E‑commerce in Italia: numeri, tendenze e il futuro delle vendite online per PMI e marketplace

Il commercio elettronico in Italia continua a consolidare il proprio ruolo nell’economia digitale: non più solo un canale alternativo, ma una piattaforma sempre più strategica per consumatori, imprese e operatori logistici. Dopo la spinta accelerativa della pandemia, il settore ha assunto ritmi di crescita più sostenuti rispetto al retail tradizionale, ma affronta ancora sfide legate a logistica, conversione e integrazione omnicanale, soprattutto per le piccole e medie imprese.

Negli ultimi anni la quota dell’e‑commerce sul totale del retail italiano si è attestata intorno al 12–14%, con una progressiva crescita della penetrazione su categorie come fashion, food delivery, elettronica e articoli per la casa. Il traffico mobile rappresenta ormai la maggioranza delle visite ai siti di vendita: circa il 60–70% delle sessioni proviene da smartphone, mentre le transazioni da mobile sono cresciute fino a rappresentare quasi la metà degli acquisti online. Al tempo stesso i marketplace continuano a guadagnare terreno: piattaforme globali e locali assorbono una quota significativa delle vendite, stimata nell’intorno del 40–50% in alcuni comparti.

Dal lato operativo, alcuni indicatori mostrano punti di forza e criticità. Il tasso di abbandono del carrello rimane elevato — spesso oltre il 70% — a causa di costi di spedizione percepiti come eccessivi, processi di checkout complessi e mancanza di fiducia nei pagamenti. L’average order value (AOV) in Italia si muove generalmente nella fascia di 80–100 euro, con variazioni importanti per settore: più alto in elettronica e arredamento, più basso nei beni di consumo rapidi. Le percentuali di reso sono particolarmente rilevanti per il settore moda, dove possono oscillare tra il 25% e il 40%, erodendo margini e aumentando i costi logistici.

Un aspetto chiave è la diffusione di soluzioni di pagamento digitali e buy‑now‑pay‑later (BNPL): strumenti come wallet digitali, addebito diretto e frazionamento delle rate hanno favorito la conversione, specialmente tra i più giovani. In Italia operatori fintech locali si sono affermati accanto ai player internazionali, contribuendo all’abbassamento delle barriere all’ingresso per i consumatori e al miglioramento della fiducia nelle transazioni online.

Esempi concreti aiutano a comprendere il quadro. Numerose PMI italiane hanno scelto la strada direct‑to‑consumer (D2C), combinando e‑shop con punti vendita fisici e strategie social per costruire relazioni dirette con i clienti. Brand del settore alimentare e del design hanno investito in contenuti e storytelling per differenziarsi sui marketplace, mentre catene retail tradizionali hanno intensificato gli investimenti in click & collect e micro‑fulfillment per ridurre i tempi di consegna a 24–48 ore nelle aree metropolitane.

Sul fronte logistico, la domanda di servizi di consegna rapida e gestione dei resi ha stimolato investimenti in centri di smistamento regionali e sistemi di automazione. Le aziende di trasporto italiane e i corrieri internazionali stanno ampliando reti e servizi, ma permangono colli di bottiglia nelle aree meno servite e costi crescenti legati al carburante e alle normative sul lavoro. La sostenibilità logistica — packaging riciclabile, ottimizzazione dei percorsi, riduzione dei resi — diventa un fattore competitivo e una richiesta crescente dei consumatori.

Le implicazioni per il futuro sono multiple e chiare. Per le PMI italiane la digitalizzazione non è più opzionale: investire in esperienze di acquisto semplici, pagamenti sicuri, assistenza post‑vendita e integrazione omnicanale sarà decisivo per competere con i grandi marketplace. I venditori dovranno anche migliorare la gestione dei dati per personalizzare offerte e ridurre il tasso di abbandono, sfruttando strumenti di intelligenza artificiale per pricing dinamico e raccomandazioni prodotto.

I marketplace, pur offrendo visibilità e volumi, impongono regole e commissioni: la scelta tra piattaforma e canale diretto richiederà valutazioni strategiche su margini, controllo del brand e fidelizzazione. Sul piano infrastrutturale, l’espansione dei micro‑hub e della logistica di prossimità sarà centrale per rispondere alle aspettative di consegna rapida, contenendo al contempo l’impatto ambientale.

