Ottobre 2025: l’inflazione rallenta, l’aumento dei prezzi frena

A volte basta andare a fare la spesa per accorgersi che qualcosa si muove. Non sempre, purtroppo, al ribasso. Ma a ottobre 2025 l’Istat ci consegna una fotografia che, per una volta, lascia spazio a un po’ di ottimismo: l’inflazione rallenta in modo netto.

L’indice dei prezzi al consumo (NIC), senza tabacchi, scende dello 0,3% rispetto a settembre e si attesta a +1,2% su base annua. Un passo indietro evidente rispetto al +1,6% del mese precedente.

Energia e alimentari: i settori che migliorano l’andamento

La frenata dell’inflazione non è arrivata per caso. Ci sono almeno due comparti che hanno tirato il freno a mano in maniera decisa.
Il primo è quello dell’energia regolamentata, passato dal +13,9% a un quasi incredibile -0,5%. Un ribaltamento che da solo basta a cambiare il ritmo generale. Anche gli alimentari non lavorati, solitamente soggetti a oscillazioni continue, rallentano la loro corsa: dal +4,8% si scivola a +1,9%.

Più morbido anche l’andamento dei servizi legati ai trasporti e degli alimentari lavorati. Qualche settore, invece, continua a spingere verso l’alto: i servizi ricreativi, culturali e quelli legati alla cura della persona mostrano un ulteriore piccolo aumento, dal +3,1% al +3,3%. Nulla di drammatico, ma sufficiente a far notare come alcune voci non vogliano proprio rientrare.

Inflazione di fondo: un lieve, ma importante, rallentamento

La cosiddetta “inflazione di fondo”, quella che prova a misurare il trend reale lasciando fuori energia e alimentari freschi, scende dal +2,0% al +1,9%. Poco, si dirà, ma in un contesto di prezzi ballerini anche un decimo di punto può raccontare molto.

I beni crescono appena (+0,2%), mentre i servizi rimangono inchiodati al +2,6%. Il risultato è che il divario tra beni e servizi si allarga ancora un po’.

Che cosa succede nel carrello della spesa

La flessione mensile dell’indice generale è figlia soprattutto del calo dei prezzi energetici, sia regolamentati che non regolamentati. Scendono anche i servizi ricreativi, quelli culturali e quelli legati alla mobilità. Gli unici ad andare in controtendenza sono i servizi relativi all’abitazione, che salgono leggermente.

A questo punto, l’inflazione acquisita per il 2025 raggiunge l’1,6% per l’indice generale e l’1,9% per la componente di fondo.

Una boccata d’aria

In sostanza, ottobre regala una boccata d’aria: +1,2% di inflazione, un valore che torna ai livelli più tranquilli di fine 2024.
L’Istat spiega come siano gli alimentari non lavorati e, soprattutto, il drastico calo dell’energia regolamentata ad aver cambiato la scena. Anche il famoso “carrello della spesa” rallenta, e non è cosa da poco.

Imprese di stranieri: crescono del +1,7% e arrivano a 678mila

Emerge dal report curato da InfoCamere: a fine giugno 2025 le imprese guidate da stranieri sono 678mila, l’1,7% in più rispetto all’anno precedente.
In dettaglio, nei primi sei mesi dell’anno le iscrizioni di imprese con un titolare straniero sfiorano le 37mila unità (-267 vs 2024), mentre 20.754 (-804) sono le cessazioni, per un saldo positivo che supera le 16mila imprese. 

A trainare l’imprenditoria straniera sono le costruzioni e l’agricoltura (+3,2% e +3,7% su base annua), che rappresentano rispettivamente il 25% e il 3% del totale. Il commercio resta però il settore più rappresentativo (275mila imprese), in lieve recupero del +0,1%, ma cresce anche l’industria manifatturiera (+1,1%), dove operano oltre 50mila imprese straniere.
Il report è parte dello studio semestrale realizzato nell’ambito del progetto Futurae – Programma Imprese Migranti.

