Viaggi in aereo: nell’ultimo anno più di 4,7 milioni di italiani hanno smarrito i bagagli

Emerge da un’indagine commissionata da Facile.it a EMG Different: sono oltre 4,7 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno subito il furto o hanno smarrito i bagagli viaggiando in aereo. In particolare, a 1,5 milioni di viaggiatori, pari all’8%, la valigia è stata consegnata in ritardo, mentre a quasi 549mila è stata rubata in aeroporto.

Per il 16,8% dei vacanzieri, ovvero, poco più di 4 milioni di italiani, il bagaglio è stato smarrito dalla compagnia aerea e non è stato più ritrovato. 
Non è un caso che a giugno 2025 la ricerca online di prodotti assicurativi legati alle vacanze sia aumentata del 5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Tutelarsi da smarrimento, danneggiamento o ritardata consegna delle valigie

L’assicurazione smarrimento bagagli è infatti una copertura che normalmente viene proposta come estensione alla tradizionale polizza viaggio. Si tratta di una tutela del viaggiatore in caso di smarrimento, danneggiamento o ritardata consegna delle valigie da parte del vettore aereo, o in caso di furto bagagli durante la vacanza.

“Le assicurazioni viaggio tutelano i contraenti da una vasta gamma di imprevisti che possono sopraggiungere durante una vacanza, tra cui anche lo smarrimento, il furto o la ritardata consegna delle valigie – spiega Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it -. In casi come questi l’assicurazione interviene non solo rimborsando il valore dei beni contenuti, ma anche coprendo le spese sostenute per gli acquisti di prima necessità”.

Alcune assicurazioni non coprono smartphone, tablet, pc e fotocamere

Nel caso di smarrimento definitivo o furto, la polizza rimborserà, nei limiti dei massimali, il valore dei beni perduti.
Attenzione alle esclusioni: alcune assicurazioni, ad esempio, non coprono oggetti come smartphone, tablet, pc e fotocamere, altre, invece, applicano massimali ridotti. Denaro contante, assegni e oggetti d’arte normalmente non vengono rimborsati.

Se la valigia conteneva anche documenti come passaporto, carta di identità o patente, nella maggior parte dei casi l’assicurazione viaggio fornisce un contributo economico per rifarli.
E se il sinistro è stato causato dal vettore e questi risarcisce, l’assicurato sarà indennizzato dalla propria società assicurativa solo dopo aver dedotto l’importo liquidato dalla compagnia aerea.

Non lasciare oggetti incustoditi: pena l’esclusione dal rimborso

Nel caso di bagaglio consegnato in ritardo, invece, l’assicurazione rimborsa all’assicurato le spese sostenute per acquisti di beni di prima necessità. La definizione di ritardo può però variare da compagnia a compagnia, ma normalmente devono trascorrere almeno 12 ore dall’orario di arrivo previsto.

Le polizze smarrimento bagagli non coprono mai i danni agevolati da dolo o colpa grave dell’assicurato, ovvero, nel caso in cui gli oggetti vengano lasciati incustoditi in qualsiasi momento, in caso di dimenticanza, incuria o perdita da parte dell’assicurato. La garanzia è operante non solo per valigie e borse, ma anche per carrozzine e passeggini.
Per quanto riguarda i prezzi, partono da circa 22 euro per due settimane di viaggio in Europa e da 38 euro per due settimane negli Stati Unita d’America.

Imprese e lavoro: una su tre assumerà personale extra UE entro il 2026

A spingere gli imprenditori a rivolgersi all’estero per soddisfare il fabbisogno occupazionale è principalmente la mancanza di lavoratori italiani. Una motivazione segnalata dal 73,5% delle imprese.

Anche per questo, il 68,7% delle aziende è disposto a investire entro il 2026 in formazione del personale straniero, a fronte del 54,5% di quelle che non assumono lavoratori extra-UE.
In pratica, un’impresa su tre ha in programma di assumere lavoratori stranieri extra Ue entro il 2026 o lo ha già fatto tra il 2021 e il 2023. Emerge dall’indagine di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne.

