GenAI: i consumatori vorrebbero integrarla nello shopping

Innovazione tecnologica, cambiamento nelle priorità di spesa e crescente consapevolezza in termini di sostenibilità influenzano i comportamenti dei consumatori. Così, il 71% desidera che l’AI generativa sia integrata nelle esperienze di acquisto. Circa la metà (46%) è entusiasta dell’impatto della GenAI sugli acquisti online, e circa tre quarti sono favorevoli alle raccomandazioni basate su di essa.
La preferenza di GenZ e Millennial per iper-personalizzazione ed esperienze digitali senza soluzione di continuità sono i principali driver di questa tendenza. 

E se il 58% ha sostituito i motori di ricerca tradizionali con strumenti di GenAI per consigli su prodotti e servizi, il 68% desidera che tali strumenti aggreghino i risultati di tutte le ricerche per unificare tutte le opzioni di acquisto. È quanto emerge dal report annuale ‘What Matters to Today’s Consumer’, realizzato dal Capgemini Research Institute.

Disposti a pagare per consegne rapide

Sebbene gli investimenti in GenAI siano in aumento, il suo utilizzo è inferiore alle aspettative. La soddisfazione dei consumatori nei confronti di questa tecnologia cala rispetto allo scorso anno (37% vs 41% nel 2023), mentre aumenta la domanda di servizi commerciali in tempi rapidi. Specialmente in alcune aree geografiche, i consumatori sono sempre più disposti a pagare per velocità (70% vs 41%) ed efficienza.

In particolare, sono disposti a pagare il 9% del valore dell’ordine per consegne in 2h10. E il 65% considera il servizio di consegna in 2 ore un aspetto fondamentale per i propri acquisti. Perciò i retailer dovrebbero prendere in considerazione l’integrazione di questo servizio nei propri modelli di business.

Sì a prodotti sostenibili, no a sovrapprezzo

Nonostante il 64% dei consumatori acquisti da brand sostenibili e il 67% sia disposto a cambiare retailer a favore di uno più sostenibile, scende la disponibilità a pagare un sovrapprezzo.

Sebbene la percentuale di consumatori disposti a pagare tra l’1% e il 5% in più sia leggermente aumentata (38% vs 30%), quelli disposti a pagare più del 5%, negli ultimi due anni diminuiscono in maniera costante.
Ma i consumatori sono sempre più alla ricerca anche di informazioni approfondite sul prodotto che stanno acquistando. Soprattutto le informazioni nutrizionali, con il 67% degli acquirenti che dichiara di essere disposto a cambiare prodotto sulla base di esse.

Social media e influencer virtuali

Gli influencer generati dall’AI sono sempre più popolari: un quarto dei consumatori si fida di loro ed effettua acquisti sulla base dei loro consigli. Anche i tradizionali influencer godono di una certa popolarità. Nel 2024 circa 7 consumatori GenZ su 10 hanno scoperto nuovi prodotti grazie a loro. Nel 2023 erano ‘solo’ il 45%.

Inoltre, il 40% dei consumatori utilizza occasionalmente i canali social per interagire con il servizio clienti. Ciò sottolinea la crescente dipendenza da queste piattaforme per la risoluzione di problemi e la ricerca di assistenza. Piattaforme come Instagram e TikTok stanno poi trasformando il settore retail, poiché oltre la metà dei consumatori scopre nuovi prodotti attraverso i social (32% nel 2022).

Viaggi e turismo online: italiani bloccati dal fenomeno del WanderLost

Per la metà dei viaggiatori italiani (51%) gennaio non è solo uno dei momenti chiave per le decisioni importanti da prendere nel nuovo anno, ma anche per i piani di viaggio. Tuttavia, troppo tempo ed energie dedicate a pianificare rischiano di far cedere alla sopraffazione.

Emerge da una ricerca condotta da Skyscanner: l’86% di chi sta organizzando un viaggio ammette che l’eccesso di variabili nella prenotazione possono portare a perdere completamente le offerte.

Questo fenomeno, soprannominato da Skyscanner e dalla neuroscienziata Faye Begeti come ‘WanderLost’, colpisce i viaggiatori di tutto il mondo.
Quando si tratta di organizzare un viaggio, il desiderio di scegliere la destinazione perfetta lascia infatti l’82% degli italiani nell’indecisione, mentre per il 96% anche il costo dell’intero viaggio è un fattore da considerare.

