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Lo shopping nel 2025 riscrive le regole del retail

Nel 2025, l’accelerazione digitale accresce l’accessibilità di esperienze e beni di consumo, ma allo stesso tempo, le incertezze economiche ridimensionano le aspirazioni del consumatore. Tornano quindi a guadagnare appeal alternative low-cost e lusso second-hand, e la conferma dell’autenticità dei marchi oggi dev’essere garantita in caso di spesa mirata.

Non è un caso che il Buy now Pay later sia fra le modalità di acquisto predilette da Millennials e GenZ. Un dato, questo, che certifica il passaggio verso una nuova flessibilità finanziaria, dove lo shopper diventa sempre più selettivo e prudente, favorendo una vera e propria ‘riscrittura delle regole del retail’.
Sono alcune evidenze emerse da ‘The State of Shopping 2025’, l’analisi sviluppata da Scalapay sulla base dei dati forniti da Casaleggio Associati. 

Torna l’esperienza d’acquisto nei negozi fisici

Le statistiche tracciano una rotta chiara: nel 2024 il 65% dei consumatori ha privilegiato brand economici e il 57% ha cercato sconti online.
Privacy e autenticità ora rappresentano due pilastri dell’acquisto, indispensabili per far fronte alle truffe alimentate da AI e deepfake, una delle principali preoccupazioni per il 79% degli shopper.

Torna quindi l’esperienza d’acquisto nei negozi fisici, dove scovare le occasioni di persona, ma guadagna terreno anche l’e-commerce.
I volumi di vendita maggiori sono rappresentati dai viaggi (22,8% della spesa totale) e dalla moda (18,3%), con una netta preferenza per mezzi finanziari che garantiscano il controllo immediato della spesa. Le carte prepagate (45%) prevalgono sulle carte di debito (36%), riducendo il ricorso alle carte di credito (19%).

Quali sono gli elementi chiave per conquistare i consumatori?

I consumatori più dinamici sono concentrati in particolare in tre regioni, Lombardia (15%), Campania (13%) e Lazio (11%), con i rispettivi capoluoghi alla guida delle attività di consumo.

“L’innovazione nei metodi di pagamento, la fiducia digitale e l’esperienza d’acquisto personalizzata sono oggi elementi chiave per conquistare i consumatori – ha dichiarato Simone Mancini, ceo di Scalapay -. Il nostro impegno è supportare retailer e consumatori con soluzioni che rendano lo shopping più accessibile e sicuro, rispondendo alle nuove abitudini di consumo”.

Iper-personalizzazione, esperienze immersive, scelte sostenibili

Tre le linee di sviluppo previste per l’immediato futuro rientrano iper-personalizzazione, esperienze immersive e scelte sostenibili, guidate da investimenti in tecnologie anti-frode per costruire ecosistemi digitali sicuri, e scelte di ‘dupes’ e ‘resale’ come bilanciamento a un iperlusso sempre meno accessibile.

Ua ulteriore tendenza, riferisce Askanews, riguarda il riconoscimento dell’Intelligenza artificiale quale strumento ideale per identificare i prodotti più in linea col proprio profilo.

Intelligenza Artificiale: in Italia vale 1,2 miliardi di euro, +58%

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano: in Italia nel 2024 il mercato dell’Intelligenza artificiale ha raggiunto un nuovo record, toccando quota 1,2 miliardi di euro, con una crescita del +58% rispetto al 2023.
A trainare lo sviluppo sono soprattutto le sperimentazioni che utilizzano la Generative AI, che rappresentano il 43% del valore, mentre il restante 57% è costituito in prevalenza da soluzioni di AI tradizionale.

Guardando alla spesa media per azienda, i settori più attivi risultano Telco&Media e Insurance, seguiti da Energy, Resource&Utility e Banking&Finance, ma si segnala anche una forte accelerazione del GDO&Retail.
Quanto alla Pubblica Amministrazione, oggi pesa il 6% del mercato, ma il tasso di crescita supera il 100%.

Il 59% delle grandi aziende ha attivato un progetto AI

Le imprese italiane si stanno avvicinando all’AI più lentamente rispetto agli altri Paesi europei oggetto dell’indagine (Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Regno Unito, Spagna). Rispetto a una media europea dell’89%, ad avere almeno valutato un progetto è l’81% delle grandi imprese italiane, mentre ha già un progetto attivo il 59%, in questo caso all’ultimo posto tra i Paesi analizzati (69% media europea).

