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Consumi in Italia, la “spinta” della tecnologia

Nell’arco degli ultimi 30 anni, la tecnologia ha dato luogo a un notevole aumento dei consumi in Italia, con particolare rilevanza per i PC, i prodotti audiovisivi e multimediali e soprattutto i telefoni. La spesa pro capite reale per i PC è cresciuta del 786%, mentre quella per i telefoni è esplosa con un incremento del 5.339%. Inoltre, i servizi ricreativi e culturali hanno visto un notevole incremento del 93%, contribuendo al rafforzamento del settore del tempo libero. Tuttavia, si è assistito a una diminuzione dei consumi domestici, come i pasti in casa (-11,2%), i mobili ed elettrodomestici (-5,1%), e il consumo di elettricità e gas (-12,2%), in gran parte dovuta a politiche di risparmio energetico.

La spesa delle famiglie è al di sotto dei valori del 2009

Nel complesso, nel 2022 la spesa delle famiglie è stata di 20.810 euro pro capite, risultando ancora al di sotto dei livelli del 2019 (20.914 euro). Nel 2024, si prevede che i livelli di picco del 2007 (21.365 euro rispetto ai 21.569 euro) non saranno ancora raggiunti. Tuttavia, il 2023 è emerso come un anno di ritorno alla normalità, grazie in gran parte al contributo significativo del settore turistico. Viaggi, vacanze, alberghi (+23,6%), servizi ricreativi e culturali (+9,7%), bar e ristoranti (+8%) hanno registrato incrementi notevoli rispetto all’anno precedente. Questi risultati derivano da un’analisi effettuata dall’Ufficio Studi di Confcommercio sulle abitudini di consumo delle famiglie italiane nel periodo dal 1995 al 2023. L’analisi rivelò un quadro di crescita limitata nell’arco dei tre decenni, con l’Italia che sperimentò una stagnazione aggregata.

Scende la spesa per energie elettrica e gas

La spesa per la tecnologia, come quella destinata ai telefoni, agli elettrodomestici e ai PC, ha registrato un notevole aumento, mentre altre categorie di spesa hanno mostrato performance meno brillanti. Le politiche di risparmio energetico hanno influito positivamente sulla spesa per l’energia elettrica e il gas, portando a una riduzione della spesa reale. La spesa per l’alimentazione in casa è rimasta sostanzialmente stabile nel lungo periodo, mentre quella fuori casa è cresciuta grazie alla fruizione di servizi legati al tempo libero.

Ritorno lento alla normalità

Nonostante i progressi in alcuni settori, la spesa totale non tornerà ai livelli del 2019 entro la fine del 2023 e rimarrà al di sotto del picco del 2007 anche nel 2024. Tuttavia, l’effetto positivo del settore turistico nel 2023 ha contribuito a un ritorno alla normalità, con servizi ricreativi, viaggi e alberghi che sono stati i principali motori di crescita economica, mentre si resta in attesa di un rinnovato dinamismo nel settore manifatturiero esportatore.

Nel 2023 aumentano i consumi fuori casa, nonostante i rincari

Se il 2022 si è rivelato un anno di stabilizzazione per il settore della Ristorazione, il rallentamento della crescita economica nel 2023 non sembra condizionare il segmento ‘fuori casa’. Il settore HoReCa appare quindi solido, con il 2022 chiuso in crescita rispetto all’anno precedente, seppur ancora indietro del 4% rispetto al 2019. Ma per più dell’80% degli operatori HoReCa l’industria dei beni di largo consumo e gli esercenti hanno sensibilmente sofferto l’aumento dei costi, mitigandone solo parzialmente l’impatto incrementando i prezzi ai consumatori finali.
A fronte della pressione inflattiva, a oggi gli operatori non prevedono però una contrazione significativa dei consumi.
Emerge dall’approfondimento di Bain & Company Italia realizzato in occasione del Rapporto Annuale Ristorazione, curato da FIPE-Confcommercio.

I fattori a sostegno della domanda

“Lo scenario del 2023 rimane cautamente positivo, con la maggioranza degli intervistati che per l’anno in corso prospetta una crescita del segmento nell’ordine del +5/+10% rispetto al 2022”, commenta Aaron Gennara Zatelli, Partner di Bain & Company.
La tenuta del settore nel 2023 sarà guidata da diversi fattori. Innanzitutto, la stabilità della domanda dei consumatori italiani. Poi, la ‘premiumizzazione’ sostenuta dalla maggiore attenzione da parte dei consumatori verso qualità degli ingredienti, ricerca di unicità e sostenibilità dei prodotti offerti.
Inoltre, contribuiscono alle previsioni positive la ripresa del turismo internazionale e la tenuta dei sotto-canali, con offerte più accessibili, e i canali premium.