Se il cervello entra in modalità “basso consumo”

“WanderLost è lo stato di indecisione durante la pianificazione di un viaggio, che deriva fondamentalmente dalla stanchezza mentale – spiega Begeti -. Il cervello esecutivo, situato nella corteccia prefrontale, governa il processo decisionale così come il pensiero complesso e la pianificazione. Le ricerche dimostrano che uno sforzo mentale prolungato, come un’intera giornata di lavoro, riduce il flusso sanguigno in questa regione”.

Secondo la neuroscienziata, ciò porta “il cervello a entrare in modalità a basso consumo, evitando quindi i compiti che richiedono sforzo cognitivo e optando per attività passive, come scorrere il telefono o guardare la Tv”.

Come si combatte la stanchezza da decisione?

“Questo vale anche per la pianificazione di una vacanza – aggiunge Begeti -, che può sembrare scoraggiante poiché richiede una concentrazione e uno sforzo significativi”.
Insomma, l’eccitazione della ‘wanderLust’ si trasforma in uno stato di ‘wanderLost’.

Come combattere la stanchezza da decisione? L’affaticamento decisionale può sopraffare il cervello, facendo sembrare estenuanti anche le scelte più semplici. Per questo, restringere le opzioni è fondamentale.
Quindi, quando l’energia mentale è più alta dare priorità alle decisioni chiave, come volo e alloggio, mentre per le scelte meno importanti optare per il ‘va abbastanza bene’.

Sfruttare la dopamina anticipatoria

Scegliere una vacanza in linea con il proprio stato mentale è fondamentale. Quando si è mentalmente in sovraccarico, meglio scegliere un ritiro nella natura o al mare. Se invece si è poco stimolati, meglio considerare una vacanza in città o all’insegna dell’avventura.

Imparare poi a sfruttare poi la dopamina anticipatoria. Il cervello si nutre di anticipazione, la preparazione di una vacanza è stimolante quanto il viaggio stesso. Inserire le destinazioni dei sogni nell’elenco rende la pianificazione più emozionante.

Un altro ‘brain hack’ è liberarsi dalla routine. Quando si organizzano le vacanze, uscire dalla zona di comfort e indagare su destinazioni inaspettate rispetto al solito, può aiutare a non ricadere nella solita routine da pianificazione.

Come cambia il crimine informatico: nel 2024 meno malware, più ransomware

Nel 2024 il rapporto annuale della Polizia postale italiana per la sicurezza cibernetica ha rilevato oltre 1.500 attacchi nei confronti di infrastrutture critiche e Pubbliche amministrazioni. Il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) l’anno scorso ha gestito circa 12 mila attacchi informatici significativi, diramando oltre 59.000 alert per prevenire e contrastare attacchi ai sistemi informatizzati di interesse nazionale.

Per quanto riguarda le modalità di attacco, si è registrata una riduzione del 30% negli attacchi DDoS, mentre gli attacchi ransomware sono aumentati del 18%.
Parallelamente, il numero di malware è diminuito del 46%, mentre le altre tecniche di hacking hanno registrato un incremento del 46%.

Da minaccia puramente criminale a state-sponsored

Oltre alle quotidiane attività di contrasto, il Cnaipic è anche chiamato a gestire alcuni grandi eventi. Tra tutti, per il 2024, il G7 che si è svolto in Puglia dal 13 al 15 giugno.
Inoltre, quale punto di contatto nazionale e internazionale per il monitoraggio e la gestione degli eventi di sicurezza cibernetica, sempre nel 2024 il Cnaipic ha gestito anche 63 richieste di cooperazione internazionale, consentendo l’identificazione e la denuncia di 178 persone.

In linea generale, però, sempre secondo il Report, lo scenario aggiornato della minaccia cyber a una matrice puramente criminale vede ormai stabilmente aggiungersi un’origine riconducibile all’operare di attori state-sponsored. Questo, anche in conseguenza del contesto geopolitico internazionale.