Società di capitale +11,4% a quota147mila

Quella straniera è una imprenditoria che in Italia si rafforza anche strutturalmente. Infatti, la crescita è generata soprattutto dalle società di capitale, che nell’ultimo anno sono aumentate dell’11,4%, superando quota 147mila, a fronte di una tenuta delle imprese individuali, che tuttavia rappresentano il 72% del totale.

Gli imprenditori stranieri scelgono soprattutto il Nord Ovest, dove si concentra il 32% delle imprese straniere in Italia. Le regioni nord-occidentali mostrano infatti la crescita più sostenuta su base annua (+3,6%), superiore a quella del Nord Est (+2,8%).
Lieve calo invece nel Mezzogiorno (-0,5%) e stabilità al Centro (+0,3%), che detengono rispettivamente la maggiore e la minore incidenza della componente straniera sul totale delle imprese.

A Prato si concentra il 32,7%

Prato si conferma la provincia con la maggior incidenza di imprese straniere (32,7%), seguita da Trieste (20%) e Imperia (18,2%), che sale al terzo posto al posto di Firenze (18,1%).
All’estremo opposto, è quella di Barletta-Andria-Trani la provincia con la minore incidenza.

Analizzando le sole imprese individuali, le uniche per le quali è possibile stabilire una coincidenza con il Paese di origine del titolare, emerge che Marocco, Romania e Cina sono i principali Paesi di provenienza dell’imprenditoria straniera in Italia (34% del totale), seguiti da Albania, Bangladesh e Pakistan (19%), Egitto, Nigeria e Senegal (11%).

Settori, provenienza e localizzazione

Se i nati in Marocco vantano la massima incidenza nelle province dello Stretto (Catanzaro, Reggio Calabria e Messina) e operano in prevalenza nel commercio (21,6%) i romeni, molto presenti nelle costruzioni (22%), raggiungono la massima incidenza a Viterbo, Torino, Cremona.

I cinesi invece mostrano un’elevata incidenza e concentrazione in Toscana, soprattutto a Prato, con il primato assoluto del 68% e Firenze con il 27%, ma anche nelle Marche (Fermo, con 29%), con una forte concentrazione nel manifatturiero e nei servizi ricreativi e di intrattenimento. 

La forza delle abitudini: la routine guida le giornate degli italiani

Uno studio SWG rivela che rituali quotidiani e piccoli gesti ripetuti rappresentano un punto fermo per la maggior parte delle persone, ma il weekend diventa il momento per concedersi una pausa.

Quando si parla di quotidianità, gli italiani mostrano un forte attaccamento alle proprie abitudini. Lo evidenzia una recente indagine del Radar SWG, che analizza come le routine scandiscano le giornate, tra organizzazione, benessere personale e desiderio di libertà.

Il mattino: mettersi in moto fra cura della casa e di sé

Secondo i dati dell’indagine, il momento in cui gli italiani concentrano maggiormente le proprie ritualità è il mattino. È allora che ci si dedica a sé stessi e alla casa: una sorta di “messa in moto” che aiuta a dare un ritmo alla giornata.
Fare ordine tra le mura domestiche, curare il corpo, pianificare gli impegni: sono questi i gesti che più spesso si ripetono dal lunedì al venerdì.

Il pomeriggio: cambio di scenario 

Con il passare delle ore, le routine si fanno più leggere. Nelle ore pomeridiane aumentano le attività legate al tempo libero, alla socialità e alla cultura.
Se la mattina è sinonimo di produttività, il resto della giornata concede spazio allo svago e agli interessi personali.

Routine sì, ma gabbia no

La ricerca SWG mostra come gli italiani non vivano le abitudini esclusivamente come un vincolo. Al contrario, le considerano una struttura che aiuta a mantenere l’equilibrio tra doveri e piaceri. Anche chi si definisce più flessibile o incline all’improvvisazione riconosce che senza una base di ritualità sarebbe complicato portare a termine gli impegni settimanali.