Ripresa del turismo, ma il lavoro da remoto cambia i consumi

Il ritorno del turismo internazionale in Italia determina effetti positivi sul ‘fuori casa’ spingendo i volumi e aumentando la spesa per consumi HoReCa, con un maggiore interesse verso le esperienze premium. Ma poiché il lavoro da remoto si è stabilizzato a 2-3 giorni a settimana cambiano le abitudini alimentari dei consumatori europei.
Se, da un lato, si riduce la spesa per colazioni e pranzi consumati fuori casa, dall’altro si nota una forte inclinazione verso uscite serali per aperitivi e cene, in una prospettiva di consumo esperienziale, sociale e di gratificazione personale.
Durante il weekend si registra un incremento di pasti consumati fuori casa e takeaway, e aumenta la tendenza a consumare bevande alcoliche in club, bar o ristoranti, che tra il 2021 e il 2022 passa dal 15% al 25%, con picchi del 40% in Spagna e Italia.

Sostenibilità e Delivery, l’era della normalizzazione

La crescente attenzione dei consumatori verso la sostenibilità spinge l’industria all’adozione di pratiche più sostenibili nei processi produttivi e nei prodotti stessi, utilizzando ingredienti a basso impatto ambientale o impiegando pratiche socialmente responsabili.
Tuttavia, emerge ancora una discrepanza tra intenzioni d’acquisto dei consumatori e ciò che viene effettivamente comprato (prodotti meno sostenibili a prezzi più convenienti). Quanto ai modelli di Food e Grocery Delivery, la ripresa delle abitudini di consumo fuori casa ne hanno rallentato lo sviluppo. Ma nel 2022 quasi 4 consumatori italiani su 10 hanno usufruito dei servizi di consegna a domicilio.

I Paperoni di tutto il mondo? Nel 2002 sono scesi di numero

Secondo l’ultimo numero del Wealth Report di maggio, che fornisce una delle analisi più importanti del mercato immobiliare a livello globale a cura dell’agenzia Knight Frank, nel 2022 la popolazione degli individui con un patrimonio netto ultraelevato (UHNWI) è diminuita del 3,8% a livello mondiale, dopo un significativo aumento del 9,3% nel 2021. Nonostante questa diminuzione, ci sono state alcune eccezioni, sia in alcuni paesi, sia tra le diverse fasce di reddito.

Se calano i miliardari è colpa della debolezza dei mercati

Liam Bailey, Responsabile Globale del Dipartimento di Ricerca di Knight Frank, spiega che la diminuzione degli UHNWI l’anno scorso è stata principalmente dovuta alla debolezza dei mercati azionari e obbligazionari. Tuttavia, a livello globale, 100 mercati residenziali di fascia alta hanno registrato una crescita media dei prezzi del 5,2% e un aumento del 16% dei beni d’investimento di lusso, contribuendo ad attenuare la diminuzione complessiva della ricchezza. In generale, la popolazione degli UHNWI nel mondo è cresciuta del 44% in cinque anni fino al 2022, e sebbene si preveda un rallentamento della crescita al 28,5% nel prossimo quinquennio, il calo sarà di breve durata grazie all’adattamento a un nuovo contesto economico.

In Medio Oriente aumentano i ricchissimi, in Europa diminuiscono

Il Medio Oriente è stato in netta controtendenza rispetto alla diminuzione generale della ricchezza. Nel 2022, gli individui con un patrimonio netto superiore a 30 milioni di dollari sono aumentati del 16,9%. Gli Emirati Arabi Uniti hanno registrato un aumento dell’18,1% e l’Arabia Saudita del 10,4%. Anche l’Africa ha visto una crescita positiva dei super ricchi, con un +6,3%, mentre l’Australasia e le Americhe hanno registrato solo un lieve incremento, rispettivamente dello 0,7% e dello 0,2%. L’Asia, d’altro canto, è rimasta in linea con la diminuzione globale della ricchezza, con una riduzione del 6,5% della popolazione dei super ricchi, anche se Malesia, Indonesia e Singapore si sono distinte da questa tendenza. L’Europa è stata la regione più colpita dalla diminuzione degli ultraricchi, con una diminuzione dell’8,5% degli UHNWI nel 2022. Le uniche eccezioni sono state l’Irlanda (+3,9%) e il Principato di Monaco (+0,9%).