Più alta la richiesta nel Nord Est 

Il 47,1% delle imprese prevede di assumere operai specializzati, il 32,6% assumerà o ha assunto operai generici, il 13,3% lavoratori del terziario, l’11,1% artigiani, il 9,3% tecnici specializzati, il 4,9% professionisti altamente qualificati e appena l’1,1% manager. 

E sono soprattutto le imprese del Nord Est a ricorrere a lavoratori stranieri per fare fronte ai piani di assunzione. 
Il 36,5% delle imprese del Triveneto assumerà personale extra UE entro il 2026 o lo ha già fatto tra il 2021-23, a fronte del 31,8% del totale del sistema imprenditoriale italiano.

Il 3% delle imprese assume stranieri per pagare meno

A trainare sono soprattutto le imprese del Trentino-Alto Adige/Südtirol (39,1%), seguite da quelle del Veneto (37,6%) e del Friuli-Venezia (36,8%).
Meno dinamica è la domanda proveniente dal Mezzogiorno. Solo il 28,6% delle imprese meridionali ha in programma o ha programmato di assumere lavoratori non europei. 

In generale, è la difficoltà di trovare lavoratori italiani a motivare le imprese a cercare personale straniero fuori dall’Unione europea. A seguire, anche se in misura sensibilmente minore, tra le altre motivazioni indicate rientrano la mancanza di giovani derivante dal calo demografico (12,6%), migliori competenze tecniche da parte dei lavoratori stranieri (9,4%) e marginalmente il minore costo del lavoro (3,0%).  

Hi-tech e manifatturiero i settori più propensi

Più imprese manifatturiere, più tecnologiche, più grandi: è questo l’identikit delle realtà imprenditoriali che mostrano una maggiore propensione ad assumere lavoratori extra europei.

Il 37,2% delle imprese industriali ha pianificato di farlo entro il 2026 o lo ha fatto tra il 2021 e il 2023, a fronte del 27,4% di quelle dei servizi. E se nel manifatturiero il 40,2% delle imprese che ricorre al mercato del lavoro al di fuori dell’UE appartiene ai settori ad alta tecnologia, nei servizi il 36,2% opera nei settori a bassa intensità tecnologica.
Nel complesso la metà delle aziende che assumono stranieri non europei, impiega tra 50 e 499 addetti, a fronte del 27,3% di quelle piccole. 

Turismo: nel primo trimestre 2025 arrivi e presenze in leggero calo 

Lo evidenziano i dati provvisori dell’indagine ISTAT dal titolo ‘Movimento dei clienti negli esercizi ricettivi’: nel complesso il primo trimestre 2025 evidenzia performance leggermente inferiori rispetto allo stesso periodo del 2024, quando i flussi turistici segnavano valori record. 

In dettaglio, a gennaio 2025 gli arrivi turistici in Italia sono 6,1 milioni e le presenze 19,5 milioni. Entrambi mostrano una crescita significativa rispetto a gennaio 2024 (rispettivamente +4,0% e +3,6%). A febbraio, con 6,4 milioni di arrivi e 19,9 milioni di presenze, si registrano valori sostanzialmente identici a quelli del 2024 (-0,4%, -0,2%).
A marzo gli arrivi calano del 5,3% e le presenze del 3,8%.

A diminuire sono i turisti italiani

Il leggero calo delle presenze e quello più sostenuto degli arrivi sono determinati dalla componente della clientela residente in Italia, che diminuisce del 2,2% in termini di arrivi e dell’1,4% in termini di presenze.
Gli stranieri mostrano valori in debole crescita rispetto allo stesso trimestre del 2024 (+0,2% arrivi, +0,6% presenze).

