Per chi è obbligatorio il manuale HACCP?

Il manuale di Autocontrollo HACCP, acronimo di Hazard Analysis and Critical Control Points, è un documento essenziale per la sicurezza alimentare. Non si tratta di un’opzione, ma un obbligo normativo per numerose attività che operano nel settore agroalimentare.

L’obiettivo principale del manuale è identificare e prevenire i rischi igienico-sanitari che potrebbero compromettere la salubrità degli alimenti. Questo sistema garantisce che il cibo arrivi al consumatore in condizioni sicure.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, l’obbligo di adottare questo protocollo non riguarda solo i ristoranti o le grandi industrie, ma un’ampia varietà di operatori, indipendentemente dalle dimensioni o dalla specifica mansione. Si tratta di una misura preventiva che copre l’intera filiera produttiva e distributiva.

Chi deve redigere il manuale: un obbligo esteso

La redazione del manuale per HACCP è un dovere che spetta a tutte le attività che manipolano, producono, trasformano, trasportano o vendono alimenti. La normativa europea, recepita anche in Italia, non fa distinzioni tra grandi aziende e piccole imprese.

Dunque, l’obbligo si estende a tutti gli operatori del settore alimentare. È dunque coinvolto non solo chi lavora a contatto diretto con il cibo, ma anche chi si occupa di attività meno evidenti, come il trasporto o lo stoccaggio.

L’obiettivo è creare una catena di responsabilità che assicuri la sicurezza del prodotto in ogni sua fase. Questo sistema di autocontrollo è indispensabile per proteggere la salute pubblica e garantire la conformità alle leggi vigenti.

Attività con manipolazione diretta di alimenti

Sono tenute a redigere il manuale HACCP tutte le aziende che sono direttamente coinvolte nella produzione o nella trasformazione degli alimenti. Questo gruppo include, ad esempio, le aziende agricole e zootecniche, dove ha inizio la filiera.

Si aggiungono poi i caseifici e le macellerie, i panifici e le pasticcerie, luoghi in cui le materie prime vengono lavorate e trasformate. Anche le cantine vinicole, i frantoi, i molini e le torrefazioni rientrano in questa categoria.

Infine, sono inclusi i mangimifici e i laboratori alimentari che, pur non producendo cibo per il consumo umano diretto, influenzano la sicurezza della filiera. Il manuale in questi casi documenta i processi, le procedure e le misure adottate per gestire i rischi.

Attività con manipolazione indiretta di alimenti

L’obbligo del manuale HACCP non si ferma alla produzione. Esso si estende anche a chi manipola gli alimenti in modo indiretto. Fanno parte di questa categoria i depositi, i magazzini e i distributori automatici.

Anche le attività legate al trasporto e alla distribuzione di alimenti e bevande devono avere il proprio piano di autocontrollo. Sebbene queste attività non trasformino il prodotto, esse giocano un ruolo cruciale nel mantenerne l’integrità e la sicurezza.

Un trasporto inadeguato o una conservazione errata possono compromettere seriamente la qualità degli alimenti. Il manuale serve a definire le corrette procedure di igiene e conservazione per prevenire ogni possibile contaminazione.

Commercio e somministrazione: il contatto finale

Un’altra ampia categoria di attività soggette all’obbligo sono quelle di commercio e somministrazione. Ristoranti, pizzerie, paninerie, gelaterie e bar sono solo alcuni esempi.

I negozi di generi alimentari, le salumerie, le carnezzerie, i supermercati e le enoteche sono tenuti a rispettare la legge. A questo elenco si aggiungono le aziende ortofrutticole e i fruttivendoli, i venditori ambulanti e i banchi temporanei.

Anche le strutture ricettive, come alberghi, hotel e bed and breakfast, devono avere il manuale. Lo stesso vale per le mense aziendali e scolastiche.

Casi specifici: farmacie ed erboristerie

Esistono inoltre dei casi particolari che potrebbero sorprendere. Anche le farmacie e le erboristerie sono obbligate a redigere il manuale HACCP, ma solo a determinate condizioni.