Nel mondo oltre 70 milioni di persone dal patrimonio a 6 zeri

Nonostante la contrazione della popolazione dei super ricchi, il numero degli high-net-worth-individuals (HNWI) è aumentato del 2,9% nel 2022. A livello mondiale, ci sono quasi 70 milioni di persone con un patrimonio netto di oltre 1 milione di dollari. I primi tre paesi in classifica sono la Malesia, il Brasile e l’Indonesia. Il numero di miliardari, tuttavia, è diminuito del 5%, passando a 2.629 a livello globale.
Secondo il Wealth Sizing Model di Knight Frank, nei prossimi cinque anni si prevede che la popolazione globale degli UHNWI aumenterà del 28,5%, passando da 579.625 a quasi 750.000 individui. La popolazione degli HNWI dovrebbe crescere del 56,9% e superare i 100 milioni nei prossimi cinque anni. Le prime 10 località con la crescita più elevata potrebbero essere in Europa e in Asia, con l’Ungheria al primo posto con un aumento del 75% della popolazione HNWI, seguita dalla Turchia (70%) e dalla Polonia (67%). Gli Stati Uniti manterranno il primato per la popolazione di milionari più numerosa a livello globale, con un previsto aumento del 24,6%.

In Italia i milionari si concentreranno a Milano e Roma

In Italia, si prevede che la popolazione degli high-net-worth-individuals (HNWI) aumenterà del 41% nei prossimi cinque anni, passando da 2 milioni di persone nel 2022 a oltre 2,8 milioni nel 2027. Gli UHNWI (ultra-high-net-worth-individuals) con più di 30 milioni di dollari aumenteranno dell’8,6% in cinque anni, passando da circa 16.490 individui nel 2022 a 17.900 nel 2027.
Riguardo alle principali città italiane, Milano potrebbe vedere un aumento del 35,6% dei suoi milionari (HNWI) nel 2027 e del 5,2% dei suoi ultraricchi con più di 30 milioni (UHNWI). A Roma, nello stesso periodo, si prevede un aumento del 33% degli HNWI, mentre gli UHNWI potrebbero subire una leggera diminuzione del 3,8%.

Cybersecurity: aumentano del 464% gli attacchi di phishing tramite e-mail

Secondo i risultati dell’ultimo Report Acronis sulle minacce digitali è il phishing il metodo più quotato dai criminali per scovare le credenziali di accesso. Nei primi sei mesi del 2023 il numero di attacchi phishing basati su e-mail aumenta del 464% rispetto al 2022, e aumentano del 24% gli attacchi subiti da ogni azienda.
Ma anche nel primo semestre 2023 è il ransomware il principale rischio per le piccole e medie imprese, e se il numero delle nuove varianti continua a diminuire, la gravità degli attacchi resta ancora molto alta. Preoccupa molto però anche la minaccia crescente dei data stealer, che sfruttano le credenziali rubate per l’accesso non autorizzato a informazioni sensibili.

Un panorama in costante evoluzione

Nei loro attacchi, i criminali informatici mostrano capacità sempre più sofisticate e utilizzano l’Intelligenza artificiale e il codice ransomware già esistente per penetrare in profondità nei sistemi delle vittime ed estorcere informazioni riservate. Il malware creato con l’AI è in grado di sfuggire agli antivirus tradizionali, e rispetto al 2022 aumentano in modo esponenziale i casi di ransomware pubblico. Gli endpoint monitorati da Acronis restituiscono dati preziosi sulle modalità di azione dei criminali, confermando la maggiore intelligenza, complessità e difficoltà di rilevamento di alcune tipologie di attacco.