Infine, il regolatore e le politiche pubbliche giocheranno un ruolo crescente: normative su protezione del consumatore, tassazione digitale e regolamentazione dei servizi di spedizione possono rimodellare costi e opportunità. In questo contesto, l’Italia ha l’occasione di favorire la competitività delle proprie imprese con incentivi a infrastrutture digitali, formazione sulle competenze e supporto agli investimenti in sostenibilità. Chi saprà combinare tecnologia, logistica efficiente e customer experience avrà maggiori chance di trasformare i numeri attuali in crescita sostenibile nel lungo periodo.

Italia tra crescita aggrappata agli investimenti e sfide strutturali: che cosa cambia per imprese e lavoratori

Negli ultimi anni l’economia italiana ha navigato tra segnali di ripresa legati agli investimenti pubblici e privati e problemi strutturali che frenano produttività e occupazione. Mentre il Paese beneficia dei flussi di risorse europee e di una domanda turistica che si mostra resiliente, permangono questioni di debito pubblico elevato, debole crescita della produttività e un mercato del lavoro ancora segmentato. Questo articolo fotografa la situazione attuale, analizza i dati più significativi e delinea le implicazioni per il prossimo quinquennio.

Il contesto macroeconomico italiano si presenta oggi come un mosaico: da un lato ci sono segnali positivi provenienti dagli investimenti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e da spese private in tecnologie e infrastrutture; dall’altro persistono vincoli strutturali che limitano la capacità di trasformare gli investimenti in crescita sostenuta. Il debito pubblico rimane tra i più alti nell’area euro, la produttività del lavoro cresce a ritmi inferiori rispetto alla media UE e la dinamica demografica tende a comprimere la base di forza lavoro disponibile.

Analisi: dati chiave e esempi
– Crescita e investimenti. Le stime di istituzioni europee e internazionali indicano una crescita moderata del PIL, sostenuta principalmente dagli investimenti in infrastrutture verdi, digitale e transizione energetica. Fondi europei e bandi nazionali hanno attivato progetti in settori come mobilità sostenibile, efficienza energetica degli edifici e digitalizzazione della PA, con effetti concreti in regioni che sono state rapide nell’assorbimento delle risorse.

– Settore manifatturiero e PMI. L’Italia conferma la sua specializzazione in produzioni a valore aggiunto (meccanica, moda, agroalimentare). Tuttavia, molte piccole e medie imprese restano a bassa intensità tecnologica. Esempi virtuosi emergono nei distretti che hanno investito in robotica leggera, piattaforme e-commerce e certificazione di filiere sostenibili, ottenendo guadagni in export e margini. Al contrario, imprese che non aggiornano modelli organizzativi e competenze rischiano di perdere competitività.

– Mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione si è ridotto rispetto ai picchi delle crisi precedenti, ma la disoccupazione giovanile e la precarietà restano temi aperti. La crescita dell’occupazione è spesso trainata da lavori a termine o part-time, mentre la scarsità di figure qualificate in settori come IT, green tech e costruzioni rappresenta un vincolo per la piena realizzazione degli investimenti programmati.

– Finanza pubblica e debito. Il rapporto debito/PIL rimane elevato e limita lo spazio fiscale. Le scelte di consolidamento futuro dovranno bilanciare la sostenibilità del debito con la necessità di finanziare crescita e riforme strutturali. L’efficacia delle politiche fiscali dipenderà molto dalla capacità di concentrare risorse su interventi che aumentino la produttività e l’occupabilità.

– Innovazione e digitalizzazione. La digitalizzazione delle imprese italiane prosegue, ma con grandi differenze tra settori e territorio. Le startup tecnologiche e alcuni hub regionali mostrano avanti rispetto alla media, ma la scala complessiva degli investimenti in R&S rimane inferiore a molti partner europei, limitando l’emergere di nuove piattaforme competitive su mercati globali.

Implicazioni future
1) Priorità alle riforme strutturali: per tradurre investimenti in crescita sostenibile è cruciale accelerare riforme su giustizia civile, concorrenza e semplificazione amministrativa. Ridurre i tempi delle pratiche e migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione aumenterebbe la capacità di assorbimento dei fondi e ridurrebbe i costi delle imprese.