Eppure, quando arriva il weekend, più di due terzi degli intervistati confessano di provare sollievo nel rompere lo schema. Sospendere gli orari fissi e i gesti programmati regala un senso di libertà che contribuisce al recupero mentale.

Chi è abitudinario? Rigoroso e affidabile

Nell’immaginario degli italiani, chi segue con costanza una routine appare soprattutto come una persona rigorosa, equilibrata e affidabile.
Ma a questa immagine positiva si affianca il timore che una troppa rigidità possa generare ansia o portare a un’eccessiva chiusura.

Per concludere

Le routine emergono dunque come un’arma a doppio taglio: pilastri di stabilità da un lato, elementi da alleggerire non appena possibile dall’altro.
Il sondaggio SWG, condotto con metodo CAWI su un campione nazionale di maggiorenni, racconta un’Italia che trova nelle abitudini un porto sicuro, ma che sa anche quando salpare verso un po’ di libertà.

AI, vettore di sostenibilità… o addio a posti di lavoro?

La ricerca Sustainable AI, realizzata dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale mostra come i cittadini italiani percepiscano il potenziale dell’Intelligenza artificiale come vettore di sostenibilità nei diversi settori. Al contempo, per il 64% degli italiani, di cui il 10% è fortemente in accordo, gli strumenti di AI come ChatGPT avranno un impatto negativo sulle persone, distruggendo posti di lavoro.

Nel confronto tra quattro generazioni (GenZ, Millenials, Generazione X, Baby Boomers) si riscontra una significativa omogeneità nelle risposte. La preoccupazione più elevata è tra i Millenials (29-44 anni), con il 14% fortemente d’accordo, ma nel complesso il timore è ampiamente diffuso.

Vantaggi non compensati dall’eccessivo consumo energetico

Un italiano su dieci (10%), allo stesso modo, si dichiara fortemente convinto del fatto che gli strumenti di AI avranno un impatto negativo sull’ambiente. Ciò che manca, secondo gli intervistati, è un’adeguata compensazione. In altre parole, i vantaggi che porta non compenserebbero il consumo energetico necessario per addestrarne i modelli e per utilizzarli.

La percentuale si mantiene sostanzialmente stabile tra la GenZ e i Millenials, per calare leggermente all’aumentare dell’età: 9% nella Generazione X e 7% nei Baby Boomers. 
Anche in questo caso, dunque, non sembra esserci una correlazione evidente tra la generazione di appartenenza e il timore nei confronti degli effetti della tecnologia.

GenZ ottimista sul contributo positivo nel turismo

Oltre il 60% degli italiani si dichiara poi d’accordo con il fatto che tecnologie come l’AI sono utili nel contrastare il fenomeno del sovraffollamento turistico, ma soltanto il 9% è fortemente in accordo con l’affermazione.
Una convinzione abbastanza moderata, ma con alcuni picchi significativi. Mentre, infatti, la percentuale si abbassa tra i Baby Boomers (6%) e nella Generazione X (8%), cresce molto tra i Millenials (11%) e soprattutto nella GenZ (15%).

I più giovani si mostrano quindi più ottimisti nei confronti del contributo che l’AI può offrire all’interno di un settore di cruciale importanza per il Paese.
Quanto alla sanità, quasi un italiano su tre è poco o per nulla convinto rispetto al contributo che l’AI può offrire nel miglioramento del servizio in ambito sanitario. Anche in questo caso, solo il 12% è molto d’accordo.

Per governare la trasformazione servono politiche inclusive

Nel confronto generazionale circa la metà del campione si posiziona nella fascia intermedia “dell’abbastanza d’accordo”, evidenziando una percezione positiva dei vantaggi, ma spesso priva di reale convinzione.

Insomma, riporta Agi, quella degli italiani nei confronti dell’AI è una fiducia ancora da costruire, indipendentemente dall’ambito in cui questa tecnologia viene applicata.
Le differenze nelle percezioni delle diverse generazioni indicano la necessità di attivare un dialogo intergenerazionale instaurando politiche inclusive per governare la trasformazione in atto.