Ma chi già utilizza l’AI, in un caso su quattro ha già progettualità a regime.
Il 65% delle grandi aziende attive nell’AI sta sperimentando anche nel campo della Generative AI, soprattutto per sistemi conversazionali a supporto degli operatori interni.

Ai primi posti per utilizzo di GenAI

In relazione agli aspetti etici e alla compliance delle iniziative di AI, con particolare riferimento all’AI Act, il percorso è ancora lungo. Solo il 28% delle grandi realtà attive ha adottato misure concrete, e il 52% dichiara di non aver compreso a pieno il quadro normativo.

Detto questo, l’Italia è ai primi posti nell’utilizzo di strumenti di GenAI pronti all’uso. Il 53% delle grandi aziende ha acquistato licenze di strumenti di GenAI (principalmente ChatGPT o Microsoft Copilot), più di Francia, Germania e Regno Unito.
E il 39% delle grandi imprese che utilizzano questi strumenti ha riscontrato un effettivo aumento della produttività. Un ulteriore 48%, però, non ha ancora valutato in modo quantitativo gli impatti.

“La vera sfida è appena cominciata”

Le grandi aziende italiane si mostrano consapevoli dei rischi di un utilizzo non governato. In più di 4 aziende su 10 sussistono linee guida e regole per l’utilizzo, e il 17% vieta l’uso di tool non approvati per evitare logiche di Shadow AI.

In generale, “L’Italia ha tra i suoi punti di forza – commenta Giovanni Miragliotta, Direttore dell’Osservatorio – un’attività di ricerca di valore e un mercato in forte espansione. Tuttavia, persistono difficoltà nel far crescere realtà imprenditoriali innovative, nell’adozione da parte delle Pmi e nella lenta integrazione della PA. Sono in aumento corsi universitari e ITS con percorsi sulle tecnologie AI, e i cittadini italiani hanno ormai una conoscenza diffusa, ma molto superficiale, dell’Intelligenza artificiale. La vera sfida, quella della trasformazione abilitata dalle nuove capacità delle macchine, è appena cominciata”.

Italia, cresce l’occupazione. Ma resta maglia nera in Europa 

Nel 2023, il tasso di occupazione in Italia ha raggiunto il 66,3%, un dato record. Eppure, nonostante questo dato positivo, il nostro Paese resta distante dalla media europea, con un divario di 9 punti percentuali. Le regioni del sud e le isole sono particolarmente penalizzate: qui si registrano livelli di occupazione molto bassi,  rispettivamente del 52,5% e del 51,5%.

Lo rivela la Commissione Europea, che evidenzia inoltre come il mercato del lavoro italiano abbia ancora sfide importanti da affrontare, come la disparità di genere. Il divario occupazionale tra uomini e donne, pari a 19,5 punti percentuali, è più del doppio rispetto alla media UE, e non ha mostrato miglioramenti significativi nell’ultimo decennio. D’altro canto, riporta Ansa, l’Italia si distingue positivamente per essere tra i Paesi con il minore divario occupazionale per le persone con disabilità.

Disoccupazione in calo, ma la situazione rimane critica

Il tasso di disoccupazione è sceso al 7,7% nel 2023, con una riduzione anche della componente di lungo periodo, ora al 4,2%. Nonostante questi progressi, entrambi i valori restano tra i più alti nell’Unione Europea, mantenendo il mercato del lavoro italiano in una situazione considerata “da monitorare” o addirittura “critica”.

La scarsa partecipazione al mercato del lavoro di giovani e donne rappresenta una  grave problematica, aggravata dalla pressione demografica. La bassa natalità e l’invecchiamento della popolazione richiedono interventi urgenti per incentivare l’inclusione lavorativa.

Redditi in calo e competenze da potenziare

Il reddito familiare disponibile pro capite, pari al 94% rispetto ai livelli del 2008, mostra un ulteriore calo nel 2023, contro una media europea del 111,1%. Questo dato, definito “critico” dalla Commissione Europea, sottolinea la necessità di interventi per migliorare il benessere economico delle famiglie italiane.

Sul fronte delle competenze, solo il 45,8% degli adulti possiede abilità digitali di base, un dato che evidenzia la necessità di rafforzare la formazione continua. Non manca qualche buona notizia, come la riduzione dell’abbandono scolastico precoce (-1 punto percentuale) e il calo dei giovani NEET (-2,9%), che scendono all’11,2%, comunque uno dei tassi più elevati in Europa.