Gli arrivi e le presenze dei turisti italiani evidenziano un leggero incremento tendenziale solo a gennaio (+0,4, +0,1%), mentre diminuiscono sia a febbraio (-2,8%, -2,9%) sia a marzo (-3,8%, -1,5%).
I flussi dei turisti stranieri mostrano invece una crescita sostenuta a gennaio (+9,6%, +8%), una variazione positiva a febbraio (+2,4%, +2,2%) e un marcato calo a marzo (-6,9%, -5,7%).

Alberghi -1,8%, altre strutture +3,5%

Tra le componenti della domanda, nel periodo considerato prevale quella estera, che rappresenta il 51,6% delle presenze totali del trimestre, raggiungendo quota 54,4% e 53,2% nei mesi di febbraio e marzo. Solo a gennaio prevalgono le presenze domestiche (53,2%).
Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente gli esercizi alberghieri registrano nel primo trimestre 2025 un leggero calo di presenze (-1,8%), mentre quelli extra alberghieri un incremento della clientela (+3,5%).

In particolare, le presenze alberghiere crescono in termini tendenziali a gennaio (+2%), ma calano nei due mesi successivi (-2,3% febbraio, -4,6% marzo). Negli esercizi extra-alberghieri, invece, le presenze crescono soprattutto a gennaio (+8,5%) e a febbraio (+5,6) e mostrano una flessione a marzo (-1,8%).

Permanenza media degli stranieri 3,48 notti

In tutti e tre i mesi del trimestre le presenze della clientela domestica diminuiscono nel comparto alberghiero e aumentano negli esercizi extra alberghieri.
Diverso l’andamento della componente non residente, in crescita a gennaio nel settore alberghiero (+5,2%), ma soprattutto in quello extra alberghiero (+16,3%), così come a febbraio (esercizi extra alberghieri +8,2%), mentre diminuiscono per entrambe le tipologie di alloggio a marzo (-5,9% alberghi e -5,2% extra-alberghieri).

La permanenza media dei clienti negli esercizi ricettivi è pari a 3,04 notti e risulta allineata ai valori del primo trimestre 2024, sia per gli italiani (2,69 notti, +0,02), sia per gli stranieri (3,48 notti, +0,01).

Pubblicità video in Italia: un business sempre più digitale

Nel 2025 la pubblicità video continua a rappresentare una quota significativa del mercato pubblicitario italiano, raggiungendo il 57% del totale raccolto.

Però la frammentazione nella gestione e la mancanza di metriche standardizzate stanno rallentando lo sviluppo di strategie pubblicitarie video davvero integrate, secondo l’ultimo studio dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

L’evoluzione del mercato video: dal tradizionale al digitale

La televisione si è trasformata profondamente negli ultimi anni, passando da un sistema lineare a un ecosistema digitale interconnesso. La recente indagine dell’Osservatorio Internet Media mostra come la raccolta pubblicitaria video abbia superato i 6,6 miliardi di euro, con un incremento dell’1% rispetto al 2024.

È importante però distinguere tra pubblicità video inserita in veri contenuti video e formati che si avvalgono di spazi pubblicitari non necessariamente video, come il video outstream. Se si considera solo la pubblicità all’interno di contenuti video, il mercato si attesta al 43% degli investimenti pubblicitari, circa 5 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Di questi, il 78% proviene dalla TV tradizionale e dall’HbbTV, mentre il 21,5% è generato da piattaforme video online come AVOD e FAST Channel.

Smart TV e TV 2.0

Il settore televisivo mantiene un peso rilevante nella raccolta pubblicitaria, tanto che rappresenta il 39% del totale investimenti, pari a 4,6 miliardi di euro (+5%). In questo ambito, la cosiddetta “TV 2.0”, che comprende pubblicità su smart TV connesse (Addressable TV, app e spazi pubblicitari nei menu), contribuisce con il 15% del totale, segnando una crescita del 22% rispetto al 2024.