Attacchi ad alto spettro a infrastrutture pubbliche, nazionali e territoriali

“Le metodologie criminali – spiegano gli autori del Report – confermano un’elevata incidenza di attacchi ransomware e di DDoS diretti ad ampio spettro a infrastrutture pubbliche, nazionali e territoriali, con particolare riferimento alle Pubbliche Amministrazioni locali, specie Comuni e Aziende sanitarie, e verso aziende erogatrici di servizi essenziali in diversi settori, come, ad esempio Trasporti, Finanze, Sanità, Telecomunicazioni”.

Il ruolo dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente

Più in particolare, l’anno scorso su un totale di poco meno di 12 mila attacchi, ne sono stati rilevati 1.533 nei confronti di infrastrutture critiche, operatori dei servizi essenziali e Pubbliche Amministrazioni locali, il 38% in più rispetto al 202.

Il Report annuale 2024 della Polizia postale e per la sicurezza cibernetica, riferisce Agi, parla poi di “un fenomeno aggravato dalle difficile situazione geopolitica legata ai conflitti in Ucraina e Medio Oriente – si legge nel Report -: gli autori di tali crimini operano frequentemente da Paesi in cui la cooperazione internazionale giudiziaria e di polizia risulta difficoltosa o impraticabile”.

Italia, cresce l’occupazione. Ma resta maglia nera in Europa 

Nel 2023, il tasso di occupazione in Italia ha raggiunto il 66,3%, un dato record. Eppure, nonostante questo dato positivo, il nostro Paese resta distante dalla media europea, con un divario di 9 punti percentuali. Le regioni del sud e le isole sono particolarmente penalizzate: qui si registrano livelli di occupazione molto bassi,  rispettivamente del 52,5% e del 51,5%.

Lo rivela la Commissione Europea, che evidenzia inoltre come il mercato del lavoro italiano abbia ancora sfide importanti da affrontare, come la disparità di genere. Il divario occupazionale tra uomini e donne, pari a 19,5 punti percentuali, è più del doppio rispetto alla media UE, e non ha mostrato miglioramenti significativi nell’ultimo decennio. D’altro canto, riporta Ansa, l’Italia si distingue positivamente per essere tra i Paesi con il minore divario occupazionale per le persone con disabilità.

Disoccupazione in calo, ma la situazione rimane critica

Il tasso di disoccupazione è sceso al 7,7% nel 2023, con una riduzione anche della componente di lungo periodo, ora al 4,2%. Nonostante questi progressi, entrambi i valori restano tra i più alti nell’Unione Europea, mantenendo il mercato del lavoro italiano in una situazione considerata “da monitorare” o addirittura “critica”.

La scarsa partecipazione al mercato del lavoro di giovani e donne rappresenta una  grave problematica, aggravata dalla pressione demografica. La bassa natalità e l’invecchiamento della popolazione richiedono interventi urgenti per incentivare l’inclusione lavorativa.

Redditi in calo e competenze da potenziare

Il reddito familiare disponibile pro capite, pari al 94% rispetto ai livelli del 2008, mostra un ulteriore calo nel 2023, contro una media europea del 111,1%. Questo dato, definito “critico” dalla Commissione Europea, sottolinea la necessità di interventi per migliorare il benessere economico delle famiglie italiane.

Sul fronte delle competenze, solo il 45,8% degli adulti possiede abilità digitali di base, un dato che evidenzia la necessità di rafforzare la formazione continua. Non manca qualche buona notizia, come la riduzione dell’abbandono scolastico precoce (-1 punto percentuale) e il calo dei giovani NEET (-2,9%), che scendono all’11,2%, comunque uno dei tassi più elevati in Europa.

Povertà e esclusione sociale

Nel 2023, la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è diminuita: -1,6 punti percentuali per la popolazione generale e -1,4 punti per i bambini. Nonostante questi miglioramenti, i tassi restano sopra le medie UE, attestandosi rispettivamente al 22,8% e al 27,1%. Insomma, nonostante qualche segnale positivo, il percorso verso una maggiore equità sociale è ancora lungo.

Perché quasi il 60% delle famiglie italiane è in difficoltà?

Quasi il 60% delle famiglie italiane considera il proprio reddito insufficiente per soddisfare le necessità di base. Secondo un’indagine condotta da Nomisma, il 58% delle famiglie trova sostegno esclusivamente nella rete familiare, mentre solo il 29% può contare sui servizi pubblici.

Questo dato evidenzia un modello di welfare “fai da te”, in cui le famiglie si affidano principalmente a sé stesse per affrontare le difficoltà economiche.