Cybercrime: agli europei gli attacchi informatici costano 300 miliardi

A rivelarlo è una ricerca del broker assicurativo globale Howden: negli ultimi cinque anni Paesi come Italia, Francia, Germania e Spagna hanno perso circa 300 miliardi di euro a causa degli attacchi informatici.

Secondo il report, il 49% delle aziende intervistate ha subito almeno un attacco tra il 2020 e il 2025. Ma nonostante la crescente frequenza e sofisticazione delle minacce,  oltre il 70% delle imprese in Europa non dispone di una polizza assicurativa contro i rischi cyber.
Si tratta di una percentuale decisamente superiore al 61% del Regno Unito, a dimostrazione di una scarsa consapevolezza o un approccio ancora troppo passivo alla gestione del rischio.
Eppure basterebbe assicurarsi per colmare il divario di protezione che affligge il continente.

Assicurazione: non più solo strumento finanziario, ma resilienza strategica

L’adozione di misure di sicurezza e adeguate coperture assicurative avrebbe potuto prevenire perdite per 204 miliardi di euro, dimostrando che la protezione non solo è necessaria, ma anche economicamente conveniente.

Un’azienda con un fatturato annuo di 500 milioni di euro, ad esempio, potrebbe risparmiare circa 16 milioni di euro in dieci anni grazie a una polizza, ottenendo un ritorno sull’investimento del 19% solo in termini di prevenzione e minor gravità degli attacchi.
L’assicurazione non è più un semplice strumento finanziario, ma una componente strategica della resilienza aziendale.

Pmi particolarmente esposte ai rischi

“In un contesto in cui le minacce informatiche diventano sempre più sofisticate e mirate è fondamentale che le aziende adottino un approccio proattivo alla gestione del rischio – ha commentato Roberto Panzeri, Head of Financial Lines Howden -. Una strategia integrata è perfettamente in linea con le direttive europee come la NIS2 e il DORA.”

Questo approccio diventa ancora più critico per le Pmi. “Spesso meno strutturate rispetto alle grandi imprese, le piccole e medie imprese sono particolarmente esposte agli attacchi informatici – ha spiegato Anthea Vasta, Specialty Manager Howden -. Per loro, una polizza cyber non è solo uno strumento di protezione finanziaria, ma un elemento chiave per garantire continuità operativa e conformità normativa.”

Il mercato assicurativo deve semplificare l’offerta

Il mercato assicurativo cyber in Europa offre significative opportunità di crescita. Il 31% delle aziende con un fatturato superiore a 1 milione di euro prevede di acquistare una polizza nei prossimi cinque anni. Tuttavia, riporta Adnkronos, il mercato deve fare di più per comunicare questo valore e semplificare la sua offerta.

“Il divario nella protezione informatica è una questione sociale che richiede un’attenzione urgente – aggiunge Shay Simkin, Presidente, Global Cyber, Howden -. Attraverso una maggiore copertura assicurativa e una maggiore consapevolezza sull’implementazione, possiamo supportare le aziende nel migliorare la loro resilienza informatica e proteggerle dalla perdita di ricavi”.

Tempo libero: nel 2025 tornano alla ribalta i giochi da tavolo

Quasi un quarto delle persone (26%) gioca almeno una volta alla settimana, e i giochi da tavolo si posizionano come la seconda attività di svago più popolare dopo i videogiochi (32%) e alla pari con i podcast (29%).

Secondo questi dati, risultato di uno studio globale condotto da Asmodee, i giochi da tavolo tornano quindi alla ribalta come attività di svago di primo piano, in grado di competere con podcast e videogiochi.
A trainare questa riscoperta sono i Millennial, che dichiarano di dedicare ai giochi da tavolo un tempo simile a quello che dedicano alla lettura o alla visione dei telegiornali.
Più di ogni altra generazione, il 41% di loro afferma di provare gioia nel giocare.

In cerca di esperienze che favoriscano l’evasione

Il successo dei giochi da tavolo si spiega con una profonda esigenza di connessione e di evasione. Secondo lo studio, il 64% delle persone ricorre al gioco per riunire la famiglia, con un picco del 71% in Francia.