I problemi di governance 

Nonostante la crescita, la ricerca mette in luce alcune criticità. La mancanza di una governance chiara e strutturata ostacola la realizzazione di piani video integrati. I brand lamentano confusione nei ruoli e interlocutori non ben definiti tra i vari attori della filiera, generando una gestione frammentata. Le differenze tra culture media online e offline creano inoltre compartimenti stagni difficili da superare. In molti casi, i budget destinati alla TV lineare vengono riallocati senza una strategia unitaria.

L’adozione del programmatic advertising è frenata dalla limitata disponibilità di inventory pubblicitaria, dalla frammentazione tecnologica e dai costi percepiti elevati.

Il futuro della TV 2.0

La valutazione delle campagne video resta un tema complesso: la varietà delle fonti dati e l’assenza di metriche comuni impediscono una lettura unitaria dell’audience. Sebbene strumenti come il Marketing Mix Model siano sempre più utilizzati per analisi a breve termine, l’effetto a medio-lungo termine della TV 2.0 rimane poco approfondito.

Nicola Spiller, direttore dell’Osservatorio, sottolinea come, nonostante molte imprese affermino di adottare strategie video integrate, nella pratica prevalgano ancora approcci tradizionali che separano la pianificazione tra TV tradizionale e video digitale.

Digitalizzazione: solo una PMI su due investe davvero 

La piena maturità resta un obiettivo lontano. Infatti, la trasformazione digitale delle piccole e medie imprese italiane procede, ma a rilento.

Anche se il 54% delle PMI dichiari di investire attivamente in tecnologie digitali, la maggior parte di questi sforzi resta confinata ad aree specifiche e non produce un reale cambio di passo organizzativo.

Tecnologia sì, ma senza strategia integrata

Secondo i dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, molti imprenditori si sono dotati di strumenti digitali, ma spesso questi non sono interconnessi e vengono utilizzati prevalentemente in ambito amministrativo.

Un’impresa su tre, ad esempio, non ha ancora un responsabile IT, interno o esterno. Manca, insomma, una visione strategica in grado di far evolvere l’azienda nel suo complesso.

Gli ostacoli allo sviluppo: competenze, connessione e cultura

I principali freni alla digitalizzazione non sono più economici, ma culturali e infrastrutturali. Il 59% delle PMI segnala una carenza di competenze digitali, mentre il 44% parla di un atteggiamento culturale poco aperto al cambiamento.

Inoltre, quasi la metà delle imprese soffre per una connettività inadeguata, in particolare nelle aree meno industrializzate dove l’accesso alla fibra ottica resta scarso.

Formazione e fondi pubblici: i due problemi principali

Le attività formative stentano a decollare. Il 38% delle imprese non considera prioritario lo sviluppo delle competenze digitali e quando si fa formazione, è spesso rivolta ai soli livelli operativi.

A questo si aggiunge una scarsa propensione a utilizzare fondi pubblici: meno di un’impresa su tre ne ha usufruito nell’ultimo anno, ostacolata da burocrazia e difficoltà informative.

Diffidenza verso collaborazioni con startup, università e centri di ricerca

L’adozione di strumenti come intelligenza artificiale, blockchain o analisi dei dati è ancora marginale. Le PMI si affidano soprattutto a fornitori tradizionali e mostrano ancora diffidenza verso collaborazioni con startup, università e centri di ricerca.

Serve un’ecosistema pubblico-privato che funzioni

Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio, sottolinea l’importanza di un ecosistema pubblico-privato coeso: “Serve un cambio culturale profondo, sostenuto da politiche mirate e partnership strategiche. Solo così le PMI potranno colmare il divario digitale e affrontare le sfide future con maggiore competitività”.

