8,3%

L’Osservatorio SosTariffe.it segnala inoltre che anche il canone mensile standard delle offerte ora è più allettante per i nuovi clienti. Se dieci mesi fa servivano almeno 29 euro al mese per usufruire di una tariffa Internet da rete fissa, ora bastano 27 euro (con un calo dell’8,3%). Anche i canoni promozionali stanno subendo una flessione (-7,8%). Da una media di 27 euro al mese, infatti, si è passati a poco più di 25 euro al mese. Inoltre, ulteriore vantaggio per gli utenti, il periodo promozionale ha ormai una durata indeterminata, riporta Adnkronos

Raddoppia la velocità nominale e avanza la fibra ottica

Di pari passo con la riduzione dei costi delle offerte è raddoppiata la velocità nominale inclusa nei pacchetti internet casa. Se 10 mesi fa si aggirava su circa 599 Megabit al secondo ora è pari in media a oltre un Gigabit (1167 Megabit). Da cosa dipende questo incremento? Dal fatto che le offerte in fibra ottica stanno gradualmente aumentando copertura e prestazioni in termini di velocità massima di connessione. Quanto al costo promozionale dei pacchetti sono proprio quelli che comprendono la fibra ottica a subire le maggiori flessioni di prezzo. La fibra FTTH (Fiber-To-The-Home), la più veloce, ha subito la riduzione di prezzo maggiore, per un calo dell’11% rispetto a febbraio scorso, e un costo promozionale che da 28,62 euro scende a 25,45 euro. La fibra mista rame FTTC (Fiber-To-The-Cabinet) registra una flessione del -6%, mentre l’ADSL tradizionale scende del -7%, e la tecnologia di connessione wireless del -5%, passando da un costo medio mensile di 26 euro a 24,72 euro circa.

Crescere sani, l’acqua amica dei ragazzi

L’acqua è preziosa a tutte le età, ma per i giovani ancora di più. Fondamentale per la salute e il benessere, l’acqua è anche l’elemento fondamentale per la crescita. Lo conferma la dottoressa Elisabetta Bernardi, biologa specialista in Scienza dell’Alimentazione e membro dell’Osservatorio Sanpellegrino,  precisando come l’idratazione sia essenziale per il mantenimento fisico e cognitivo dei giovani.

Il fabbisogno di liquidi 

L’idratazione adeguata, e quindi il fabbisogno di liquidi, variano a seconda dell’età delle persone, ma è soprattutto durante la crescita che una giusta assunzione di acqua può facilitare lo sviluppo dei processi fisici e neurologici dell’individuo, riferisce Adnkronos. I livelli di assunzione quotidiana di liquidi raccomandati dall’EFSA sono di 1.900 ml al giorno per le ragazze e 2.100 ml al giorno per i ragazzi di età compresa tra 9 e 13 anni. Tuttavia, secondo uno studio condotto negli Stati Uniti, solo il 15% dei giovani in questa fascia d’età consuma il corretto quantitativo di acqua ogni giorno. Questo dato è stato confermato anche da studi condotti in Europa. Come osservato su Annals of Nutrition & Metabolism, la quantità di liquidi nel corpo in età adulta è pari al 50-60% della massa corporea, livello che si consegue progressivamente con la pubertà. Fino a quando non raggiungono questo equilibrio, i ragazzi perdono giornalmente più acqua di quanta ne consumano, per questo motivo hanno un fabbisogno idrico maggiore per unità di peso. Educare gli adolescenti a idratarsi correttamente, può quindi aiutarli a bilanciare la graduale diminuzione di acqua nel loro corpo.

Il pericolo disidratazione

Numerosi studi dimostrano che la disidratazione può compromettere le capacità fisiche e mentali degli adolescenti. Un deficit di acqua pari all’1-2% può causare un calo nelle prestazioni sportive. Inoltre, è dimostrato che bere adeguatamente, può portare a un miglioramento significativo delle capacità di resistenza nell’esercizio fisico non solo durante la giovinezza ma, se si mantengono queste buone abitudini, anche in età adulta. “L’acqua ha un ruolo essenziale in ogni funzione dell’organismo e assumerne una corretta quantità fin dall’adolescenza aiuta a sviluppare questi processi in modo sano. Allo stesso tempo essa ha un’importante incidenza anche sullo sviluppo dell’attività celebrale, e se carente, riduce le prestazioni cognitive e mnemoniche, l’attenzione e influenza l’umore dei ragazzi”spiega Bernardi. “Non a caso, studi scientifici suggeriscono che la disidratazione in questa fase della vita possa impattare negativamente sulla struttura e sul funzionamento del cervello”.