Inoltre, in un’epoca caratterizzata da un senso di oppressione causato dal flusso costante di notizie negative, oltre la metà dei partecipanti allo studio (53%) cerca esperienze che favoriscano l’evasione dalla realtà.
Il gioco da tavolo risponde a questo bisogno, fungendo da ponte per le relazioni umane. Il 40% degli intervistati afferma, infatti, di trovare nei giochi un modo più semplice per aprirsi rispetto alle normali conversazioni.

Un mix di immaginazione, benessere, convivialità

“So per esperienza che i giochi da tavolo non sono solo un passatempo, ma anche una preziosa fonte di immaginazione, benessere, divertimento e convivialità tra i giocatori”, afferma Thomas Koegler, ceo di Asmodee.
La riscoperta dei giochi da tavolo si manifesta in modo tangibile nella diffusione dei board game café, che stanno nascendo in tutto il mondo. Questi luoghi offrono spazi dedicati dove persone di ogni età e background possono incontrarsi, imparare e giocare insieme.

Negli Stati Uniti, Greg May, proprietario di The Uncommons a New York, descrive come il suo locale ospiti un pubblico eterogeneo, dove poter organizzare sia riunioni aziendali sia feste di compleanno per bambini. “È proprio questo mix che rende vivace il locale”, spiega Greg May.

Board Game Café: nuovi spazi di condivisione e divertimento

Da Dubai a Oxford i board game café dimostrano che titoli classici come Dobble o Dixit possono superare le barriere linguistiche e culturali, diventando strumenti per favorire la comunicazione e la collaborazione.

“Siamo orgogliosi di far parte di questo settore da 30 anni – dichiara Jean-Sébastien De Barros, cpo di Asmodee – È stato entusiasmante contribuire a democratizzare i giochi da tavolo come nuovo spazio di riferimento per relazionarsi e trascorrere del tempo di qualità con gli amici, creando legami ancora più forti e rendendo questo hobby divertente e accogliente”.

Per chi è obbligatorio il manuale HACCP?

Il manuale di Autocontrollo HACCP, acronimo di Hazard Analysis and Critical Control Points, è un documento essenziale per la sicurezza alimentare. Non si tratta di un’opzione, ma un obbligo normativo per numerose attività che operano nel settore agroalimentare.

L’obiettivo principale del manuale è identificare e prevenire i rischi igienico-sanitari che potrebbero compromettere la salubrità degli alimenti. Questo sistema garantisce che il cibo arrivi al consumatore in condizioni sicure.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, l’obbligo di adottare questo protocollo non riguarda solo i ristoranti o le grandi industrie, ma un’ampia varietà di operatori, indipendentemente dalle dimensioni o dalla specifica mansione. Si tratta di una misura preventiva che copre l’intera filiera produttiva e distributiva.

Chi deve redigere il manuale: un obbligo esteso

La redazione del manuale per HACCP è un dovere che spetta a tutte le attività che manipolano, producono, trasformano, trasportano o vendono alimenti. La normativa europea, recepita anche in Italia, non fa distinzioni tra grandi aziende e piccole imprese.

Dunque, l’obbligo si estende a tutti gli operatori del settore alimentare. È dunque coinvolto non solo chi lavora a contatto diretto con il cibo, ma anche chi si occupa di attività meno evidenti, come il trasporto o lo stoccaggio.

L’obiettivo è creare una catena di responsabilità che assicuri la sicurezza del prodotto in ogni sua fase. Questo sistema di autocontrollo è indispensabile per proteggere la salute pubblica e garantire la conformità alle leggi vigenti.

Attività con manipolazione diretta di alimenti

Sono tenute a redigere il manuale HACCP tutte le aziende che sono direttamente coinvolte nella produzione o nella trasformazione degli alimenti. Questo gruppo include, ad esempio, le aziende agricole e zootecniche, dove ha inizio la filiera.