AI complice inconsapevole dei cybercriminali

Nel primo trimestre 2023, Acronis ha bloccato circa 50 milioni di URL sugli endpoint, +15% rispetto all’ultimo trimestre 2022. Nello stesso periodo, sono stati resi pubblici 809 casi di ransomware, con un picco del 62% a marzo, rispetto alla media mensile di 270 casi.
Sempre nel primo trimestre 2023, il 30,3% di tutte le e-mail ricevute erano spam e l’1,3% conteneva malware o link di phishing. Ogni esemplare di malware circola in media per 2,1 giorni prima di scomparire. Il 73% degli esemplari è stato osservato una sola volta. I modelli di AI pubblici agiscono come complici inconsapevoli dei criminali alla ricerca di vulnerabilità nei codici sorgente: li aiutano infatti a creare situazioni che impediscono di prevenire e sventare le frodi, come i deep fake.

Case history dei gruppi hacker

Il phishing resta la forma più diffusa di furto delle credenziali e costituisce il 73% di tutti gli attacchi, seguita dagli attacchi di compromissione delle e-mail aziendali (15%).
Il gruppo LockBit è responsabile della maggior parte delle violazioni dei dati, mentre il gruppo Clop ha violato i sistemi di una rete di fornitori di servizi per la salute mentale, colpendo i dati personali e protetti dalla normativa HIPAA di oltre 783.000 persone. BlackCat, invece, infiltrandosi nei sistemi di un produttore industriale indiano, si è appropriato di oltre 2 TB di dati militari segreti, incluse anche informazioni personali di dipendenti e clienti. E Vice Society ha compromesso 1.200 server e informazioni personali di 43.000 studenti, 4.000 persone dello staff accademico e 1.500 dello staff amministrativo dell’Università tedesca di Duisburg-Essen.

Certificazioni ISO: Qualità, Ambiente e Sicurezza sul Lavoro

Nel mondo degli affari, le aziende cercano costantemente modi per dimostrare la loro dedizione alla qualità, all’ambiente e alla sicurezza sul lavoro. Un efficace modo per farlo è ottenere le certificazioni ISO, in particolare le ISO 9001, ISO 14001 e ISO 45001. Secondo gli esperti di Qualifica Group, queste certificazioni rappresentano un riconoscimento globale dell’impegno di un’azienda verso gli standard di gestione della qualità, dell’ambiente e della salute e sicurezza sul lavoro.

Miglioramento continuo della qualità

La ISO 9001 è un sistema di gestione della qualità ampiamente riconosciuto e utilizzato dalle aziende in tutto il mondo. Questa certificazione si concentra sull’implementazione di processi ben definiti e sulla gestione efficace della qualità dei prodotti o servizi offerti da un’azienda. Con la certificazione ISO 9001, le aziende devono adottare un approccio sistematico per soddisfare le esigenze dei clienti e migliorare costantemente i loro processi. Ciò include l’identificazione dei rischi e delle opportunità, la misurazione delle prestazioni e l’implementazione di azioni correttive. I benefici della ISO 9001 includono il miglioramento della soddisfazione del cliente, l’efficienza operativa e l’aumento della competitività dell’azienda sul mercato globale.

Impegno per l’ambiente

La ISO 14001 è una certificazione che si concentra sulla gestione ambientale delle aziende. Aiuta le organizzazioni a identificare, monitorare e controllare gli impatti ambientali delle loro attività, promuovendo un approccio responsabile verso l’ambiente. Le aziende certificate ISO 14001 devono sviluppare un sistema di gestione ambientale che comprende l’analisi degli impatti ambientali, il rispetto delle normative ambientali e l’impegno per il miglioramento continuo delle performance ambientali. I vantaggi dell’ISO 14001 includono la riduzione dell’impatto ambientale, la conformità normativa e il miglioramento dell’immagine aziendale.

Priorità alla salute e sicurezza sul lavoro

La ISO 45001 è una certificazione che si concentra sulla gestione della salute e sicurezza sul lavoro. Questo standard fornisce un quadro per identificare e gestire i rischi legati alla salute e sicurezza dei lavoratori, promuovendo un ambiente di lavoro sicuro e sano. Le aziende certificate ISO 45001 devono adottare un approccio basato sul rischio per identificare e mitigare i pericoli, fornire formazione ai dipendenti e stabilire procedure per la gestione delle emergenze. I vantaggi della ISO 45001 includono la prevenzione degli incidenti sul lavoro, la conformità legale e il coinvolgimento dei dipendenti nella gestione della salute e sicurezza.