2) Focus su capitale umano: politiche attive del lavoro, formazione continua e incentivi per il reskilling in settori strategici (digitale, green economy, costruzioni) saranno decisive per colmare il mismatch fra domanda e offerta di competenze.

3) Transizione verde come leva competitiva: investire in efficienza energetica, reti e mobilità sostenibile non è solo una priorità ambientale, ma anche un’opportunità per rinnovare filiere produttive e creare nuovi posti di lavoro ad alta specializzazione.

4) Sostenibilità della finanza pubblica: il consolidamento dovrà essere calibrato per non soffocare la crescita. Priorità a spese con elevato moltiplicatore economico e alla lotta all’evasione per liberare risorse aggiuntive senza aumentare il carico fiscale.

5) Capitale per le PMI: strumenti di finanziamento alternativi e mercati di capitale più accessibili potrebbero aiutare le PMI a scalare e innovare. Rafforzare l’ecosistema delle imprese dinamiche è essenziale per creare occupazione stabile e aumentare l’export ad alto valore.

Conclusione
L’Italia ha davanti opportunità concrete se saprà combinare gli investimenti a riforme strutturali efficaci e a una strategia a lungo termine per capitale umano e innovazione. La sfida sarà trasformare i flussi finanziari in produttività reale: non si tratta solo di spendere, ma di farlo bene. Le scelte del prossimo biennio definiranno la traiettoria economica del Paese: puntare su competenze, digitalizzazione e sostenibilità sarà la chiave per riconquistare un ritmo di crescita più solido e inclusivo.

Italia, economia: primi segnali positivi dal settore industriale

Il 2025 non verrà ricordato come l’anno della rinascita industriale italiana, ma come quello in cui il calo si è finalmente arrestato. Dopo mesi complicati, il sistema produttivo ha iniziato a dare qualche segnale di ripresa.

Il bilancio complessivo resta leggermente negativo, con una produzione media scesa dello 0,2%, ma il confronto con i due anni precedenti ridimensiona il pessimismo: tra 2023 e 2024 il down era stato ben più pesante.
Il Centro Studi di Confindustria descrive la situazione come una lenta uscita dal tunnel, anche se non è ancora il momento di una vera inversione di rotta.

Diversi comparti hanno ritrovato lo sprint 

I settori in espansione nel 2025 sono diventati nove, mentre un anno prima erano appena quattro. Sei comparti sono riusciti a cambiare direzione tornando sopra lo zero, mentre solo uno è scivolato all’indietro. Il problema è che soltanto tre settori sono cresciuti sia nel 2024 sia nel 2025: troppo pochi per parlare di un vero slancio del settore.

La buona notizia è che si è ridotto il gap tra performance positive e negative: gli scarti sono stati molto meno violenti rispetto all’anno precedente.

Soffrono automotive e moda

L’automotive continua a essere uno dei comparti più in difficoltà, con un calo superiore al 10%, frenato da prezzi alti, regole incerte e concorrenza estera sempre più forte. Anche la filiera della moda resta in territorio negativo, penalizzata da esportazioni fiacche e consumatori prudenti.

E poi c’è la chimica, che sorprende in senso opposto: invece di migliorare, peggiora. Qui il nodo è strutturale, tra costi energetici ì e trasformazioni industriali in corso in tutta Europa.

Farmaceutica e metallurgia al top

Farmaceutica e metallurgia sono i settori in salute. I farmaci registrano una decisa crescita grazie alle vendite all’estero, con gli Stati Uniti come primo mercato. Bene anche la metallurgia, sostenuta dall’export nonostante le barriere commerciali.

In questo scenario spicca la costanza dell’alimentare, che continua a crescere senza scossoni e conferma la sua fama di settore resistente alle crisi.

Segnali incoraggianti e criticità 

Il quadro generale subisce però l’influenza di diversi fattori: caro energia, commercio internazionale complicato e famiglie ancora caute nelle spese. Dall’altro lato arrivano segnali più incoraggianti, come tassi d’interesse meno pesanti, credito tornato a muoversi e investimenti in macchinari che rimettono in circolo ordini e produzione.