Povertà e esclusione sociale

Nel 2023, la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è diminuita: -1,6 punti percentuali per la popolazione generale e -1,4 punti per i bambini. Nonostante questi miglioramenti, i tassi restano sopra le medie UE, attestandosi rispettivamente al 22,8% e al 27,1%. Insomma, nonostante qualche segnale positivo, il percorso verso una maggiore equità sociale è ancora lungo.

Le imprese aumentano il budget AI per le strategie omnicanale

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience del Politecnico di Milano: nel 2024, due terzi delle grandi aziende italiane (69%) ha incrementato il budget destinato a iniziative di Intelligenza artificiale nei processi di gestione del cliente.
Con una diffusione del 49%, il Customer Care risulta l’ambito più rilevante di applicazione.

In generale, il processo di implementazione dell’Omnichannel Customer Experience (OCX) nelle aziende italiane nell’ultimo anno ha registrato un avanzamento medio superiore rispetto agli anni precedenti.
La maturità omnicanale monitorata dallo OCX Index, l’indicatore che monitora il livello di maturità delle imprese, ha infatti raggiunto un valore di 4,8 su 10 (+11% vs 2023).

L’importanza di un approccio avanzato alla gestione dei dati

Quanto al livello di maturità omnicanale, è l’area Dati e Tecnologia ad avere registrato l’incremento più significativo, favorito dall’adozione di soluzioni di AI (o dalla volontà di adottarle), che ha accresciuto la consapevolezza sull’importanza di un approccio avanzato alla gestione dei dati.

“Negli ultimi dieci anni, l’Omnichannel Customer Experience si è affermata come una leva strategica e fondamentale per numerose aziende. Tuttavia, il cammino verso una piena maturità omnicanale rimane costellato da sfide complesse, organizzative e tecnologiche”, afferma Giuliano Noci, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio.

AI generativa: dai chatbot alle campagne marketing le applicazioni più usate

Di fatto, però, oggi solo l’11% delle grandi aziende italiane si può considerare a uno stadio di maturità omnicanale avanzata. In questo scenario, l’AI, in particolare, l’AI generativa, rappresenta un potenziale impulso alla trasformazione, “offrendo da un lato un miglioramento dell’efficienza operativa e dall’altro facilitando esperienze personalizzate – aggiunge Noci -, che grazie a contenuti dinamici basati sulle preferenze individuali, accrescono la propensione all’acquisto e promuovono la fidelizzazione”.

Tra le applicazioni più diffuse di Intelligenza artificiale all’interno dei processi di gestione del cliente, “si annoverano chatbot basati su AI, sia in forma discriminativa sia generativa, l’ottimizzazione delle campagne di marketing e il lead scoring”, spiega Marta Valsecchi, direttrice dell’Osservatorio.

Content management e customer care gli ambiti dalle maggiori opportunità

Guardando al futuro, emergono grandi opportunità in ambiti come il content management, per traduzioni di descrizioni prodotto o la generazione dinamica di immagini, nonché in ambito customer care, in cui il supporto agli operatori della gestione dei clienti è sempre più importante.

Tuttavia, per cogliere appieno il valore dell’AI è fondamentale aver costruito solidi pilastri dell’omnicanalità. Ovvero, processi chiari, dati strutturati, infrastrutture tecnologiche adeguate e competenze specializzate.
“Senza questi elementi – puntualizza Valsecchi -, il potenziale dell’AI e le possibilità di offrire un’esperienza realmente omnicanale, personalizzata e fidelizzante rischiano di rimanere inespressi”.

Universitari europei, perchè l’adesione agli studi Stem resta bassa?

Solo poco più di un quarto degli studenti universitari in Europa, precisamente il 26,6%, si iscrive a corsi in ambito Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), secondo quanto emerge dalla terza edizione dell’Osservatorio Stem 2024, condotto da Deloitte.

Tra gli iscritti, oltre la metà (53,7%) sceglie facoltà di ingegneria, seguita dalle scienze naturali, matematica e statistica (26,7%) e infine dai corsi Ict (19,5%). Questi dati riflettono la significativa disparità tra i generi: la partecipazione femminile nei corsi Stem è ancora limitata, con solo il 15,5% delle studentesse rispetto al 40,2% dei loro colleghi maschi.