Questo avviene quando tali attività sono coinvolte nella vendita di farmaci o presidi medici che necessitano di specifiche condizioni di refrigerazione. La necessità di mantenere la catena del freddo per questi prodotti rende indispensabile l’adozione di un sistema di autocontrollo.

La logica è la stessa applicata al settore alimentare: la sicurezza del prodotto, in questo caso un farmaco o un presidio medico, deve essere garantita dal produttore fino al consumatore finale. Il manuale HACCP definisce le procedure per il controllo delle temperature e per la gestione di eventuali anomalie.

Ipsos Equalities Index: nel 2025 i cittadini chiedono più sforzi per l’uguaglianza

Nel 2025 oltre il 40% dei cittadini a livello mondiale chiede maggiori sforzi al proprio governo per promuovere l’uguaglianza, mentre solo poco più del 20% ritiene si sia fatto fin troppo. Un divario che però rispetto al 2023 risulta ridotto.
Emerge dalla terza edizione dell’Ipsos Equalities Index condotto in 31 Paesi.

Lo studio rivela che metà della popolazione intervistata (50%) considera le disuguaglianze uno dei problemi più importanti nel proprio Paese. 
L’esito delle elezioni presidenziali americane del 2024 ha però segnato un cambiamento nel clima politico mondiale, influenzando il dibattito su molte questioni sociali e il modo in cui vengono elaborate le politiche su uguaglianza, diversità e inclusione.

Meritocrazia: divisi sulle cause del successo

Il 43% dei intervistati a livello globale ritiene necessario intensificare gli sforzi per promuovere l’uguaglianza,  più del doppio di chi pensa si stia esagerando (21%). Tuttavia, il divario si è ridotto rispetto al 2023, quando il 49% chiedeva più azione e solo il 19% riteneva si fosse andati troppo oltre.

Sulla questione meritocrazia, il 42% degli intervistati globali è convinto che le possibilità di successo nella vita dipendano dai propri meriti personali, mentre il 30% le attribuisce a fattori esterni non controllabili.
Questi dati sono rimasti praticamente invariati dal 2023, ma emergono segnali di una crescente divergenza tra le opinioni delle generazioni più anziane e quelle più giovani.

Americani più propensi a privilegiare la responsabilità individuale

Rispetto ai cittadini di altri Paesi, gli americani sono molto meno propensi a ritenere il governo responsabile della lotta alle disuguaglianze (48% contro il 65% della media globale) e privilegiano invece la responsabilità individuale (34% contro il 20% globale).

Anche i sostenitori del partito democratico, pur essendo più vicini alle posizioni internazionali, superano di 10 punti la media globale nell’attribuire ai singoli cittadini la responsabilità di affrontare le disuguaglianze.
E nonostante gli Stati Uniti presentino livelli di disuguaglianza superiori ad altre economie avanzate, solo quattro americani su dieci la considerano una priorità nazionale.

Non per tutti sono vittime di discriminazione

Le opinioni su quali gruppi subiscano discriminazioni sono rimaste sostanzialmente stabili negli ultimi due anni, anche se si nota un leggero calo nella percentuale di chi ritiene che le persone LGBT+ siano vittime di discriminazione.

Quanto alla salute mentale, la Generazione Z presenta sei volte più probabilità dei Baby Boomer di dichiarare di avere una disabilità cognitiva o di apprendimento, ed è tre volte più propensa a identificarsi come neurodivergente.

Italiani, quali sono i driver di scelta di un’auto nuova?

Si sa che gli italiani, da sempre, hanno una vera e propria passione per le automobili. Anche oggi, nonostante la mobilità sia molto cambiata nel corso del tempo. Ecco perchè è interessante scoprire cosa conta di più quando si compra un’auto. Vincono il design, le prestazioni o la reputazione del marchio?

Per rispondere a queste domande Facile.it ha commissionato a mUp Research un’indagine nazionale su un campione rappresentativo di automobilisti italiani. Lo studio, condotto a fine giugno 2025 su oltre 1.300 intervistati, ha messo in luce criteri di scelta consolidati ma anche alcune sorprese.