Donare nell’era digitale: italiani più solidali (e smart)

Gli italiani si confermano un popolo generoso, disposto a donare per la cause in cui crede. Negli ultimi anni, però, c’è stato un cambiamento radicale nelle modalità in cui si realizza la solidarietà. Oggi, infatti, la beneficenza si fa in rete, a metà tra clic e cuore. I cittadini non si limitano più a versare un contributo: diventano parte attiva delle cause sociali, offrendo tempo, competenze e visibilità alle organizzazioni non profit. E lo fanno anche nel momento più impensato: mentre acquistano online.

La fotografia di questo cambiamento arriva dall’Osservatorio Donare 3.0, curato da BVA Doxa insieme a PayPal e Rete del Dono, che nel 2024 ha analizzato le abitudini digitali di solidarietà di oltre 4.000 italiani tra i 18 e i 64 anni.

Il checkout con il cuore: 1 su 3 dona mentre acquista online

Una delle tendenze più interessanti riguarda la donazione integrata all’e-commerce: il 32% degli utenti digitali ha effettuato una donazione durante il pagamento di un acquisto online. Un segnale forte di come la solidarietà stia diventando parte integrante dell’esperienza digitale quotidiana.

Parallelamente, cresce il ricorso al crowdfunding donation-based, con quasi 1 italiano su 4 che ha partecipato a una raccolta fondi online nell’ultimo anno. Si tratta del dato più alto registrato dal 2014 ad oggi.

Le cause che coinvolgono di più: salute, ambiente e impegno locale

Nel 2024 le donazioni si sono concentrate soprattutto in tre ambiti: salute e ricerca medica (51%), ambiente e protezione animale (28%) e assistenza a fasce fragili (24%). Il periodo natalizio resta quello con la maggiore propensione alla donazione, seguito da eventi come compleanni, matrimoni e ricorrenze personali.

Anche la cultura ha un posto importante nel cuore degli italiani: il 44% ha donato almeno una volta per sostenere un progetto culturale. Tra i principali motivi: l’impatto sul proprio territorio (46%), la passione personale per l’arte (36%) e la fiducia nell’organizzazione promotrice (41%).

Giovani protagonisti del dono e importi alla portata di tutti

A trainare il cambiamento sono soprattutto le nuove generazioni: oltre la metà della Gen Z e quasi il 50% dei Millennials ha sostenuto progetti culturali. Una spinta che coinvolge anche i piccoli gesti: il 54% dei donatori ha contribuito con meno di 50 euro, segno di una solidarietà diffusa e democratica.

Non solo donazioni economiche: il 34% degli italiani ha partecipato ad attività di volontariato, e molti si dichiarano pronti a diventare ambasciatori delle cause che sostengono. La richiesta di chiarezza e trasparenza è sempre più forte: l’80% vuole sapere come vengono impiegati i fondi raccolti.

App, smartphone e AI: gli strumenti della nuova solidarietà

Lo smartphone si conferma il canale più utilizzato per donare online, superando ancora una volta il computer. Un trend in costante crescita tra i più giovani, che usano app e piattaforme per contribuire in modo veloce e sicuro.

Inizia a farsi spazio anche l’intelligenza artificiale: il 14% degli utenti digitali ha già usato strumenti di AI per informarsi su una ONP prima di donare. E quasi la metà è interessata a farlo in futuro. Un’opportunità per le organizzazioni, che possono costruire relazioni più trasparenti e personalizzate con i propri sostenitori.

Giovani e lavoro in Italia: più occupazione ma meno imprese under 35

Il tema del lavoro è una delle maggiori criticità che il nostro Paese deve affrontare, soprattutto per quanto riguarda l’occupazione delle generazioni più giovani. Ma quali sono i “numeri” reali? Innanzitutto va premesso che il mercato del lavoro italiano sta attraversando un cambiamento importante. Mentre la popolazione giovanile tra i 18 e i 34 anni si riduce, si osserva un incremento dell’occupazione giovanile alle dipendenze. Parallelamente, però, cala il numero di giovani imprenditori.