Motivazioni che spingono alla scelta dei corsi Stem

Per quasi la metà (46%) degli studenti Stem, la scelta è motivata dalla passione e dall’interesse per queste discipline, mentre il 33% si lascia guidare dalle prospettive di carriera e dalle possibili retribuzioni future. Un ruolo importante lo giocano anche le famiglie, considerate il fattore di influenza principale da oltre il 50% degli studenti e da circa il 60% dei lavoratori in ambito Stem.

La scelta di intraprendere percorsi tecnico-scientifici è quindi in parte il risultato di un supporto familiare che incoraggia a valutare le opportunità offerte da queste materie.

La paura del “troppo difficile”

Nonostante l’importanza crescente delle competenze tecnico-scientifiche, molti giovani continuano a percepire le discipline Stem come eccessivamente complesse: un terzo degli studenti evita infatti questi percorsi perché si sente “non portato” o li considera troppo difficili.

Tuttavia, il 60% dei giovani che attualmente frequentano corsi alternativi mostra interesse verso un possibile avvicinamento futuro al mondo Stem, indicando una certa apertura nel considerare queste discipline.

Formazione e prospettive occupazionali

La formazione in ambito Stem non si conclude con l’ingresso nel mondo del lavoro. Più del 60% dei lavoratori specializzati in ambito tecnico-scientifico continua a perfezionarsi tramite corsi di aggiornamento e specializzazioni.

Tuttavia, riferisce Adnkronos, il 50% dei giovani esprime preoccupazione per l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione futura, specialmente tra chi ha già una formazione in ambito Stem. Nonostante questi timori, il 60% delle aziende prevede un aumento della domanda di profili Stem in seguito allo sviluppo dell’IA.

Competenze per la transizione verde e digitale

Infine, quasi nove giovani su dieci in Europa ritengono che le competenze Stem saranno essenziali per affrontare con successo la “Green Transition”. Inoltre, oltre il 40% degli intervistati crede che la combinazione tra competenze Stem e IA rappresenti la chiave per gestire con efficacia questa fase di transizione, rafforzando l’idea che il futuro richiederà sempre più conoscenze avanzate in questi settori.

Autobus elettrici: Liguria, Piemonte, Lombardia sul podio

Sono i dati emersi da un’elaborazione dell’Osservatorio sulla Mobilità sostenibile di Airp (Associazione Italiana Ricostruttori Pneumatici) sulla base di dati Aci: la diffusione di autobus elettrici in Italia è ancora limitata, anche se alcune regioni raggiungono quote significative sul totale del parco circolante di mezzi. 
In particolare, la Liguria, dove nel 2023 il 5,4% degli autobus in servizio era elettrico (134 su 2.473), il Piemonte (3,4%) e la Lombardia (2,8%, 305 su 10.851 autobus).

In generale, il parco circolante italiano di autobus ha un grande bisogno di rinnovamento e apertura alle nuove motorizzazioni. Secondo gli ultimi dati Acea disponibili, infatti, l’età media degli autobus in circolazione in Italia è di 14,5 anni, più alta della media europea (12,5 anni). 

A Milano il 5,2% dei bus è elettrico

La prima provincia per autobus elettrici utilizzati in Lombardia è Milano (5,2% del totale), seguita da Bergamo (2,1%), Brescia (0,9%), Sondrio e Lodi (0,7% per entrambe). 

Le quote più basse di autobus elettrici sul totale di autobus in circolazione, si rilevano invece in Campania, Calabria, Marche e Friuli-Venezia Giulia (0,3%), mentre la Basilicata non supera lo 0,1%, e Molise e Valle d’Aosta risultano le uniche regioni italiane prive di autobus elettrici in uso.

Uno dei pilastri della transizione ecologica

L’elettrificazione del trasporto pubblico, nazionale e regionale, è uno dei pilastri della transizione ecologica che il governo italiano e le amministrazioni locali stanno promuovendo, in risposta alle emergenze climatiche e alle direttive europee.
Con un numero crescente di autobus elettrici, città come Milano stanno dimostrando che è possibile ridurre l’inquinamento e migliorare la qualità della vita dei cittadini, investendo in tecnologie pulite e infrastrutture all’avanguardia.