Per il 2026 i dati ufficiali di Istat non sono ancora disponibili, ma le prime indicazioni suggeriscono un certo miglioramento. Le previsioni parlano di una crescita moderata: niente sprint, piuttosto un ritorno graduale al segno più.

Ci sentiamo davvero amati? Il report di San Valentino dice nì

La festa degli innamorati per eccellenza, San Valentino, torna ogni anno con il suo corollario di cuori, cene a lume di candela e bigliettini al miele. Ma al di là delle rose e dei cioccolatini, quanto ci sentiamo davvero amati? E quanto siamo soddisfatti della nostra relazione?

A dare qualche risposta ci pensa l’Ipsos Love Life Satisfaction Survey 2026, che ha coinvolto 29 Paesi, Italia compresa, fotografando il nostro rapporto con l’amore e la vita di coppia. 

L’amore? Dipende dalla geografia 

In media, il 77% degli intervistati nel mondo dichiara di sentirsi amato. Ottima notizia, anche se le cose non sono così in tutto il mondo. Ad esempio la percentuale dei messicani che si considera amata tocca l’86%, mentre in Giappone si ferma solo al 51%. L’Italia, nonostante il romanticismo associato al nostro Paese, non raggiunge risultati stellari. Il 70% dei nostri connazionali dichiara di sentirsi amata, un dato più basso rispetto alla media europea e in lieve calo rispetto all’anno precedente. Per capirci, siamo 24° posto su 29 Paesi analizzati.

A sorpresa, c’è un altro fattore che determina il livello di soddisfazione in amore: il reddito. A livello globale, l’82% delle persone con un reddito elevato si dice soddisfatto della propria vita amorosa, contro il 72% di chi ha entrate più basse. La differenza si riflette anche nella sfera più intima: il 68% dei redditi alti è soddisfatto della propria vita sessuale, percentuale che scende al 52% tra chi guadagna meno.

Relazioni solide, ma poco passionali

Le coppie, nel complesso, si dichiarano tutto sommato serene, se non felici. A livello internazionale, l’82% delle persone con un partner afferma di essere soddisfatto della propria relazione. E il giudizio di uomini e donne è praticamente equivalente. Ma quali sono i paesi in cui la relazione funziona meglio? In testa troviamo la Thailandia con il 95% di soddisfazione, mentre l’India si ferma al 67%.

In Italia il 79% delle coppie si dice felice della propria relazione. Un buon risultato, anche se leggermente inferiore alla media globale e in lieve flessione rispetto allo scorso anno. I dati forse rivelano che la struttura del rapporto tiene, ma c’è qualche ombra ,per quanto riguarda l’aspetto sentimentale e sessuale.

I più appagati sono i Millennials

Il 60% degli intervistati nel mondo si dichiara soddisfatto della propria vita romantica e sessuale. In Italia, però, il 39% ammette di non esserlo. I più appagati risultano i Millennials (30-45 anni), con il 65% di soddisfatti. Seguono Generazione X (59%), Gen Z (57%) e Baby Boomers (55%).

Lo stato civile riveste un ruolo importante: l’83% delle persone sposate si sente amato, contro il 72% dei non sposati. E mentre il 72% dei coniugati è soddisfatto della propria vita romantica, tra i single la quota si ferma al 50%.
Cosa di dice quindi questo nuovo report? Che l’amore regge, la relazione convince, ma la soddisfazione più intima resta un terreno un po’ più complicato.

Solidarietà in Italia: come evolve il Terzo Settore 

Il mondo della solidarietà sta attraversando una fase di cambiamento profondo. Non riguarda soltanto come si dona, ma perché lo si fa, a chi ci si affida e che ruolo hanno, oggi, tutti gli attori in campo. Il Terzo Settore non è più un mondo a sé: è al centro di un ecosistema dove cittadini, organizzazioni e imprese si incontrano, collaborano e, in alcuni casi, si mettono in discussione.

A raccontarlo è l’Osservatorio sulle Donazioni di Eumetra, realizzato con Walden Lab e arrivato nel 2026 alla sua quinta edizione. I dati parlano di un settore che sta crescendo, ma soprattutto sta maturando. Cresce la richiesta di trasparenza, aumenta il bisogno di partecipazione, diventa centrale la capacità di dimostrare l’impatto reale delle iniziative.