Si aggiungono poi i caseifici e le macellerie, i panifici e le pasticcerie, luoghi in cui le materie prime vengono lavorate e trasformate. Anche le cantine vinicole, i frantoi, i molini e le torrefazioni rientrano in questa categoria.

Infine, sono inclusi i mangimifici e i laboratori alimentari che, pur non producendo cibo per il consumo umano diretto, influenzano la sicurezza della filiera. Il manuale in questi casi documenta i processi, le procedure e le misure adottate per gestire i rischi.

Attività con manipolazione indiretta di alimenti

L’obbligo del manuale HACCP non si ferma alla produzione. Esso si estende anche a chi manipola gli alimenti in modo indiretto. Fanno parte di questa categoria i depositi, i magazzini e i distributori automatici.

Anche le attività legate al trasporto e alla distribuzione di alimenti e bevande devono avere il proprio piano di autocontrollo. Sebbene queste attività non trasformino il prodotto, esse giocano un ruolo cruciale nel mantenerne l’integrità e la sicurezza.

Un trasporto inadeguato o una conservazione errata possono compromettere seriamente la qualità degli alimenti. Il manuale serve a definire le corrette procedure di igiene e conservazione per prevenire ogni possibile contaminazione.

Commercio e somministrazione: il contatto finale

Un’altra ampia categoria di attività soggette all’obbligo sono quelle di commercio e somministrazione. Ristoranti, pizzerie, paninerie, gelaterie e bar sono solo alcuni esempi.

I negozi di generi alimentari, le salumerie, le carnezzerie, i supermercati e le enoteche sono tenuti a rispettare la legge. A questo elenco si aggiungono le aziende ortofrutticole e i fruttivendoli, i venditori ambulanti e i banchi temporanei.

Anche le strutture ricettive, come alberghi, hotel e bed and breakfast, devono avere il manuale. Lo stesso vale per le mense aziendali e scolastiche.

Casi specifici: farmacie ed erboristerie

Esistono inoltre dei casi particolari che potrebbero sorprendere. Anche le farmacie e le erboristerie sono obbligate a redigere il manuale HACCP, ma solo a determinate condizioni.

Questo avviene quando tali attività sono coinvolte nella vendita di farmaci o presidi medici che necessitano di specifiche condizioni di refrigerazione. La necessità di mantenere la catena del freddo per questi prodotti rende indispensabile l’adozione di un sistema di autocontrollo.

La logica è la stessa applicata al settore alimentare: la sicurezza del prodotto, in questo caso un farmaco o un presidio medico, deve essere garantita dal produttore fino al consumatore finale. Il manuale HACCP definisce le procedure per il controllo delle temperature e per la gestione di eventuali anomalie.

Ipsos Equalities Index: nel 2025 i cittadini chiedono più sforzi per l’uguaglianza

Nel 2025 oltre il 40% dei cittadini a livello mondiale chiede maggiori sforzi al proprio governo per promuovere l’uguaglianza, mentre solo poco più del 20% ritiene si sia fatto fin troppo. Un divario che però rispetto al 2023 risulta ridotto.
Emerge dalla terza edizione dell’Ipsos Equalities Index condotto in 31 Paesi.

Lo studio rivela che metà della popolazione intervistata (50%) considera le disuguaglianze uno dei problemi più importanti nel proprio Paese. 
L’esito delle elezioni presidenziali americane del 2024 ha però segnato un cambiamento nel clima politico mondiale, influenzando il dibattito su molte questioni sociali e il modo in cui vengono elaborate le politiche su uguaglianza, diversità e inclusione.

Meritocrazia: divisi sulle cause del successo

Il 43% dei intervistati a livello globale ritiene necessario intensificare gli sforzi per promuovere l’uguaglianza,  più del doppio di chi pensa si stia esagerando (21%). Tuttavia, il divario si è ridotto rispetto al 2023, quando il 49% chiedeva più azione e solo il 19% riteneva si fosse andati troppo oltre.