Alcune spese sono “insostenibili
Circa 1 famiglia su 6 si occupa di familiari non autosufficienti, mentre 1 su 10 dichiara di non essere in grado di sostenere economicamente la nascita di un figlio. Queste difficoltà si riflettono anche sulle spese quotidiane: l’85% delle famiglie ha ridotto le spese per il tempo libero, il 72% per i consumi culturali, il 67% per le attività sportive e 1 su 2 ha tagliato le spese sanitarie.
Il 28% ha persino dovuto comprimere i costi legati all’istruzione dei figli.

Migliora la congiuntura economica, ma non tutti ne beneficiano
Nonostante una congiuntura economica apparentemente favorevole, con un tasso di occupazione al 62,5% e un’inflazione stabilizzata sotto il 2%, oltre la metà delle famiglie (59%) considera i propri redditi insufficienti. Tra queste, il 15% non riesce a coprire le spese primarie, mentre un altro 44% arriva a stento a fine mese.

Il mancato aumento della produttività e il blocco dei salari in Italia, cresciuti solo del 16% tra il 2013 e il 2023 contro una media europea del 30,8%, aggravano ulteriormente il problema.

Le rinunce delle “famiglie sandwich
Particolarmente vulnerabili sono le cosiddette “famiglie sandwich”, costrette a sostenere sia figli piccoli sia genitori anziani. Tra queste, il 70% dichiara di aver ridotto le spese sanitarie. Anche i genitori soli con figli e le famiglie meridionali mostrano elevata fragilità.

Emergono inoltre nuove solitudini: giovani sotto i 45 anni, adulti tra i 45 e i 69 anni, e anziani over 70 sono sempre più esposti a difficoltà economiche, sanitarie e sociali, spesso senza un supporto adeguato.

Il ruolo delle imprese e delle istituzioni
Il supporto delle imprese con il welfare aziendale è limitato: solo il 12% delle famiglie lo percepisce come presente. Anche il welfare pubblico non risponde ai bisogni, lasciando molte famiglie abbandonate a loro stesse.

L’aumento del disagio psicologico fra i giovani e le difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro completano un quadro complesso, che richiede interventi mirati per migliorare il benessere delle famiglie italiane.

Le imprese aumentano il budget AI per le strategie omnicanale

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience del Politecnico di Milano: nel 2024, due terzi delle grandi aziende italiane (69%) ha incrementato il budget destinato a iniziative di Intelligenza artificiale nei processi di gestione del cliente.
Con una diffusione del 49%, il Customer Care risulta l’ambito più rilevante di applicazione.

In generale, il processo di implementazione dell’Omnichannel Customer Experience (OCX) nelle aziende italiane nell’ultimo anno ha registrato un avanzamento medio superiore rispetto agli anni precedenti.
La maturità omnicanale monitorata dallo OCX Index, l’indicatore che monitora il livello di maturità delle imprese, ha infatti raggiunto un valore di 4,8 su 10 (+11% vs 2023).

L’importanza di un approccio avanzato alla gestione dei dati

Quanto al livello di maturità omnicanale, è l’area Dati e Tecnologia ad avere registrato l’incremento più significativo, favorito dall’adozione di soluzioni di AI (o dalla volontà di adottarle), che ha accresciuto la consapevolezza sull’importanza di un approccio avanzato alla gestione dei dati.

“Negli ultimi dieci anni, l’Omnichannel Customer Experience si è affermata come una leva strategica e fondamentale per numerose aziende. Tuttavia, il cammino verso una piena maturità omnicanale rimane costellato da sfide complesse, organizzative e tecnologiche”, afferma Giuliano Noci, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio.

AI generativa: dai chatbot alle campagne marketing le applicazioni più usate

Di fatto, però, oggi solo l’11% delle grandi aziende italiane si può considerare a uno stadio di maturità omnicanale avanzata. In questo scenario, l’AI, in particolare, l’AI generativa, rappresenta un potenziale impulso alla trasformazione, “offrendo da un lato un miglioramento dell’efficienza operativa e dall’altro facilitando esperienze personalizzate – aggiunge Noci -, che grazie a contenuti dinamici basati sulle preferenze individuali, accrescono la propensione all’acquisto e promuovono la fidelizzazione”.