Un investimento che ripaga

Le certificazioni ISO 9001, ISO 14001 e ISO 45001 sono importanti strumenti per le aziende che desiderano dimostrare il loro impegno per la qualità, l’ambiente e la salute e sicurezza sul lavoro. Queste certificazioni offrono una serie di benefici, tra cui il miglioramento della soddisfazione del cliente, la riduzione dell’impatto ambientale e la creazione di un ambiente di lavoro sicuro. Ottenere queste certificazioni richiede un impegno significativo da parte dell’azienda, ma i vantaggi a lungo termine superano gli sforzi iniziali. 

Tecnologia e vita quotidiana: la privacy preoccupa meno gli italiani

L’indagine annuale WIN World Survey, realizzata a livello internazionale in 39 Paesi da WIN (Worldwide Independent Network of Market Research) e BVA Doxa, indaga il tema dell’utilizzo quotidiano della tecnologia e dei social media. Rispetto alla rilevazione precedente, su scala globale diminuiscono gli intervistati che si dichiarano spaventati per la condivisione delle proprie informazioni personali. E se la tecnologia è ormai parte integrante della vita quotidiana, l’impatto con l’innovazione tecnologica in generale è ritenuto positivo. Aumenta inoltre la consapevolezza sull’utilizzo dei propri dati una volta diffusi nel Web. E, soprattutto in Italia, diminuisce la preoccupazione per la privacy degli stessi.

Social media: stravolgono la vita, ma meno timore per le violazioni

I dati della ricerca analizzano le opinioni di circa 29mila persone anche riguardo l’uso dei social media, dimostrando, in particolare, come nell’ultimo anno sia diminuita la paura legata alla violazione della privacy dei dati. In Italia, il 35% degli intervistati si dichiara preoccupato di condividere le proprie informazioni digitali, ma il 10% non lo è per nulla. Ma il 22% degli intervistati a livello globale, è completamente d’accordo con l’affermazione secondo cui ‘i social media stanno stravolgendo completamente le nostre vite’. In particolare, Croazia (80%), Slovenia (75%) e Serbia (47,1%) sono i Paesi a sentirsi più impattati dal cambiamento.

Il digitale aiuta l’organizzazione della vita quotidiana

Altri paesi europei, come Francia (53%) e Germania (51%) confermano questa sensazione, mentre l’Italia (30%) non sembra particolarmente preoccupata di quanto i social network stiano condizionando la nostra quotidianità. Nonostante le persone mostrino sentimenti contrastanti riguardo l’argomento, l’uso della tecnologia nella vita quotidiana è innegabile. Il 45,3% degli intervistati a livello globale (Italia 45%) concorda sul fatto che le nuove tecnologie aiutino a essere più organizzati nella vita di tutti i giorni, soprattutto i giovani tra 18-24 anni (51,5%), e in prevalenza uomini (47,4%) rispetto alle donne (43%).

Più consapevoli e informati sull’uso dei dati personali

Rispetto alla rilevazione precedente, crescono al 35% quanti si ritengono consapevoli dell’uso che viene fatto delle informazioni personali una volta condivise. Gli italiani, con un 44% che spicca nella classifica globale, si dimostrano particolarmente informati sull’uso che fornitori di servizi, inserzionisti, rivenditori, assicuratori o enti pubblici, fanno dei loro dati una volta ricevuti.
Si registra anche un calo, su scala globale, di coloro che sono preoccupati di condividere le proprie informazioni. Se un anno fa si trattava del 48% degli intervistati, nell’ultima indagine il dato scende al 45%. Segue la tendenza anche l’Italia, dove la preoccupazione relativa alla condivisione dei dati passa dal 45% del 2019 al 35% dell’ultima rilevazione.

Pagamenti digitali: lievitano le transazioni con carte e bonifici

Favoriti dalla normativa che incentiva la tracciabilità, lievitano i pagamenti con carte di credito e bancomat, e più in generale, quelli in formato digitale, tra cui figurano anche i bonifici.
Strumenti come la fattura elettronica per tutti, l’obbligo del POS per i negozianti e la detraibilità fiscale consentita solo per le spese non in contanti, hanno infatti favorito un boom per i pagamenti digitali. In particolare, nel 2022, le operazioni con le carte di credito aziendali e personali hanno superato la soglia dei 100 miliardi di controvalore, attestandosi a quota 101 miliardi di euro, anche se il numero di carte attive è diminuito leggermente, collocandosi a 13,4 milioni di unità.
È quanto emerge dalle ultime statistiche della Banca d’Italia su moneta e pagamenti.