I giovani e un modo diverso di donare

Le nuove generazioni stanno spingendo su questo cambiamento. Il loro rapporto con il dono è meno legato all’abitudine e più alla coerenza. Non basta “fare del bene”, bisogna farlo nel modo giusto e con risultati visibili. I giovani non cercano un gesto simbolico, vogliono sentirsi parte di qualcosa che funziona davvero.

Per il Terzo Settore questo implica un cambio di passo: meno campagne mordi e fuggi, più relazioni nel tempo. Non si tratta solo di chiedere supporto, ma di costruire esperienze, coinvolgere le persone, farle entrare nelle storie e nelle soluzioni.

Il digitale come luogo, non come strumento

Il digitale, ormai, è il luogo dove il dono prende forma. È lì che si scoprono le cause, si valutano le organizzazioni, si decide se e come contribuire. La semplicità dell’esperienza, la chiarezza delle informazioni e la qualità del dialogo diventano fattori decisivi.

Allo stesso tempo, la capacità di leggere i dati permette alle organizzazioni di capire meglio chi hanno davanti, cosa funziona e cosa no. Il digitale non toglie umanità al dono, anzi: la rende più continua e consapevole.

Intelligenza artificiale e trasparenza

In questo scenario entra in gioco anche l’Intelligenza Artificiale. Non come soluzione magica, ma come supporto concreto. L’AI può aiutare a rendere più leggibili i risultati, più chiari i percorsi, più informate le scelte dei donatori. In un settore dove la fiducia è tutto, avere strumenti che migliorano la trasparenza fa la differenza.

Le imprese sono sempre più presenti 

Anche le aziende stanno rivedendo il loro posto nel sistema del dono. Sempre meno filantropia occasionale, sempre più progetti strutturati, legati a strategie ESG e a partnership di lungo periodo con il Non Profit. L’Osservatorio 2026 tornerà ad ascoltare il mondo corporate proprio per cogliere questi segnali di evoluzione.

Addio alla dieta e ai buoni propositi: perché a gennaio scatta il Quitter’s Day

C’è un momento, a gennaio, in cui si perde per strada l’entusiasmo dei buoni propositi. E a nulla valgono i post motivazionali e le frasi fatte. È il cosiddetto Quitter’s Day, il giorno in cui tanti rinunciano ai programmi iniziati con convinzione solo poche settimane prima. Non sempre perché manca la volontà. Più spesso perché manca un vero sostegno. 

A dirlo, senza giri di parole, è una recente indagine europea condotta da Focal Data per conto di Novo Nordisk. In Italia il dato è netto: l’88% degli intervistati ritiene che le persone con obesità subiscano stigma a causa del proprio peso. Un ‘marchio’ che pesa più di qualsiasi bilancia, soprattutto quando l’anno nuovo porta con sé aspettative, giudizi e confronti continui.

Se l’obesità viene ancora vista come una colpa

Purtroppo, c’è un equivoco di fondo. Il 31% degli italiani non sa che l’Organizzazione mondiale della sanità riconosce l’obesità come una malattia cronica. Un dettaglio tutt’altro che marginale.

Perché se il problema viene percepito come una semplice scelta di vita, allora fallire diventa una colpa personale. E invece la realtà è molto più complessa: entrano in gioco fattori biologici, genetici, psicologici, sociali, ambientali. Ridurre tutto a “mangia meno e muoviti di più” è uno slogan che non aiuta nessuno.

Gennaio è il mese più difficile

Per chi decide di iniziare un percorso di perdita di peso a inizio anno, il momento critico arriva presto. Per il 53% delle persone con obesità la mancanza di sostegno è il principale motivo che porta ad abbandonare.

Non la dieta, non l’esercizio fisico. Il sentirsi soli. Un sentimento che si amplifica in una società dove l’attenzione è spesso puntata sull’aspetto esteriore più che sulla salute complessiva.

Serve un nuovo linguaggio

Secondo Iris Zani, presidente della Federazione Italiana Associazioni Obesità, la retorica dei buoni propositi rischia di fare più male che bene. Solo poco più della metà delle persone con obesità sente che la società riconosce questa condizione per ciò che è davvero: una malattia cronica.