Il prezzo è la prima leva 

Non è una sorpresa che il prezzo resti il primo fattore: il 65,5% degli automobilisti lo indica come principale criterio nella scelta di un’auto nuova, pari a oltre 24 milioni di persone. Il dato resta stabile tra uomini e donne, ma cresce nella fascia 55-64 anni e tra i residenti del Centro Italia, dove supera il 70%.

Subito dopo emerge il tipo di alimentazione (benzina, diesel, ibrida o elettrica), che conta per il 48,6% del campione e diventa ancora più rilevante tra gli over 55.
Sul gradino più basso del podio troviamo i costi di gestione – manutenzione, consumi e assicurazione – considerati dal 38,6% degli intervistati, con punte superiori al 42% al Sud e nelle Isole.

Le dimensioni contano

Appena fuori dal podio ci sono le dimensioni dell’auto, indicate dal 27,9% del campione. Questo parametro diventa cruciale in contesti specifici: nei grandi centri urbani, dove parcheggiare è complicato, la percentuale sale al 30,4%.

Nei piccoli comuni sotto i 10.000 abitanti, invece, la scelta ricade su auto più compatte per muoversi tra vicoli e strade strette (32,1%).

Le differenze tra uomini e donne

Analizzando i dati per genere si scoprono alcune sfumature interessanti. Se la reputazione del marchio ha lo stesso peso per entrambi (20,2%), gli uomini si mostrano più sensibili alle prestazioni del veicolo (24,3% contro il 20,4% delle donne) e all’estetica (19,8% contro 15,4%).

Le donne, invece, danno maggiore importanza alla facilità di guida e alla maneggevolezza: parametro decisivo per il 21,5% di loro, contro il 13,8% degli uomini.

Pronta consegna? Anche no  

Sorprende infine la poca attenzione ai tempi di consegna: solo il 3,1% degli intervistati considera fondamentale ricevere l’auto in tempi rapidi. La maggior parte degli italiani sembra disposta ad aspettare, pur di avere il modello desiderato.

Prezzo, praticità e alimentazione i principali fattori di scelta

L’indagine conferma come la scelta dell’auto in Italia resti guidata da logiche pratiche ed economiche, con differenze legate all’età, al genere e alla zona di residenza. Ma anche se il prezzo resta il primo fattore per l’acquisto, cresce l’attenzione verso elementi come alimentazione e costi di gestione, segnali di una mobilità che cambia.

Mercato del lavoro, basta mismatch: arriva un’alleanza istituzionale

Nel mercato odierno del lavoro, il cosiddetto mismatch – ovvero il divario tra profili richiesti e disponibili – è una vera e propria criticità. Per fortuna, arriva una buona notizia dalle istituzioni: CNEL e Unioncamere si sono messi insieme per analizzare il disallineamento tra lavoro e competenze.
La nuova intesa tra le due realtà italiane parte con la pubblicazione del primo rapporto congiunto sul mismatch lavorativo in Italia. Il documento mira a fornire strumenti concreti per interpretare l’evoluzione della domanda e dell’offerta di lavoro, offrendo supporto a politiche occupazionali, formative e di sviluppo dei territori.

Il rapporto si divide in due parti: una fotografica le dinamiche occupazionali nel primo semestre 2025, l’altra propone previsioni per i prossimi cinque anni, includendo tutti i comparti economici, dalla manifattura alla pubblica amministrazione.

I trend del 2025: settori tradizionali in crescita, quelli tecnologici col freno tirato

Nel breve termine, le previsioni parlano chiaro: sono le imprese di piccole dimensioni a trainare la crescita dell’occupazione, con il settore dei servizi che copre oltre il 70% dei contratti programmati (2,94 milioni).

Turismo, accoglienza, commercio e ristorazione mostrano segnali di ripresa rispetto al 2024, mentre calano le prospettive nei settori più innovativi, come informatica e consulenza alle imprese. In particolare, l’ICT registra una flessione del 13,4% su base annua.

Quali sono le figure introvabili?