L’obiettivo a lungo termine è quello di incrementare progressivamente la percentuale di autobus elettrici in circolazione, riducendo al contempo l’età media del parco mezzi, e promuovendo soluzioni sempre più efficienti dal punto di vista energetico e ambientale, riporta mitomorrow.it

Perché non iniziare a usare pneumatici ricostruiti?

Il processo di rinnovamento del parco circolante richiede tempo e forti investimenti, ma nel lungo periodo offre benefici ambientali e per la sicurezza. Si tratta di vantaggi simili a quelli offerti dagli pneumatici ricostruiti, che ricorda Airp, consentono di risparmiare sulle spese di gestione del mezzo. Gli pneumatici ricostruiti, infatti, hanno un costo minore rispetto a quelli nuovi.

Inoltre, permettono di rinviare l’esigenza di smaltimento degli pneumatici usati, che possono essere ricostruiti, con evidenti effetti positivi per l’ambiente.
Non ultimo, il fattore risparmio, pari a oltre il 70% delle materie utilizzate nella produzione di pneumatici nuovi.

Italia, mercato delle auto diesel: calo nel nuovo, ma forte domanda nell’usato

Nonostante il netto calo delle vendite di auto diesel nel mercato delle vetture nuove, il panorama appare molto diverso per quanto riguarda il mercato dell’usato. Secondo un recente studio condotto da Carfax, oltre il 50% degli acquirenti di veicoli di seconda mano in Italia continua a preferire le auto a gasolio.

Il dato dimostra come il legame degli italiani con i motori diesel sia ancora molto forte, nonostante la crescente scarsità di modelli nuovi e le restrizioni sempre più stringenti nelle grandi città.

Scendono le immatricolazioni di auto diesel nuove

Le immatricolazioni di nuove vetture diesel hanno subito un significativo calo negli ultimi anni, come confermano anche i dati forniti dall’UNRAE. La diminuzione dell’offerta di modelli diesel, sia tra quelli attualmente in vendita sia tra quelli in arrivo sul mercato, ha contribuito a questa tendenza.

Molti costruttori, infatti, stanno progressivamente riducendo la produzione di motorizzazioni a gasolio a favore di soluzioni più ecologiche, come l’elettrico e l’ibrido. Tuttavia, il panorama cambia notevolmente quando si osserva il settore dell’usato.

C’è sempre richiesta nell’usato

Nel mercato delle auto di seconda mano, le vetture diesel continuano a dominare le preferenze degli acquirenti italiani. Il rapporto di Carfax, basato sui dati del primo semestre del 2024, rivela che ben il 52% delle persone opta per un’auto a gasolio, mentre il 34% preferisce quelle a benzina, il 5% sceglie veicoli ibridi e solo l’1% si orienta verso l’elettrico.

Questo fenomeno è influenzato dalla difficoltà di reperire auto diesel nuove e dalla loro efficienza in termini di consumi, particolarmente apprezzata da chi percorre molti chilometri e non è soggetto alle restrizioni urbane.

Età, chilometraggio e marca delle auto diesel usate

Lo studio ha evidenziato che l’età media delle auto diesel usate più richieste è di circa 9 anni, mentre quelle a benzina hanno in media 11 anni. Le vetture diesel, inoltre, registrano un chilometraggio più elevato, con una media di 130.000 chilometri, contro i 97.000 delle auto a benzina.

Tra i marchi preferiti dagli acquirenti di auto diesel usate in Italia spiccano BMW (12%), Mercedes (11%), FIAT (9%), Audi (8%) e Volkswagen (7%). Tuttavia, il 40% di queste vetture ha avuto un incidente o un danno in passato.

Confronto con altri mercati europei

Secondo Marco Arban, Direttore del Business Development di Carfax, anche in Spagna la situazione è simile, con il 51% degli acquirenti che preferisce auto diesel.
In Nord Europa, invece, la tendenza cambia, con Paesi come i Paesi Bassi e la Svezia che mostrano un maggior interesse per le auto a benzina, ibride ed elettriche.

Data Engineer, Software Developer ed esperti di Cloud i talenti tech più richiesti

Secondo l’analisi della società di recruiting HAYS Italia, la domanda di Data Engineer, Software Developer ed esperti di Cloud è in forte crescita nei settori della manifattura, automotive ed energia. Il report “The Tech Talent Explorer”, realizzato da HAYS in 20 Paesi della regione EMEA, evidenzia un aumento del 35% nella ricerca di professionisti tech rispetto al 2022. Oggi, le richieste di queste figure rappresentano il 30% delle richieste totali da parte delle aziende.