Eligio Linoci, vicepresidente FIAO, parla di un percorso lungo e coraggioso, che non dovrebbe mai essere affrontato da soli, e invita a trasformare il Quitter’s Day in un’occasione di impegno collettivo.

Una questione che riguarda tutti

In Italia quasi il 47% degli adulti è in eccesso di peso e circa 5,8 milioni convivono con l’obesità, con effetti rilevanti sulla salute, sulla vita sociale e sul benessere mentale.

È anche per questo che iniziative come il portale Novo IO, promosso da Novo Nordisk, puntano a offrire informazioni, strumenti e percorsi personalizzati con team medici multidisciplinari. Forse il vero cambiamento dovrebbe partire dallo smettere di giudicare.

Saldi online: gli utenti italiani si fidano del proprio istinto a scapito della sicurezza

I periodi di saldi rappresentano momenti di forte attività per i truffatori online. Con l’avvicinarsi dei saldi invernali, secondo i risultati un sondaggio di Kaspersky, il 98% degli italiani dimostra un livello sostanziale di consapevolezza dei rischi legati alla sicurezza online, e adotta almeno alcune misure per proteggere le proprie transazioni digitali

Allo stesso tempo, il 63% degli acquirenti online ritiene di essere in grado di individuare autonomamente le frodi, mentre solo il 30% utilizza effettivamente software di sicurezza per proteggere i pagamenti e bloccare i link dannosi. 
Secondo gli esperti, questa discrepanza rappresenta un rischio significativo per chi fa acquisti sul web.

Attacchi phishing: nel 2025 quasi 6,7 milioni

“È particolarmente preoccupante il modo in cui i criminali informatici stanno sfruttando l’Intelligenza artificiale per creare tentativi di phishing sempre più sofisticati e mirati, spesso difficili da riconoscere per gli utenti comuni”, spiega Olga Altukhova, Senior Web Content Analyst di Kaspersky.

Inoltre, nell’ultimo anno Kaspersky ha identificato quasi 6,7 milioni di attacchi di phishing che simulavano negozi online, sistemi di pagamento o banche, di cui il 55,6% era rivolto specificamente agli acquirenti online.
La tendenza a trascurare le misure di sicurezza informatica è particolarmente marcata tra le generazioni più anziane (over 55), tra le quali solo il 32% degli intervistati dichiara di utilizzare effettivamente soluzioni di sicurezza quando effettua acquisti online.

La maggior parte utilizza misure di protezione base

In generale, le misure di protezione più diffuse includono l’attenzione ai potenziali segnali di allarme, come collegamenti ipertestuali sospetti o un design insolito dei siti web (63%), e la verifica dell’autenticità del venditore (62%).

Gli esperti di Kaspersky sottolineano che sebbene queste pratiche siano fondamentali per uno shopping online più sicuro, rappresentano solo un livello di protezione base e non una prevenzione completa delle frodi, che al contrario, può essere garantita da soluzioni di sicurezza dedicate.
Altre misure, come l’utilizzo di una carta di credito separata per gli acquisti digitali o un indirizzo e-mail dedicato per registrarsi su negozi online sconosciuti, sono state adottate rispettivamente dal 48% e dal 19% degli intervistati.

I giovani chiedono consigli ad amici e parenti prima di comprare

Il 18% degli intervistati, dichiara, inoltre, di consultare amici e parenti prima di effettuare un acquisto. Questa pratica è particolarmente diffusa tra le generazioni più giovani, con il 37% che la adotta, mentre risulta meno frequente tra le persone più anziane (21%).
“Durante tutto l’anno abbiamo osservato come gli acquirenti online siano costantemente tra gli obiettivi preferiti dei truffatori – ha sottolineato Olga Altukhova -. Nei periodi di saldi, queste attività fraudolente diventano ancora più frequenti. Rimanere vigili è fondamentale, ma proteggersi richiede più della semplice consapevolezza”.

Natale: sotto l’albero circa 30 milioni di regali indesiderati. La soluzione? Rivenderli online

Secondo la nuova ricerca di Ipsos Doxa per eBay dedicata al regifting, ovvero la rivendita dei regali “indesiderati”, lo scorso Natale il 15% di italiani ha rivenduto un regalo non gradito- Quest’anno la quota sale al 20 %.