A sottolineare questa dinamica è stato Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, durante un evento organizzato in collaborazione con Almalaurea, dedicato all’orientamento, alla nascita di nuove imprese e all’inserimento lavorativo.

“Persi” un milione di ragazzi fra i 18 e i 34 anni 

Tra il 2011 e il 2024, l’Italia ha perso circa un milione di giovani nella fascia 18-34 anni. Questo calo demografico ha avuto un impatto diretto anche sull’imprenditorialità: il numero di imprese guidate da under 35 è diminuito del 31%.

Inoltre, la quota di nuove imprese fondate da giovani è passata dal 34,6% del totale nel 2011 al 27,8% nel 2024. Una tendenza che segnala difficoltà concrete nel fare impresa, soprattutto per le nuove generazioni.

Più lavoratori dipendenti

Nonostante le difficoltà imprenditoriali, si registra un dato positivo sul fronte occupazionale. Dal 2015 al 2024, il numero di giovani lavoratori dipendenti (principalmente a tempo pieno) è aumentato di ben 640mila unità.

Questo suggerisce una crescente preferenza per percorsi di lavoro più stabili e strutturati, rispetto alla scelta, più incerta, di mettersi in proprio.

Le barriere all’imprenditorialità giovanile

Secondo un’indagine di Unioncamere, quasi l’80% dei giovani imprenditori segnala ostacoli nella fase di avvio di un’impresa. Tra questi, le maggiori difficoltà riguardano le complesse procedure amministrative.

Più di un giovane imprenditore su due indica la burocrazia come uno dei principali freni. Diventa quindi fondamentale rafforzare le politiche di supporto all’imprenditorialità giovanile.

Strumenti a sostegno dei nuovi imprenditori

Per rispondere a queste criticità, Unioncamere ha sviluppato il Servizio Nuove Imprese (SNI), una piattaforma che offre informazioni, strumenti e opportunità pensate per chi intende avviare un’attività. L’obiettivo è accompagnare aspiranti e neoimprenditori lungo il percorso della creazione d’impresa, riducendo gli ostacoli iniziali.

Start-up innovative in crescita

Una nota positiva arriva dal fronte dell’innovazione: le imprese tecnologiche e le start-up innovative sono in forte espansione. Tra il 2016 e il 2024, il numero di start-up innovative registrate è più che raddoppiato, passando da meno di 6.000 a oltre 12.000, con una crescita del +111,6%.

Un segnale incoraggiante, che evidenzia la vitalità di un segmento imprenditoriale giovane, dinamico e orientato al futuro.

Sanità pubblica: crescono (poco) i fondi, ma resta il gap con il PIL

La spesa sanitaria italiana mostra qualche segnale di lieve miglioramento, ma senza reali cambiamenti. È quanto emerge dal Documento di Finanza Pubblica (DFP) approvato dal Governo il 9 aprile, analizzato dalla Fondazione GIMBE.

“La quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità resta insufficiente”, commenta Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione, sottolineando come il cronico sottofinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non accenni a migliorare.

Analisi indipendente sui numeri del DFP

Per evitare interpretazioni di parte, la Fondazione GIMBE ha condotto una verifica autonoma dei dati, confrontando le previsioni del DFP 2025 con quelle del Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine (PSBMT) 2025-2029.
Le analisi si riferiscono ai consuntivi 2024, alle previsioni 2025 e alle stime per il triennio successivo.

PIL in frenata e incertezze all’orizzonte

Secondo il DFP, la crescita del PIL reale nel 2024 si attesta allo 0,7%, inferiore di 0,3 punti rispetto alle previsioni iniziali.

Per il 2025 la crescita stimata si riduce drasticamente allo 0,6%, mentre per il 2026 e il 2027 il tasso sale allo 0,8%, pur restando sotto le aspettative precedenti.
“Le nuove stime evidenziano una revisione al ribasso”, avverte Cartabellotta, “in un contesto internazionale caratterizzato da grandi incertezze economiche”.