Tra le applicazioni più diffuse di Intelligenza artificiale all’interno dei processi di gestione del cliente, “si annoverano chatbot basati su AI, sia in forma discriminativa sia generativa, l’ottimizzazione delle campagne di marketing e il lead scoring”, spiega Marta Valsecchi, direttrice dell’Osservatorio.

Content management e customer care gli ambiti dalle maggiori opportunità

Guardando al futuro, emergono grandi opportunità in ambiti come il content management, per traduzioni di descrizioni prodotto o la generazione dinamica di immagini, nonché in ambito customer care, in cui il supporto agli operatori della gestione dei clienti è sempre più importante.

Tuttavia, per cogliere appieno il valore dell’AI è fondamentale aver costruito solidi pilastri dell’omnicanalità. Ovvero, processi chiari, dati strutturati, infrastrutture tecnologiche adeguate e competenze specializzate.
“Senza questi elementi – puntualizza Valsecchi -, il potenziale dell’AI e le possibilità di offrire un’esperienza realmente omnicanale, personalizzata e fidelizzante rischiano di rimanere inespressi”.

Tra gli italiani migliora il senso di sicurezza

Quanto si sentono al sicuro gli italiani a camminare da soli, al buio, nella propria zona di residenza? Per nulla il 2%, poco il 12%, abbastanza il 57,6% e molto il 18,4%.
In generale, +15,4% rispetto agli anni 2015-2016. Emerge dall’Indagine ISTAT sulla Sicurezza dei cittadini negli anni 2022-2023.

Rispetto al passato, resta stabile la quota di chi non esce mai di sera, né da solo né accompagnato (11,9%), ma i comportamenti adottati per proteggersi sono in diminuzione (circa -10%). Inoltre, passa dal 7,7% nel 2015-2016 al 4% nel 2022-2023 la quota di chi porta qualcosa con sé per difendersi o chiedere aiuto in caso di pericolo. E diminuisce il senso di insicurezza percepito da soli nella propria abitazione (-9,7%).

Donne insicure il doppio degli uomini

Malgrado i segnali positivi permane comunque una quota importante di cittadini (24%) per cui la criminalità incide sulle abitudini di vita. Un dato comunque dimezzato rispetto al 38,2% del 2015-2016.
La percezione di insicurezza solo parzialmente è collegata al rischio di criminalità di un territorio, ma è condizionata anche da genere, età, livello di istruzione.

Il senso di insicurezza in effetti è significativamente più forte tra le donne rispetto agli uomini, il doppio più propense a sentirsi insicure quando escono da sole di sera (16,4% vs 7,4%) e circa quattro volte più numerose a non uscire di sera per paura (19,5% vs 5,3%). Sono anche più condizionate dalla paura della criminalità (28,8% vs 19%).

Un andamento diverso tra i generi

Oltre un’anziana su due (59,2% over75) non esce mai sola o non esce mai, e lo stesso accade per un anziano su quattro (39,2%). Tuttavia, solo il 4,7% non esce di sera per paura della criminalità.

Inoltre, le ragazze tra 14-24 anni mostrano un picco di insicurezza che diminuisce nelle fasce di età successive, ovvero tra 25-34 anni e tra 35-44, per poi aumentare leggermente e stabilizzarsi. Al contrario, per i maschi l’insicurezza cresce progressivamente raggiungendo il picco intorno a 75 anni.
Anche le precauzioni prese quando si esce la sera risultano più diffuse tra le donne (23,3% vs 16% uomini), ma la differenza tra generi è fortemente ridotta rispetto al passato.

Chi ha paura di stare a casa da solo?

Anche in questo caso, l’insicurezza è più marcata tra le donne (7% vs 3%), in particolare tra le over75 (11,6%).
I giovani sono i meno condizionati dalla percezione della criminalità (29% under24 non è influenzato), mentre i livelli più alti si riscontrano tra gli over65.

Le persone con livello di istruzione più elevato si sentono più sicure (28,7% laureati molto sicuro vs 11% con titolo di studio elementare) e sono meno influenzate dalla criminalità.
Chi ha subito reati, come scippo o rapina, è meno sicuro. Il 34% di loro si sente ‘poco e per niente sicuro quando esce da solo ed è buio’, e il 60,2% è ‘influenzato dalla criminalità’, a fronte, rispettivamente, dell’11,9% e del 23,7% delle ‘non vittime’.