In Italia ogni Natale si scartano infatti circa 30 milioni di regali “sbagliati”. In cima alla lista, vestiti, scarpe e accessori (44%), articoli per la casa (33%), libri e fumetti (18%), gioielli e orologi (17%), elettronica (14%).
Il 76% degli intervistati si rivolge alle piattaforme digitali per rivendere i doni sbagliati, o acquistare articoli usati da regalare (66%), confermando un’apertura generale al second-hand. 

Natale con i tuoi…o forse no

Il risparmio rimane la prima scelta di destinazione del guadagno ottenuto dalla rivendita per il 55% degli intervistati, quota in crescita rispetto al 51% del 2024.
Ma se nell’immaginario collettivo parenti lontani e conoscenti sono simbolo del regalo “difficile da apprezzare”, la realtà risulta diversa.
Secondo la ricerca, infatti, zii (12%), colleghi (9%), cugini (7%), sono lontani dal palmares di chi vince nel fare i regali sbagliati, che vede in cima alla classifica amici (24%), partner (21%) mamme e fratelli (17%).

Il 44% degli italiani dichiara di aver ricevuto almeno un regalo non gradito il Natale scorso, e di questi, il 20% solitamente lo rivende, il 35% ritiene che rivenderlo non sia un gesto carino da fare o ha avuto paura di essere scoperto dalla persona che l’aveva donato, oppure, crede sia uno sforzo per cui non valga la pena impegnarsi (15%).

Il regifting è un fenomeno di tendenza tutto l’anno

Quasi il 60% degli intervistati (56% nel 2024) è disposto a vendere i regali non graditi ricevuti nel corso di tutto l’anno, non solo a Natale, con un 48% che prevede di farlo nella stessa misura dello scorso anno e l’11% addirittura in misura maggiore.  
In particolare, oltre 1 italiano su 3 ha rivenduto almeno un articolo indesiderato, con il 41% che dichiara di essere più propenso a rivendere a causa del costo della vita.

Le motivazioni del regifting sono concrete: il 37% lo fa perché il regalo non corrisponde ai propri gusti, il 28% perché possiede già un articolo simile e il 27% perché semplicemente non lo vuole tenere.

Pratica sostenibile o irrispettosa?

Di fatto, il regifting può rappresentare un’opportunità economica.
Per alcuni, la rivendita rappresenta infatti anche un’opportunità di guadagno extra (12%), per altri è una decisione dettata dal valore dell’oggetto, considerato troppo prezioso per restare inutilizzato (9%).

Aumenta poi anche la considerazione che il regifting sia una pratica sostenibile (38% vs 36% nel 2024) perché permette di ridurre lo spreco e favorire la circolarità.
Il 34% (vs 37% nel 2024) lo considera invece un’attività pratica, perché garantisce una seconda vita agli oggetti, mentre resta pressoché stabile chi continua a ritenerla una pratica irrispettosa nei confronti di chi ha fatto il regalo (33% vs 34%).

Riciclo, l’Italia è da serie A. Ma resistono alcune criticità

L’Italia, quando si parla di riciclo, continua a giocare nella serie A europea. I numeri sono lusinghieri, e non da oggi. Eppure, dietro questa facciata brillante, si nascondono crepe profonde che riguardano proprio le filiere più importanti per quantità e potenziale economico.

È quanto emerge dal nuovo Rapporto “L’Italia che Ricicla”, presentato a Roma da UNICIRCULAR, la sezione di ASSOAMBIENTE dedicata al riciclo e all’economia circolare.

I numeri: tanta raccolta, ma il cerchio non si chiude completamente

Nel nostro Paese si producono 193,8 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. La fetta più grande è rappresentata dai rifiuti speciali, 164,5 milioni di tonnellate, soprattutto da costruzioni, demolizioni e attività manifatturiere. I rifiuti urbani ammontano invece a 29,3 milioni di tonnellate, con l’organico che resta la parte dominante.

La raccolta differenziata continua a salire e tocca il 66,6 per cento. Più della metà dei rifiuti urbani finisce avviata a riciclo, mentre i rifiuti speciali raggiungono addirittura il 73 per cento. Risultati che molti Paesi europei ci invidiano.