Spesa sanitaria: un aumento solo apparente

Nel 2024, la spesa sanitaria è salita a 138,3 miliardi di euro (+4,9% rispetto all’anno precedente), raggiungendo il 6,3% del PIL.
Più della metà dell’incremento, però, deriva da maggiori costi per il personale, dovuti principalmente ai rinnovi contrattuali.

Nel 2025, la spesa prevista toccherà i 143,4 miliardi (+3,6%), mantenendo il rapporto spesa/PIL al 6,4%. Una tendenza che resterà stabile anche nel triennio successivo, con lievi incrementi assoluti ma nessun aumento proporzionale rispetto al PIL.

Riforme in vista, ma senza risorse adeguate

Il DFP 2025 prevede 32 provvedimenti collegati alla prossima Legge di Bilancio, di cui due specifici per la sanità: il potenziamento dell’assistenza territoriale e il riordino delle professioni sanitarie.
“Sono iniziative importanti”, osserva Cartabellotta, “ma difficili da realizzare senza nuove risorse, in un contesto segnato da carenze di personale e da condizioni di lavoro sempre più critiche”.

La Sanità pubblica non è una “priorità per il Paese”

Secondo GIMBE, nonostante il lieve aumento di fondi, la sanità pubblica italiana rimane ampiamente sottofinanziata.
“Il DFP scongiura nuovi tagli, ma conferma che la sanità non è ancora una priorità per il Paese”, conclude Cartabellotta.

Ristorazione Collettiva: in Italia supera i 4,4 miliardi di euro

Nel 2023, pur avendo recuperato i valori di fatturato pre-pandemia e mantenendo invariato il livello occupazionale, il settore della ristorazione collettiva vede i propri margini d’impresa drasticamente ridotti dai costi crescenti di materie prime alimentari ed energia.

Attraverso il lavoro di 100.000 addetti, di cui l’80% donne, le 1000 aziende della filiera garantiscono ogni anno 780 milioni di pasti destinati a milioni di studenti di tutte le età, pazienti, lavoratori e persone in difficoltà, svolgendo un ruolo cruciale per la salute pubblica e l’inclusione sociale.
Emerge da ‘Sfide e Opportunità per la Ristorazione collettiva in Italia’, la ricerca commissionata da Oricon e realizzata da Nomisma.

L’EBITDA margin scende al 3%

A fronte di un fatturato di circa 4,5 miliardi di euro (2023) la ricerca mostra una diminuzione dei margini di impresa con un risultato operativo del -69% rispetto al 2018 e una riduzione dell’EBITDA margin dal 6% (2018) al 3% (2023).
Le cause riguardano l’impatto di alcuni fattori quali l’aumento dei costi di produzione dovuto ai trend macroeconomici, il cambiamento demografico e le nuove abitudini alimentari degli italiani.

Le crescenti richieste cui il settore deve rispondere, anche in termini di sostenibilità ambientale e sociale, se non supportate da un impianto normativo nazionale, regionale e locale si traducono in una continua erosione dei margini d’impresa, soprattutto nei segmenti in cui la quota di appalti pubblici è più elevata.

Le cause di un settore in difficoltà

Tra le principali cause delle difficoltà del settore, rientra anche la necessità di conciliare la qualità del servizio con l’efficienza economica, soprattutto nel soddisfare i criteri definiti dagli appalti pubblici, dove i budget sono limitati e i prezzi fissi rispetto alla significativa volatilità e all’incremento dei costi.

Se confrontati con quelli della ristorazione commerciale i risultati operativi delle aziende di ristorazione collettiva denotano un aumento dei costi per le materie prime e del personale, che non si è tradotto in un paragonabile aumento dei ricavi a causa della rigidità dei prezzi.

I costi del cambiamento sono a carico delle imprese

Al contempo, il quadro normativo all’interno del quale si muovono le aziende della ristorazione collettiva impone quantità e qualità delle materie prime da utilizzare, ma non contempla l’adeguamento dei prezzi a carico delle PA in caso di significativi aumenti dei costi.