Più bancomat e bonifici

Cresce inoltre anche l’utilizzo delle carte di debito, ad esempio il bancomat, con un controvalore dei pagamenti lievitato fino a 224 miliardi di euro, in aumento del 21% rispetto ai 184 miliardi del 2021 (+21%). Quanto al controvalore dei bonifici online, anch’esso è cresciuto parallelamente, attestandosi a poco più di 9.000 miliardi, in linea con il trend degli altri paesi europei.

Cosa ha favorito la diffusione del digitale?

Di fatto, molti fattori che hanno favorito la diffusione del digitale nei pagamenti sono di carattere fiscale e normativo, e sono stati introdotti dal Governo Draghi per l’attuazione degli obiettivi del PNRR, in linea con la scelta di campo effettuata dalla UE per favorire la diffusione del digitale.
Fra questi rientrano la fattura elettronica per imprese e professionisti, che punta anche a colpire l’evasione fiscale e l’illegalità, ma anche il POS obbligatorio e la deducibilità solo delle spese ‘tracciate’. C’è poi da considerare la maggiore diffusione di piattaforme come Apple Pay, ormai supportate da tutti gli istituti di credito italiani, e che permettono di effettuare pagamenti tramite NFC da smartphone e smartwatch in modo semplice e sicuro.

Sempre più online anche le donazioni

Anche per le donazioni cresce l’uso del digitale, e anche in questo caso è favorito dalla normativa fiscale, che consente la deducibilità solo per le donazioni tracciabili. A certificare l’accelerazione della digitalizzazione nelle donazioni un recente studio condotto da PayPal e Rete del Dono, commissionato a Bva Doxa, mostra come già nel 2021 era stato registrato un forte avvicinamento tra le modalità di pagamento nelle donazioni, il 37% in contante e il 35% tramite strumenti digitali, mentre il 2022 è stato l’anno del sorpasso, con un 38% che ha affermato di preferire il contante e un 42% che ha scelto il pagamento digitale.

Trasformazione digitale, le imprese del settore sono 150mila  

Il numero di imprese che si avviano alla trasformazione digitale sta aumentando, e di conseguenza anche l’offerta dei servizi indispensabili per intraprendere questo percorso. Secondo una ricerca condotta dal Team Data Scientist di InfoCamere, basata sui dati di Movimprese, le aziende italiane che offrono servizi per lo sviluppo di attività digitali sono cresciute del 37% negli ultimi dieci anni, a differenza del settore dei servizi nel suo complesso, che è cresciuto solo del 13,5%. Questo incremento è stato trainato principalmente dalle regioni meridionali.
Lo studio ha focalizzato l’attenzione sui settori che possono offrire strumenti e tecnologie per supportare la digitalizzazione delle imprese, come i servizi di e-commerce, la connessione internet, l’elaborazione dei dati e la produzione di software. Alla fine del 2022, il numero di imprese che operavano in questo settore era di 146.583, di varie dimensioni e nature giuridiche. Una crescita importante rispetto al 2012, quando erano invece 104.508.

In Lombardia il maggior numero di “specialisti”

Alla fine del decennio, le regioni con il maggior numero di queste imprese sono state la Lombardia (30.856), il Lazio (18.556) e la Campania (14.671). Tuttavia, nel periodo considerato, è stata la Campania a registrare la crescita più significativa in termini relativi (+68,9%). Dopo la Campania, le regioni più dinamiche sono state altre tre regioni del Mezzogiorno: la Puglia (+49,2%), l’Abruzzo (+46,2%) e la Sicilia (+42,6%), testimoniando l’attrattiva dei servizi legati all’economia digitale per le imprese del Sud, che sono aumentate complessivamente del 50% nel periodo.

L’e-commerce il comparto più vivace

In termini assoluti, le imprese che operano nei servizi di e-commerce sono state quelle che hanno registrato la maggiore crescita, quasi triplicando rispetto al 2012 (da 10.383 a 37.008 unità). Seguono le aziende specializzate nella produzione di software, che sono le più numerose assolute, raggiungendo quota 55.178 nel settembre 2022 rispetto alle 43.996 all’inizio del decennio (+25,4% nel periodo). Le imprese nel settore dell’elaborazione dei dati sono cresciute meno rapidamente (+9% di aumento cumulato nel decennio), portando il numero da poco più di 41.985 a 45.774 unità. L’unico settore che ha registrato una diminuzione delle imprese è quello dei servizi internet, che è diminuito del 21,3% nel periodo considerato.