Le filiere in affanno: plastica, tessile, edilizia e RAEE

Nonostante i traguardi, il sistema resta privo di una vera strategia industriale che trasformi il riciclo in un vantaggio competitivo. Le difficoltà maggiori emergono da settori strategici come la plastica, dove i materiali vergini a basso costo soffocano il mercato dei riciclati; o come il tessile e i RAEE, penalizzati da una raccolta ancora troppo bassa per recuperare materie preziose.

Nel mondo dell’edilizia, pur con tassi di recupero molto alti, gli aggregati riciclati faticano a trovare sbocchi. Mancano domanda stabile, norme uniformi e una visione che trasformi i materiali recuperati da pesi da gestire a risorse da valorizzare.
Anche le filiere più mature, come carta e vetro, pagano il conto dell’energia e dei costi di emissione, che riducono ulteriormente la competitività.

Un settore frammentato

Il rapporto ricorda come la gran parte delle imprese del settore sia composta da micro e piccole realtà, spesso schiacciate da costi elevati, margini ridotti e incertezze normative. Secondo UNICIRCULAR, una maggiore integrazione tra imprese e una reale collaborazione industriale potrebbero fare la differenza.

Paolo Barberi avverte che senza un quadro normativo stabile e una domanda interna capace di assorbire i materiali riciclati, l’economia circolare rischia di restare solo uno slogan. Chicco Testa insiste su un punto: il riciclo non è più solo un gesto virtuoso, è un pezzo strategico della politica industriale nazionale.

Italia, cosa raccontano davvero i dati Istat su lavoro e redditi 

Capire come sta cambiando il lavoro in Italia non è mai semplice. I dati sono velocissimi, mentre la vita delle persone segue – per fortuna – un altro ritmo. 

L’Istat, questa volta, ha messo insieme due settori che spesso vengono letti separatamente: i redditi delle famiglie (dal 2018 al 2022) e la situazione lavorativa degli individui (2018-2023). È un po’ come guardare dentro una casa dalla finestra e poi aprire la porta per vedere chi ci vive davvero. I numeri, così, diventano più sinceri.

Dopo la pandemia, una ripartenza tutt’altro che scontata

Il 2024 conferma un trend che ormai sembra essersi rimesso in moto: il tasso di occupazione dei 15-64enni è arrivato al 62,2%, un piccolo passo avanti che però vale molto. La disoccupazione scende al 6,6%, mentre l’inattività resta quasi ferma.

Guardando al 2023, si intravedeva già una scia positiva: più persone al lavoro, meno in cerca, meno fuori dal mercato. Sembra una normalità riconquistata dopo lo shock del 2020, ma il quadro è più sfaccettato.

Le famiglie con redditi bassi crescono di più

La sorpresa arriva da chi, finora, faticava di più. Tra il 2022 e il 2023, proprio le famiglie nei primi quinti di reddito sono quelle che hanno visto aumentare di più il tasso di occupazione. Parliamo di rialzi anche di 2-3 punti percentuali. Parallelamente, la disoccupazione scende più velocemente proprio tra chi aveva meno margine.

Il Mezzogiorno, spesso citato solo per le difficoltà, mostra invece una crescita simile al Nord-est. E nei redditi più bassi, alcune zone registrano balzi davvero notevoli. Segnali positivi

Giovani, donne e istruzione: i nodi ancora da sciogliere

I giovani tra i 25 e i 34 anni tornano a lavorare di più, toccando il 68,1% di occupazione, con miglioramenti forti soprattutto nelle fasce meno abbienti. Bene anche gli over 55, che crescono più degli altri.

Rimane invece il nodo del divario di genere, che pesa soprattutto nei redditi più bassi: in alcune fasce la distanza tra uomini e donne sfiora ancora i 30 punti percentuali. Anche il livello di istruzione continua a segnare confini netti: chi ha una laurea parte ancora avvantaggiato, e la differenza si vede soprattutto tra ricchi e poveri.

Aumentano i contratti stabili, ma tanti lavori a basso reddito

Una buona notizia: i contratti stabili crescono, mentre quelli a termine scendono un po’. Ma se si guarda alla qualità dei lavori, c’è ancora parecchia strada: più di un quarto degli occupati è in professioni a basso reddito, e tra chi trova lavoro per la prima volta, questa quota sale oltre il 40%.