Quali sono i driver di acquisto delle mamme italiane?

Nel panorama dei consumi delle famiglie Millennials e GenZ, emerge chiaramente il ruolo centrale della community e dei consigli da parte di persone fidate. Le mamme, in particolare, considerano determinanti i suggerimenti di altre mamme (91%) e quelli degli specialisti (87%), insieme al web (90%), per prendere decisioni d’acquisto informate.

L’uso dei social media diventa cruciale: Instagram è la piattaforma prediletta dalle mamme più giovani, con TikTok in crescita tra le giovanissime, mentre i papà optano più spesso per YouTube. I social, dunque, non sono più solo luoghi di intrattenimento, ma vere e proprie fonti di informazione e ispirazione per queste generazioni.

Come cambiano i ruoli di mamma e papà: il punto sulle responsabilità

Il tradizionale equilibrio dei ruoli sembra persistere, con le mamme che ancora si fanno carico della gestione domestica e della cura dei figli in modo prevalente. Secondo lo studio “Focus Mamme” di BVA Doxa, il 70% delle mamme si identifica come figura di riferimento per la cura dei figli, mentre i papà percepiscono una condivisione maggiore, con il 57% che ritiene equa la ripartizione dei compiti tra i partner.

Tuttavia, solo il 26% delle mamme si sente adeguatamente supportato dal partner, una percezione ben diversa rispetto al 44% dei papà.

Mamme e acquisti: il peso dei consigli e del digitale

Le mamme con figli tra 0 e 4 anni cercano conferme nella community e nei canali digitali: il 91% delle intervistate considera i consigli di altre mamme fondamentali, seguiti dalle opinioni degli esperti (87%). La comunicazione diretta dei brand, in crescita rispetto agli anni precedenti, permette una connessione immediata e trasparente con i consumatori.

Il sito web aziendale è il canale preferito per ottenere informazioni (62%), acquistare online (55%) e partecipare a programmi di fedeltà (53%). Anche Instagram è importante, usato da quasi una mamma su due per aggiornamenti su prodotti e iniziative.

Social media e genitorialità: dove si informano le famiglie?

Per affrontare le sfide della genitorialità, le mamme si affidano a figure esperte e consigli digitali. Instagram risulta la piattaforma di riferimento per l’81% delle mamme, seguita da TikTok tra le più giovani.

Il 63% delle mamme segue influencer specializzati in famiglia e genitorialità, attratte dalla possibilità di ricevere consigli utili (75%) e contenuti di valore.

Il tema salute: sui social gli esperti vengono ascoltati?  

Sulla salute dei figli, le mamme si affidano sempre più a medici e specialisti presenti online: il 71% li considera utili. Competenza e affidabilità sono i principali motivi di questa preferenza, con quasi la metà delle mamme pronte a seguire consigli online se provenienti da fonti accreditate.

Universitari europei, perchè l’adesione agli studi Stem resta bassa?

Solo poco più di un quarto degli studenti universitari in Europa, precisamente il 26,6%, si iscrive a corsi in ambito Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), secondo quanto emerge dalla terza edizione dell’Osservatorio Stem 2024, condotto da Deloitte.

Tra gli iscritti, oltre la metà (53,7%) sceglie facoltà di ingegneria, seguita dalle scienze naturali, matematica e statistica (26,7%) e infine dai corsi Ict (19,5%). Questi dati riflettono la significativa disparità tra i generi: la partecipazione femminile nei corsi Stem è ancora limitata, con solo il 15,5% delle studentesse rispetto al 40,2% dei loro colleghi maschi.

Motivazioni che spingono alla scelta dei corsi Stem

Per quasi la metà (46%) degli studenti Stem, la scelta è motivata dalla passione e dall’interesse per queste discipline, mentre il 33% si lascia guidare dalle prospettive di carriera e dalle possibili retribuzioni future. Un ruolo importante lo giocano anche le famiglie, considerate il fattore di influenza principale da oltre il 50% degli studenti e da circa il 60% dei lavoratori in ambito Stem.

La scelta di intraprendere percorsi tecnico-scientifici è quindi in parte il risultato di un supporto familiare che incoraggia a valutare le opportunità offerte da queste materie.