Sulla questione meritocrazia, il 42% degli intervistati globali è convinto che le possibilità di successo nella vita dipendano dai propri meriti personali, mentre il 30% le attribuisce a fattori esterni non controllabili.
Questi dati sono rimasti praticamente invariati dal 2023, ma emergono segnali di una crescente divergenza tra le opinioni delle generazioni più anziane e quelle più giovani.

Americani più propensi a privilegiare la responsabilità individuale

Rispetto ai cittadini di altri Paesi, gli americani sono molto meno propensi a ritenere il governo responsabile della lotta alle disuguaglianze (48% contro il 65% della media globale) e privilegiano invece la responsabilità individuale (34% contro il 20% globale).

Anche i sostenitori del partito democratico, pur essendo più vicini alle posizioni internazionali, superano di 10 punti la media globale nell’attribuire ai singoli cittadini la responsabilità di affrontare le disuguaglianze.
E nonostante gli Stati Uniti presentino livelli di disuguaglianza superiori ad altre economie avanzate, solo quattro americani su dieci la considerano una priorità nazionale.

Non per tutti sono vittime di discriminazione

Le opinioni su quali gruppi subiscano discriminazioni sono rimaste sostanzialmente stabili negli ultimi due anni, anche se si nota un leggero calo nella percentuale di chi ritiene che le persone LGBT+ siano vittime di discriminazione.

Quanto alla salute mentale, la Generazione Z presenta sei volte più probabilità dei Baby Boomer di dichiarare di avere una disabilità cognitiva o di apprendimento, ed è tre volte più propensa a identificarsi come neurodivergente.

Italiani, quali sono i driver di scelta di un’auto nuova?

Si sa che gli italiani, da sempre, hanno una vera e propria passione per le automobili. Anche oggi, nonostante la mobilità sia molto cambiata nel corso del tempo. Ecco perchè è interessante scoprire cosa conta di più quando si compra un’auto. Vincono il design, le prestazioni o la reputazione del marchio?

Per rispondere a queste domande Facile.it ha commissionato a mUp Research un’indagine nazionale su un campione rappresentativo di automobilisti italiani. Lo studio, condotto a fine giugno 2025 su oltre 1.300 intervistati, ha messo in luce criteri di scelta consolidati ma anche alcune sorprese.

Il prezzo è la prima leva 

Non è una sorpresa che il prezzo resti il primo fattore: il 65,5% degli automobilisti lo indica come principale criterio nella scelta di un’auto nuova, pari a oltre 24 milioni di persone. Il dato resta stabile tra uomini e donne, ma cresce nella fascia 55-64 anni e tra i residenti del Centro Italia, dove supera il 70%.

Subito dopo emerge il tipo di alimentazione (benzina, diesel, ibrida o elettrica), che conta per il 48,6% del campione e diventa ancora più rilevante tra gli over 55.
Sul gradino più basso del podio troviamo i costi di gestione – manutenzione, consumi e assicurazione – considerati dal 38,6% degli intervistati, con punte superiori al 42% al Sud e nelle Isole.

Le dimensioni contano

Appena fuori dal podio ci sono le dimensioni dell’auto, indicate dal 27,9% del campione. Questo parametro diventa cruciale in contesti specifici: nei grandi centri urbani, dove parcheggiare è complicato, la percentuale sale al 30,4%.

Nei piccoli comuni sotto i 10.000 abitanti, invece, la scelta ricade su auto più compatte per muoversi tra vicoli e strade strette (32,1%).

Le differenze tra uomini e donne

Analizzando i dati per genere si scoprono alcune sfumature interessanti. Se la reputazione del marchio ha lo stesso peso per entrambi (20,2%), gli uomini si mostrano più sensibili alle prestazioni del veicolo (24,3% contro il 20,4% delle donne) e all’estetica (19,8% contro 15,4%).

Le donne, invece, danno maggiore importanza alla facilità di guida e alla maneggevolezza: parametro decisivo per il 21,5% di loro, contro il 13,8% degli uomini.