Come dicevamo, uno dei nodi più spinosi nel mondo del lavoro è la difficoltà nel reperire personale: quasi una posizione su due è difficile da coprire. Le imprese segnalano problemi soprattutto nei comparti ad alta intensità tecnica e scientifica, come metalmeccanica, elettronica, informatica e telecomunicazioni.

Anche se la richiesta di operai specializzati c’è ed è in crescita, aumenta la domanda per mansioni nei servizi a bassa e media qualifica.

Oltre 3 milioni di nuovi ingressi nei prossimi cinque anni

Guardando al medio termine, il fabbisogno occupazionale stimato si attesta tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori. Il 74% delle richieste interesserà ancora il settore terziario, con particolare enfasi sui servizi alla persona, che potrebbero generare fino a 826mila posti.

Restano invece marginali i numeri dei comparti ad alta intensità di conoscenza, come l’ICT, che riguardano solo il 3% della domanda complessiva.

Necessari formazione e orientamento

Secondo CNEL e Unioncamere, almeno il 37% delle nuove assunzioni richiederà un titolo universitario, specialmente in ambito STEM. Grande rilievo avranno anche i diplomati tecnici e professionali, che copriranno circa la metà delle posizioni.
“Occorre una svolta nelle politiche educative e formative – ha dichiarato Renato Brunetta, presidente del CNEL – per rispondere alla trasformazione del lavoro e rafforzare le competenze scientifiche e tecnologiche”.

Per Andrea Prete, presidente di Unioncamere, “orientare la formazione e valorizzare l’istruzione tecnica è essenziale per contrastare il mismatch e sostenere l’occupazione”. Anche la consigliera Marcella Mallen evidenzia l’urgenza di interventi strategici e investimenti nei talenti per affrontare il divario tra competenze richieste e disponibili.

Viaggi in aereo: nell’ultimo anno più di 4,7 milioni di italiani hanno smarrito i bagagli

Emerge da un’indagine commissionata da Facile.it a EMG Different: sono oltre 4,7 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno subito il furto o hanno smarrito i bagagli viaggiando in aereo. In particolare, a 1,5 milioni di viaggiatori, pari all’8%, la valigia è stata consegnata in ritardo, mentre a quasi 549mila è stata rubata in aeroporto.

Per il 16,8% dei vacanzieri, ovvero, poco più di 4 milioni di italiani, il bagaglio è stato smarrito dalla compagnia aerea e non è stato più ritrovato. 
Non è un caso che a giugno 2025 la ricerca online di prodotti assicurativi legati alle vacanze sia aumentata del 5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Tutelarsi da smarrimento, danneggiamento o ritardata consegna delle valigie

L’assicurazione smarrimento bagagli è infatti una copertura che normalmente viene proposta come estensione alla tradizionale polizza viaggio. Si tratta di una tutela del viaggiatore in caso di smarrimento, danneggiamento o ritardata consegna delle valigie da parte del vettore aereo, o in caso di furto bagagli durante la vacanza.

“Le assicurazioni viaggio tutelano i contraenti da una vasta gamma di imprevisti che possono sopraggiungere durante una vacanza, tra cui anche lo smarrimento, il furto o la ritardata consegna delle valigie – spiega Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it -. In casi come questi l’assicurazione interviene non solo rimborsando il valore dei beni contenuti, ma anche coprendo le spese sostenute per gli acquisti di prima necessità”.

Alcune assicurazioni non coprono smartphone, tablet, pc e fotocamere

Nel caso di smarrimento definitivo o furto, la polizza rimborserà, nei limiti dei massimali, il valore dei beni perduti.
Attenzione alle esclusioni: alcune assicurazioni, ad esempio, non coprono oggetti come smartphone, tablet, pc e fotocamere, altre, invece, applicano massimali ridotti. Denaro contante, assegni e oggetti d’arte normalmente non vengono rimborsati.

Se la valigia conteneva anche documenti come passaporto, carta di identità o patente, nella maggior parte dei casi l’assicurazione viaggio fornisce un contributo economico per rifarli.
E se il sinistro è stato causato dal vettore e questi risarcisce, l’assicurato sarà indennizzato dalla propria società assicurativa solo dopo aver dedotto l’importo liquidato dalla compagnia aerea.