Soddisfazione professionale e prospettive di cambiamento

Nonostante la crescente domanda, quasi un terzo dei professionisti italiani impiegati in ruoli tecnologici non è completamente soddisfatto e prevede di cambiare società nel 2024. I principali motivi di questa insoddisfazione sono il salario basso (57%), la mancanza di opportunità di sviluppo professionale (52%) e l’assenza di avanzamento di carriera (42%).

Solo il 30% dei lavoratori tech in Italia prevede di ricevere un aumento nel 2024, il dato peggiore tra tutti i Paesi EMEA analizzati, dove la media di crescita salariale attesa è del 68%. In confronto, Paesi come Olanda (84%), Spagna (81%), Danimarca (82%) e Germania (65%) mostrano aspettative di crescita salariale molto più elevate.

Stipendi dei professionisti tech in Italia

Un professionista tech in Italia guadagna in media €53.300 all’anno (RAL), con variazioni significative in base all’esperienza. Coloro con 2-5 anni di esperienza guadagnano in media €39.500, quelli con 5-10 anni di esperienza €54.100, e chi ha oltre 10 anni di esperienza €66.400. Le figure più pagate sono i CIO/CTO, con una RAL media di €92.500, seguiti da Software Delivery Manager (€74.000), Business Unit Manager (€73.750), CISO/Manager della Cybersecurity (€66.000) e Architetto Cloud (€65.750).

Priorità e benefici per i lavoratori italiani

L’Italia si distingue dagli altri Paesi dell’area EMEA per l’importanza data al work-life balance, considerato prioritario dal 49% dei lavoratori tech. Seguono lo sviluppo di carriera adeguato (47%) e i benefit aziendali (45%). Tra i benefit più apprezzati in Italia si trovano l’assicurazione sanitaria/copertura medica privata (57%) e l’auto aziendale (52%). Il lavoro flessibile è comunque molto valorizzato, posizionandosi al terzo posto con il 51%.

Conclusione

L’analisi di HAYS Italia mostra una crescente domanda di professionisti tech, accompagnata da una significativa insoddisfazione legata a salari e opportunità di crescita. Per trattenere i talenti, le aziende italiane dovranno migliorare le condizioni lavorative e adeguarsi alle aspettative salariali europee, offrendo anche un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro e benefici aziendali attraenti.

Spesa a Km 0: gli italiani preferiscono comprare in fattoria

Nel corso del 2024, il 64% degli italiani, quasi due su tre, ha fatto la spesa almeno una volta in un mercato contadino. Il motivo? La vendita diretta dell’agricoltore rappresenta la prima garanzia sulla sostenibilità di quanto si porta in tavola. E fare la spesa a chilometro zero in filiere corte, con l’acquisto di prodotti locali, taglia del 60% lo spreco alimentare rispetto ai sistemi alimentari tradizionali. 

È quanto emerge da una analisi di Coldiretti su dati di Noto Sondaggi diffusa in occasione della Giornata della gastronomia sostenibile, festeggiata il 18 giugno scorso.

Acquistare frutta e verdura che non hanno viaggiato per migliaia di km

Ma la vendita diretta dal contadino consente anche di abbattere le migliaia di chilometri che frutta e verdura stranieri percorrono in media prima di giungere sulle tavole degli italiani, tutelando così l’ambiente con la riduzione delle emissioni in atmosfera dovute alla combustione di benzina e gasolio.

Un’opportunità resa possibile dalla presenza in Italia della più estesa rete organizzata di mercati contadini, che conta 15 mila agricoltori coinvolti in circa 1.200 farmers market del network di Campagna Amica.

Il mercato contadino come laboratorio di conoscenza

I mercati dei contadini non sono solo un luogo di commercio, ma negli anni sono diventati dei veri e propri ‘laboratori’. Ovvero, centri di divulgazione  e conoscenza dei prodotti. Attraverso il contatto stretto con i consumatori, i mercati di Campagna Amica hanno favorito la diffusione di una corretta cultura alimentare fondata su qualità, sicurezza, legame col territorio e rispetto dei principi della Dieta Mediterranea.

Un regime alimentare che oggi è messo a rischio dalla diffusione di sistemi ingannevoli, come il Nutriscore. Il sistema francese di etichettatura dei prodotti alimentari, pensato per semplificare l’identificazione dei valori nutrizionali di un prodotto alimentare, di fatto boccia le eccellenze del Made in Italy a tavola.