Pronta consegna? Anche no  

Sorprende infine la poca attenzione ai tempi di consegna: solo il 3,1% degli intervistati considera fondamentale ricevere l’auto in tempi rapidi. La maggior parte degli italiani sembra disposta ad aspettare, pur di avere il modello desiderato.

Prezzo, praticità e alimentazione i principali fattori di scelta

L’indagine conferma come la scelta dell’auto in Italia resti guidata da logiche pratiche ed economiche, con differenze legate all’età, al genere e alla zona di residenza. Ma anche se il prezzo resta il primo fattore per l’acquisto, cresce l’attenzione verso elementi come alimentazione e costi di gestione, segnali di una mobilità che cambia.

Mercato del lavoro, basta mismatch: arriva un’alleanza istituzionale

Nel mercato odierno del lavoro, il cosiddetto mismatch – ovvero il divario tra profili richiesti e disponibili – è una vera e propria criticità. Per fortuna, arriva una buona notizia dalle istituzioni: CNEL e Unioncamere si sono messi insieme per analizzare il disallineamento tra lavoro e competenze.
La nuova intesa tra le due realtà italiane parte con la pubblicazione del primo rapporto congiunto sul mismatch lavorativo in Italia. Il documento mira a fornire strumenti concreti per interpretare l’evoluzione della domanda e dell’offerta di lavoro, offrendo supporto a politiche occupazionali, formative e di sviluppo dei territori.

Il rapporto si divide in due parti: una fotografica le dinamiche occupazionali nel primo semestre 2025, l’altra propone previsioni per i prossimi cinque anni, includendo tutti i comparti economici, dalla manifattura alla pubblica amministrazione.

I trend del 2025: settori tradizionali in crescita, quelli tecnologici col freno tirato

Nel breve termine, le previsioni parlano chiaro: sono le imprese di piccole dimensioni a trainare la crescita dell’occupazione, con il settore dei servizi che copre oltre il 70% dei contratti programmati (2,94 milioni).

Turismo, accoglienza, commercio e ristorazione mostrano segnali di ripresa rispetto al 2024, mentre calano le prospettive nei settori più innovativi, come informatica e consulenza alle imprese. In particolare, l’ICT registra una flessione del 13,4% su base annua.

Quali sono le figure introvabili?

Come dicevamo, uno dei nodi più spinosi nel mondo del lavoro è la difficoltà nel reperire personale: quasi una posizione su due è difficile da coprire. Le imprese segnalano problemi soprattutto nei comparti ad alta intensità tecnica e scientifica, come metalmeccanica, elettronica, informatica e telecomunicazioni.

Anche se la richiesta di operai specializzati c’è ed è in crescita, aumenta la domanda per mansioni nei servizi a bassa e media qualifica.

Oltre 3 milioni di nuovi ingressi nei prossimi cinque anni

Guardando al medio termine, il fabbisogno occupazionale stimato si attesta tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori. Il 74% delle richieste interesserà ancora il settore terziario, con particolare enfasi sui servizi alla persona, che potrebbero generare fino a 826mila posti.

Restano invece marginali i numeri dei comparti ad alta intensità di conoscenza, come l’ICT, che riguardano solo il 3% della domanda complessiva.

Necessari formazione e orientamento

Secondo CNEL e Unioncamere, almeno il 37% delle nuove assunzioni richiederà un titolo universitario, specialmente in ambito STEM. Grande rilievo avranno anche i diplomati tecnici e professionali, che copriranno circa la metà delle posizioni.
“Occorre una svolta nelle politiche educative e formative – ha dichiarato Renato Brunetta, presidente del CNEL – per rispondere alla trasformazione del lavoro e rafforzare le competenze scientifiche e tecnologiche”.

Per Andrea Prete, presidente di Unioncamere, “orientare la formazione e valorizzare l’istruzione tecnica è essenziale per contrastare il mismatch e sostenere l’occupazione”. Anche la consigliera Marcella Mallen evidenzia l’urgenza di interventi strategici e investimenti nei talenti per affrontare il divario tra competenze richieste e disponibili.