Non lasciare oggetti incustoditi: pena l’esclusione dal rimborso

Nel caso di bagaglio consegnato in ritardo, invece, l’assicurazione rimborsa all’assicurato le spese sostenute per acquisti di beni di prima necessità. La definizione di ritardo può però variare da compagnia a compagnia, ma normalmente devono trascorrere almeno 12 ore dall’orario di arrivo previsto.

Le polizze smarrimento bagagli non coprono mai i danni agevolati da dolo o colpa grave dell’assicurato, ovvero, nel caso in cui gli oggetti vengano lasciati incustoditi in qualsiasi momento, in caso di dimenticanza, incuria o perdita da parte dell’assicurato. La garanzia è operante non solo per valigie e borse, ma anche per carrozzine e passeggini.
Per quanto riguarda i prezzi, partono da circa 22 euro per due settimane di viaggio in Europa e da 38 euro per due settimane negli Stati Unita d’America.

Imprese e lavoro: una su tre assumerà personale extra UE entro il 2026

A spingere gli imprenditori a rivolgersi all’estero per soddisfare il fabbisogno occupazionale è principalmente la mancanza di lavoratori italiani. Una motivazione segnalata dal 73,5% delle imprese.

Anche per questo, il 68,7% delle aziende è disposto a investire entro il 2026 in formazione del personale straniero, a fronte del 54,5% di quelle che non assumono lavoratori extra-UE.
In pratica, un’impresa su tre ha in programma di assumere lavoratori stranieri extra Ue entro il 2026 o lo ha già fatto tra il 2021 e il 2023. Emerge dall’indagine di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne.

Più alta la richiesta nel Nord Est 

Il 47,1% delle imprese prevede di assumere operai specializzati, il 32,6% assumerà o ha assunto operai generici, il 13,3% lavoratori del terziario, l’11,1% artigiani, il 9,3% tecnici specializzati, il 4,9% professionisti altamente qualificati e appena l’1,1% manager. 

E sono soprattutto le imprese del Nord Est a ricorrere a lavoratori stranieri per fare fronte ai piani di assunzione. 
Il 36,5% delle imprese del Triveneto assumerà personale extra UE entro il 2026 o lo ha già fatto tra il 2021-23, a fronte del 31,8% del totale del sistema imprenditoriale italiano.

Il 3% delle imprese assume stranieri per pagare meno

A trainare sono soprattutto le imprese del Trentino-Alto Adige/Südtirol (39,1%), seguite da quelle del Veneto (37,6%) e del Friuli-Venezia (36,8%).
Meno dinamica è la domanda proveniente dal Mezzogiorno. Solo il 28,6% delle imprese meridionali ha in programma o ha programmato di assumere lavoratori non europei. 

In generale, è la difficoltà di trovare lavoratori italiani a motivare le imprese a cercare personale straniero fuori dall’Unione europea. A seguire, anche se in misura sensibilmente minore, tra le altre motivazioni indicate rientrano la mancanza di giovani derivante dal calo demografico (12,6%), migliori competenze tecniche da parte dei lavoratori stranieri (9,4%) e marginalmente il minore costo del lavoro (3,0%).  

Hi-tech e manifatturiero i settori più propensi

Più imprese manifatturiere, più tecnologiche, più grandi: è questo l’identikit delle realtà imprenditoriali che mostrano una maggiore propensione ad assumere lavoratori extra europei.

Il 37,2% delle imprese industriali ha pianificato di farlo entro il 2026 o lo ha fatto tra il 2021 e il 2023, a fronte del 27,4% di quelle dei servizi. E se nel manifatturiero il 40,2% delle imprese che ricorre al mercato del lavoro al di fuori dell’UE appartiene ai settori ad alta tecnologia, nei servizi il 36,2% opera nei settori a bassa intensità tecnologica.
Nel complesso la metà delle aziende che assumono stranieri non europei, impiega tra 50 e 499 addetti, a fronte del 27,3% di quelle piccole. 