La paura del “troppo difficile”

Nonostante l’importanza crescente delle competenze tecnico-scientifiche, molti giovani continuano a percepire le discipline Stem come eccessivamente complesse: un terzo degli studenti evita infatti questi percorsi perché si sente “non portato” o li considera troppo difficili.

Tuttavia, il 60% dei giovani che attualmente frequentano corsi alternativi mostra interesse verso un possibile avvicinamento futuro al mondo Stem, indicando una certa apertura nel considerare queste discipline.

Formazione e prospettive occupazionali

La formazione in ambito Stem non si conclude con l’ingresso nel mondo del lavoro. Più del 60% dei lavoratori specializzati in ambito tecnico-scientifico continua a perfezionarsi tramite corsi di aggiornamento e specializzazioni.

Tuttavia, riferisce Adnkronos, il 50% dei giovani esprime preoccupazione per l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione futura, specialmente tra chi ha già una formazione in ambito Stem. Nonostante questi timori, il 60% delle aziende prevede un aumento della domanda di profili Stem in seguito allo sviluppo dell’IA.

Competenze per la transizione verde e digitale

Infine, quasi nove giovani su dieci in Europa ritengono che le competenze Stem saranno essenziali per affrontare con successo la “Green Transition”. Inoltre, oltre il 40% degli intervistati crede che la combinazione tra competenze Stem e IA rappresenti la chiave per gestire con efficacia questa fase di transizione, rafforzando l’idea che il futuro richiederà sempre più conoscenze avanzate in questi settori.

Lavoro ibrido e benessere: perchè è un binomio vincente?

Un recente studio condotto dall’International Workplace Group (IWG) ha rivelato una forte correlazione tra il lavoro ibrido e il miglioramento del benessere dei dipendenti. L’indagine, che ha coinvolto un campione di mille lavoratori ibridi, ha evidenziato come la flessibilità introdotta da questo modello di lavoro abbia avuto un impatto positivo sulla salute fisica e mentale degli individui.

In particolare, quattro lavoratori su cinque (80%) hanno dichiarato che il loro benessere generale è migliorato in modo significativo grazie alla possibilità di alternare il lavoro tra casa, ufficio e spazi di coworking locali.

I benefici del lavoro ibrido sulla salute

Il lavoro ibrido ha portato a una riduzione dei tempi di spostamento casa-lavoro, consentendo ai dipendenti di dedicare più tempo al proprio benessere personale.

Il 68% degli intervistati ha riportato un miglioramento della propria salute fisica, grazie alla maggiore opportunità di praticare attività fisica (54%) e di preparare pasti più sani (58%). Inoltre, l’80% dei lavoratori ha dichiarato di sentirsi più riposato, grazie a un miglioramento della qualità e della regolarità del sonno (68%).

Miglior equilibrio tra vita privata e lavoro

Oltre agli effetti positivi sulla salute fisica, il lavoro ibrido ha favorito un miglioramento significativo dell’equilibrio tra vita professionale e personale per l’86% dei partecipanti allo studio. Questa maggiore flessibilità ha contribuito a ridurre lo stress per il 78% dei lavoratori, portando a una forza lavoro più serena e motivata.

Non sorprende che quattro lavoratori su cinque (81%) abbiano segnalato un miglioramento della propria salute mentale grazie al nuovo modello di lavoro.

Vantaggi per le aziende

I benefici del lavoro ibrido non si limitano solo ai dipendenti, ma coinvolgono anche le aziende. Secondo il report di IWG del maggio 2024, l’86% dei responsabili delle risorse umane considera il lavoro ibrido uno dei benefit più apprezzati dai dipendenti e uno strumento efficace per trattenere il personale. Inoltre, l’88% degli HR leader riconosce l’impatto positivo del lavoro ibrido sulla salute mentale dei lavoratori.

Produttività e soddisfazione lavorativa

Lo studio evidenzia che il 74% dei lavoratori si sente più produttivo con il lavoro ibrido, mentre il 76% riferisce di essere più motivato. Infine, l’85% dei dipendenti ha dichiarato che la propria soddisfazione lavorativa è aumentata. Anche le aziende confermano questa tendenza, con l’85% degli HR leader che affermano che il modello ibrido incrementa la produttività.