“Evitare che le imprese siano gli unici attori del sistema della ristorazione collettiva a sostenere i costi del cambiamento è un’azione necessaria per far sì che il settore possa continuare a erogare i propri servizi e garantire continuità occupazionale e qualità – commenta Sara Teghini, Senior Advisor Nomisma -. La rigidità delle regolamentazioni in ampi segmenti del mercato della ristorazione collettiva ha impedito la messa in campo di strategie di adeguamento dell’offerta, che hanno avuto ripercussioni non solo sui margini operativi delle imprese, ma anche sul raggiungimento effettivo del servizio in termini sociali, di sostenibilità e soddisfazione del welfare degli utenti finali”.

Lo shopping nel 2025 riscrive le regole del retail

Nel 2025, l’accelerazione digitale accresce l’accessibilità di esperienze e beni di consumo, ma allo stesso tempo, le incertezze economiche ridimensionano le aspirazioni del consumatore. Tornano quindi a guadagnare appeal alternative low-cost e lusso second-hand, e la conferma dell’autenticità dei marchi oggi dev’essere garantita in caso di spesa mirata.

Non è un caso che il Buy now Pay later sia fra le modalità di acquisto predilette da Millennials e GenZ. Un dato, questo, che certifica il passaggio verso una nuova flessibilità finanziaria, dove lo shopper diventa sempre più selettivo e prudente, favorendo una vera e propria ‘riscrittura delle regole del retail’.
Sono alcune evidenze emerse da ‘The State of Shopping 2025’, l’analisi sviluppata da Scalapay sulla base dei dati forniti da Casaleggio Associati. 

Torna l’esperienza d’acquisto nei negozi fisici

Le statistiche tracciano una rotta chiara: nel 2024 il 65% dei consumatori ha privilegiato brand economici e il 57% ha cercato sconti online.
Privacy e autenticità ora rappresentano due pilastri dell’acquisto, indispensabili per far fronte alle truffe alimentate da AI e deepfake, una delle principali preoccupazioni per il 79% degli shopper.

Torna quindi l’esperienza d’acquisto nei negozi fisici, dove scovare le occasioni di persona, ma guadagna terreno anche l’e-commerce.
I volumi di vendita maggiori sono rappresentati dai viaggi (22,8% della spesa totale) e dalla moda (18,3%), con una netta preferenza per mezzi finanziari che garantiscano il controllo immediato della spesa. Le carte prepagate (45%) prevalgono sulle carte di debito (36%), riducendo il ricorso alle carte di credito (19%).

Quali sono gli elementi chiave per conquistare i consumatori?

I consumatori più dinamici sono concentrati in particolare in tre regioni, Lombardia (15%), Campania (13%) e Lazio (11%), con i rispettivi capoluoghi alla guida delle attività di consumo.

“L’innovazione nei metodi di pagamento, la fiducia digitale e l’esperienza d’acquisto personalizzata sono oggi elementi chiave per conquistare i consumatori – ha dichiarato Simone Mancini, ceo di Scalapay -. Il nostro impegno è supportare retailer e consumatori con soluzioni che rendano lo shopping più accessibile e sicuro, rispondendo alle nuove abitudini di consumo”.

Iper-personalizzazione, esperienze immersive, scelte sostenibili

Tre le linee di sviluppo previste per l’immediato futuro rientrano iper-personalizzazione, esperienze immersive e scelte sostenibili, guidate da investimenti in tecnologie anti-frode per costruire ecosistemi digitali sicuri, e scelte di ‘dupes’ e ‘resale’ come bilanciamento a un iperlusso sempre meno accessibile.

Ua ulteriore tendenza, riferisce Askanews, riguarda il riconoscimento dell’Intelligenza artificiale quale strumento ideale per identificare i prodotti più in linea col proprio profilo.