Turismo: nel primo trimestre 2025 arrivi e presenze in leggero calo 

Lo evidenziano i dati provvisori dell’indagine ISTAT dal titolo ‘Movimento dei clienti negli esercizi ricettivi’: nel complesso il primo trimestre 2025 evidenzia performance leggermente inferiori rispetto allo stesso periodo del 2024, quando i flussi turistici segnavano valori record. 

In dettaglio, a gennaio 2025 gli arrivi turistici in Italia sono 6,1 milioni e le presenze 19,5 milioni. Entrambi mostrano una crescita significativa rispetto a gennaio 2024 (rispettivamente +4,0% e +3,6%). A febbraio, con 6,4 milioni di arrivi e 19,9 milioni di presenze, si registrano valori sostanzialmente identici a quelli del 2024 (-0,4%, -0,2%).
A marzo gli arrivi calano del 5,3% e le presenze del 3,8%.

A diminuire sono i turisti italiani

Il leggero calo delle presenze e quello più sostenuto degli arrivi sono determinati dalla componente della clientela residente in Italia, che diminuisce del 2,2% in termini di arrivi e dell’1,4% in termini di presenze.
Gli stranieri mostrano valori in debole crescita rispetto allo stesso trimestre del 2024 (+0,2% arrivi, +0,6% presenze).

Gli arrivi e le presenze dei turisti italiani evidenziano un leggero incremento tendenziale solo a gennaio (+0,4, +0,1%), mentre diminuiscono sia a febbraio (-2,8%, -2,9%) sia a marzo (-3,8%, -1,5%).
I flussi dei turisti stranieri mostrano invece una crescita sostenuta a gennaio (+9,6%, +8%), una variazione positiva a febbraio (+2,4%, +2,2%) e un marcato calo a marzo (-6,9%, -5,7%).

Alberghi -1,8%, altre strutture +3,5%

Tra le componenti della domanda, nel periodo considerato prevale quella estera, che rappresenta il 51,6% delle presenze totali del trimestre, raggiungendo quota 54,4% e 53,2% nei mesi di febbraio e marzo. Solo a gennaio prevalgono le presenze domestiche (53,2%).
Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente gli esercizi alberghieri registrano nel primo trimestre 2025 un leggero calo di presenze (-1,8%), mentre quelli extra alberghieri un incremento della clientela (+3,5%).

In particolare, le presenze alberghiere crescono in termini tendenziali a gennaio (+2%), ma calano nei due mesi successivi (-2,3% febbraio, -4,6% marzo). Negli esercizi extra-alberghieri, invece, le presenze crescono soprattutto a gennaio (+8,5%) e a febbraio (+5,6) e mostrano una flessione a marzo (-1,8%).

Permanenza media degli stranieri 3,48 notti

In tutti e tre i mesi del trimestre le presenze della clientela domestica diminuiscono nel comparto alberghiero e aumentano negli esercizi extra alberghieri.
Diverso l’andamento della componente non residente, in crescita a gennaio nel settore alberghiero (+5,2%), ma soprattutto in quello extra alberghiero (+16,3%), così come a febbraio (esercizi extra alberghieri +8,2%), mentre diminuiscono per entrambe le tipologie di alloggio a marzo (-5,9% alberghi e -5,2% extra-alberghieri).

La permanenza media dei clienti negli esercizi ricettivi è pari a 3,04 notti e risulta allineata ai valori del primo trimestre 2024, sia per gli italiani (2,69 notti, +0,02), sia per gli stranieri (3,48 notti, +0,01).

Pubblicità video in Italia: un business sempre più digitale

Nel 2025 la pubblicità video continua a rappresentare una quota significativa del mercato pubblicitario italiano, raggiungendo il 57% del totale raccolto.

Però la frammentazione nella gestione e la mancanza di metriche standardizzate stanno rallentando lo sviluppo di strategie pubblicitarie video davvero integrate, secondo l’ultimo studio dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

L’evoluzione del mercato video: dal tradizionale al digitale

La televisione si è trasformata profondamente negli ultimi anni, passando da un sistema lineare a un ecosistema digitale interconnesso. La recente indagine dell’Osservatorio Internet Media mostra come la raccolta pubblicitaria video abbia superato i 6,6 miliardi di euro, con un incremento dell’1% rispetto al 2024.