Meno residui chimici irregolari dei prodotti di importazione 

In ogni caso, i mercati contadini rappresentano la vetrina di un’agricoltura italiana che oggi risulta la più green d’Europa. Può infatti contare su 5.450 specialità ottenute secondo regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni e censite dalle Regioni, su 325 specialità Dop e Igp riconosciute a livello comunitario, oltre a 415 vini Doc e Docg, e circa 86 mila aziende agricole biologiche.

Secondo elaborazioni Coldiretti su dati Efsa, i prodotti agroalimentari nazionali con residui chimici irregolari rappresentano una percentuale di appena lo 0,5%. Cinque volte in meno rispetto ai prodotti di importazione, il cui tasso di non conformità è pari in media al 2,6%.

A marzo 2024 previste oltre 447mila assunzioni

A marzo sono oltre 447mila i contratti programmati dalle imprese, e circa 1,4 milioni quelli previsti per il trimestre marzo-maggio, quasi 30mila unità in più (+7,1%) rispetto a marzo 2023 e circa +112mila sullo stesso trimestre 2023 (+8,7%).

In crescita le previsioni di entrata nei settori dei servizi (+10,5% nel mese e +11,4% nel trimestre), in particolare grazie agli andamenti attesi da turismo (+16%, +14,3%) e commercio (+14,6%, +17,2%). Positivi i flussi programmati dalle imprese delle costruzioni (+2,7%, +7,4%), anche se inferiori dell’1,5% rispetto al febbraio 2024, e indicazioni incerte dalle imprese manifatturiere (-1,6%, +0,2%). Lo segnala il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Il turismo offre le maggiori opportunità di impiego

Tra i settori manifatturieri, che complessivamente ricercano oltre 85mila lavoratori nel mese e 249mila nel trimestre, le maggiori opportunità di lavoro riguardano le industrie della meccatronica, con circa 23mila lavoratori nel mese e 66mila nel trimestre, seguite dalle industrie metallurgiche (rispettivamente 18mila e poco più di 50mila) e da quelle alimentari (11mila e 33mila).

Sono poi 49mila i contratti di assunzione programmati nelle costruzioni a marzo e 146mila fino a maggio, mentre nel terziario sono circa 313mila contratti di lavoro previsti a marzo e oltre 992mila nel trimestre marzo-maggio.
È il turismo però a offrire le maggiori opportunità di impiego, con circa 82mila lavoratori ricercati nel mese e 299mila nel trimestre, seguito da commercio (rispettivamente 65mila e 194mila) e i servizi alle persone (49mila e 154mila).

I profili più difficili da trovare: operai e tecnici

Ancora elevata, sebbene in leggera flessione rispetto a febbraio, la quota di assunzioni di difficile reperimento, pari al 47,8% del totale, soprattutto a causa della mancanza di candidati per ricoprire le posizioni lavorative aperte.
I profili più difficili da trovare nel mercato del lavoro riguardano gli operai specializzati (64,6%), gli operai conduttori di impianti (54,3%) e i tecnici (54,2%).

Le assunzioni che le imprese prevedono di ricoprire ricorrendo a immigrati riguardano 85mila unità (pari al 19,1% delle entrate complessive), con un incremento del 8,5% rispetto a quanto previsto a marzo 2023.
Dichiarano di voler ricorrere maggiormente a manodopera straniera le imprese dei servizi operativi di supporto alle imprese e alle persone (33,7%), e dei trasporti, logistica (28,4%) e delle costruzioni (25,2%).

Elevato mismatch per le imprese del Nord Est 

Anche a marzo, il flusso delle assunzioni è caratterizzato da una prevalenza di contratti a tempo determinato (239unità, 53,4% del totale), seguono i contratti a tempo indeterminato (91mila, 20,4%) e quelli in somministrazione (41mila, 9,2%). 

Sotto il profilo territoriale è da sottolineare l’elevato mismatch riscontrato dalle imprese nel Nord Est, per cui sono difficili da reperire circa il 52,9% dei profili ricercati con punte del 57,1% per il Friuli-Venezia Giulia.
Le imprese del Nord ovest segnalano difficoltà a reperire il 47,9% dei profili ricercati, seguite dalle imprese del Centro (45,9%) e da quelle del Mezzogiorno d’Italia (44,5%).