È importante però distinguere tra pubblicità video inserita in veri contenuti video e formati che si avvalgono di spazi pubblicitari non necessariamente video, come il video outstream. Se si considera solo la pubblicità all’interno di contenuti video, il mercato si attesta al 43% degli investimenti pubblicitari, circa 5 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Di questi, il 78% proviene dalla TV tradizionale e dall’HbbTV, mentre il 21,5% è generato da piattaforme video online come AVOD e FAST Channel.

Smart TV e TV 2.0

Il settore televisivo mantiene un peso rilevante nella raccolta pubblicitaria, tanto che rappresenta il 39% del totale investimenti, pari a 4,6 miliardi di euro (+5%). In questo ambito, la cosiddetta “TV 2.0”, che comprende pubblicità su smart TV connesse (Addressable TV, app e spazi pubblicitari nei menu), contribuisce con il 15% del totale, segnando una crescita del 22% rispetto al 2024.

I problemi di governance 

Nonostante la crescita, la ricerca mette in luce alcune criticità. La mancanza di una governance chiara e strutturata ostacola la realizzazione di piani video integrati. I brand lamentano confusione nei ruoli e interlocutori non ben definiti tra i vari attori della filiera, generando una gestione frammentata. Le differenze tra culture media online e offline creano inoltre compartimenti stagni difficili da superare. In molti casi, i budget destinati alla TV lineare vengono riallocati senza una strategia unitaria.

L’adozione del programmatic advertising è frenata dalla limitata disponibilità di inventory pubblicitaria, dalla frammentazione tecnologica e dai costi percepiti elevati.

Il futuro della TV 2.0

La valutazione delle campagne video resta un tema complesso: la varietà delle fonti dati e l’assenza di metriche comuni impediscono una lettura unitaria dell’audience. Sebbene strumenti come il Marketing Mix Model siano sempre più utilizzati per analisi a breve termine, l’effetto a medio-lungo termine della TV 2.0 rimane poco approfondito.

Nicola Spiller, direttore dell’Osservatorio, sottolinea come, nonostante molte imprese affermino di adottare strategie video integrate, nella pratica prevalgano ancora approcci tradizionali che separano la pianificazione tra TV tradizionale e video digitale.

Digitalizzazione: solo una PMI su due investe davvero 

La piena maturità resta un obiettivo lontano. Infatti, la trasformazione digitale delle piccole e medie imprese italiane procede, ma a rilento.

Anche se il 54% delle PMI dichiari di investire attivamente in tecnologie digitali, la maggior parte di questi sforzi resta confinata ad aree specifiche e non produce un reale cambio di passo organizzativo.

Tecnologia sì, ma senza strategia integrata

Secondo i dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, molti imprenditori si sono dotati di strumenti digitali, ma spesso questi non sono interconnessi e vengono utilizzati prevalentemente in ambito amministrativo.

Un’impresa su tre, ad esempio, non ha ancora un responsabile IT, interno o esterno. Manca, insomma, una visione strategica in grado di far evolvere l’azienda nel suo complesso.

Gli ostacoli allo sviluppo: competenze, connessione e cultura

I principali freni alla digitalizzazione non sono più economici, ma culturali e infrastrutturali. Il 59% delle PMI segnala una carenza di competenze digitali, mentre il 44% parla di un atteggiamento culturale poco aperto al cambiamento.

Inoltre, quasi la metà delle imprese soffre per una connettività inadeguata, in particolare nelle aree meno industrializzate dove l’accesso alla fibra ottica resta scarso.

Formazione e fondi pubblici: i due problemi principali

Le attività formative stentano a decollare. Il 38% delle imprese non considera prioritario lo sviluppo delle competenze digitali e quando si fa formazione, è spesso rivolta ai soli livelli operativi.

A questo si aggiunge una scarsa propensione a utilizzare fondi pubblici: meno di un’impresa su tre ne ha usufruito nell’ultimo anno, ostacolata da burocrazia e difficoltà informative.

Diffidenza verso collaborazioni con startup, università e centri di ricerca

L’adozione di strumenti come intelligenza artificiale, blockchain o analisi dei dati è ancora marginale. Le PMI si affidano soprattutto a fornitori tradizionali e mostrano ancora diffidenza verso collaborazioni con startup, università e centri di ricerca.

Serve un’ecosistema pubblico-privato che funzioni

Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio, sottolinea l’importanza di un ecosistema pubblico-privato coeso: “Serve un cambio culturale profondo, sostenuto da politiche mirate e partnership strategiche. Solo così le PMI potranno colmare il divario digitale e affrontare le sfide future con maggiore competitività”.

Donare nell’era digitale: italiani più solidali (e smart)

Gli italiani si confermano un popolo generoso, disposto a donare per la cause in cui crede. Negli ultimi anni, però, c’è stato un cambiamento radicale nelle modalità in cui si realizza la solidarietà. Oggi, infatti, la beneficenza si fa in rete, a metà tra clic e cuore. I cittadini non si limitano più a versare un contributo: diventano parte attiva delle cause sociali, offrendo tempo, competenze e visibilità alle organizzazioni non profit. E lo fanno anche nel momento più impensato: mentre acquistano online.

La fotografia di questo cambiamento arriva dall’Osservatorio Donare 3.0, curato da BVA Doxa insieme a PayPal e Rete del Dono, che nel 2024 ha analizzato le abitudini digitali di solidarietà di oltre 4.000 italiani tra i 18 e i 64 anni.

Il checkout con il cuore: 1 su 3 dona mentre acquista online

Una delle tendenze più interessanti riguarda la donazione integrata all’e-commerce: il 32% degli utenti digitali ha effettuato una donazione durante il pagamento di un acquisto online. Un segnale forte di come la solidarietà stia diventando parte integrante dell’esperienza digitale quotidiana.

Parallelamente, cresce il ricorso al crowdfunding donation-based, con quasi 1 italiano su 4 che ha partecipato a una raccolta fondi online nell’ultimo anno. Si tratta del dato più alto registrato dal 2014 ad oggi.

Le cause che coinvolgono di più: salute, ambiente e impegno locale

Nel 2024 le donazioni si sono concentrate soprattutto in tre ambiti: salute e ricerca medica (51%), ambiente e protezione animale (28%) e assistenza a fasce fragili (24%). Il periodo natalizio resta quello con la maggiore propensione alla donazione, seguito da eventi come compleanni, matrimoni e ricorrenze personali.

Anche la cultura ha un posto importante nel cuore degli italiani: il 44% ha donato almeno una volta per sostenere un progetto culturale. Tra i principali motivi: l’impatto sul proprio territorio (46%), la passione personale per l’arte (36%) e la fiducia nell’organizzazione promotrice (41%).

Giovani protagonisti del dono e importi alla portata di tutti

A trainare il cambiamento sono soprattutto le nuove generazioni: oltre la metà della Gen Z e quasi il 50% dei Millennials ha sostenuto progetti culturali. Una spinta che coinvolge anche i piccoli gesti: il 54% dei donatori ha contribuito con meno di 50 euro, segno di una solidarietà diffusa e democratica.

Non solo donazioni economiche: il 34% degli italiani ha partecipato ad attività di volontariato, e molti si dichiarano pronti a diventare ambasciatori delle cause che sostengono. La richiesta di chiarezza e trasparenza è sempre più forte: l’80% vuole sapere come vengono impiegati i fondi raccolti.

App, smartphone e AI: gli strumenti della nuova solidarietà

Lo smartphone si conferma il canale più utilizzato per donare online, superando ancora una volta il computer. Un trend in costante crescita tra i più giovani, che usano app e piattaforme per contribuire in modo veloce e sicuro.

Inizia a farsi spazio anche l’intelligenza artificiale: il 14% degli utenti digitali ha già usato strumenti di AI per informarsi su una ONP prima di donare. E quasi la metà è interessata a farlo in futuro. Un’opportunità per le organizzazioni, che possono costruire relazioni più trasparenti e personalizzate con i propri sostenitori.