Great Regret: quando i lavoratori si pentono di avere cambiato lavoro 

Negli ultimi 12 mesi in Italia il 46% dei lavoratori ha cambiato lavoro o ha intenzione di farlo, una percentuale che raggiunge il 77% per gli under 27. E il 55% di chi dice di voler cambiare lavoro sta già facendo colloqui. Ma non tutti quelli che lo hanno fatto hanno trovato quel che cercavano. Il 41% si è infatti pentito della scelta fatta. Si tratta del fenomeno conosciuto negli Stati Uniti come Great Regret, che in Italia caratterizza maggiormente gli uomini e le persone con più di 50 anni di età. Gli ultimi tre anni hanno infatti provocato una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro, e anche il fenomeno delle Grandi Dimissioni, che ha caratterizzato l’uscita dalla pandemia, sembra essere tutt’altro che concluso. Sono alcune evidenze della ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano.

Quiet Quitter e Job Creeper

Un altro trend emergente è quello dei cosiddetti Quiet Quitter. Il 12% dei lavoratori italiani, circa 2,3 milioni, oggi si limita a fare il minimo indispensabile e non è coinvolto emotivamente nelle attività lavorative. Questo, perché non si sente valorizzato nei propri talenti e ha deciso di ‘spegnersi’, utilizzando al minimo le proprie energie sul lavoro.
All’estremo opposto, c’è un 6% di lavoratori, circa 1,1 milioni, di cosidetti Job Creeper, ovvero coloro che non riescono a smettere di lavorare, anche nei momenti in cui ci si dovrebbe dedicare alla vita privata. Fenomeni diversi, ma che entrambi sono sintomo di un malessere diffuso.

Oggi solo il 7% dei lavoratori dichiara di essere ‘felice’ 

D’altronde, oggi solo il 7%, dei lavoratori, circa 1,3 milioni, dichiara di essere ‘felice’. E solo l’11% sta bene in tutte e tre le dimensioni del benessere lavorativo, psicologica, relazionale e fisica.
L’aspetto più critico è quello psicologico. Il 42% dei lavoratori ha avuto almeno un’assenza nell’ultimo anno per malessere psicologico o relazionale.
Ma in questo mercato del lavoro così travagliato si aggiunge un’altra criticità. Il 59% delle organizzazioni prevede una crescita dell’organico nel 2023, ma il 94% ha difficoltà ad assumere nuovo personale. Una difficoltà che riguarda in primis le professionalità digitali, ma non solo. Mancano infatti anche profili tecnici, operai e manutentori.

Una sfida per la Direzione HR delle aziende

“In questo contesto di grande cambiamento la Direzione HR ha di fronte sfide importanti. Per riuscire a trasformare sé stessa ed essere di reale supporto alle persone e all’organizzazione, l’innovazione tecnologica può giocare un ruolo fondamentale – afferma Martina Mauri, Direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice -. Tra le principali difficoltà per le organizzazioni, c’è quella di comprendere le competenze che saranno necessarie nei prossimi 3-5 anni per pianificare in maniera strategica le attività di riqualificazione, fondamentali per garantire l’impiegabilità futura delle persone e il successo del business. Ma solo il 15% ne ha chiara consapevolezza”.

I giovani vorrebbero un’Italia più giusta ed equa

Rispetto ai loro genitori o fratelli maggiori, gli under 35 hanno più timore di essere giudicati dagli altri, e si sentono meno liberi di esprimersi davvero per quello che sono. E se pensano che oggi la libertà di espressione sia uno dei valori più presenti in Italia, credono anche molta strada debba ancora essere percorsa su altri aspetti relativi all’essere pienamente sé stessi. I giovani, e i giovani adulti, vorrebbero un’Italia che permetta di essere pienamente sé stessi, lasciando chiunque libero di esprimersi, e vorrebbero un’Italia più giusta ed equa. È quanto emerge da una ricerca condotta da Eumetra per Lavazza, nell’ambito dell’iniziativa ‘L’Italia che vorrei’. Per l’occasione è stato chiesto ai giovani italiani quali sono i valori secondo loro più presenti oggi nel nostro Paese, e quali quelli in cui si identificano e che cercano di perseguire.

Più attenti alla sfera individuale rispetto agli over 35

Qualità Rossa racconta quindi un’Italia fatta di valori che si esprimono anche attraverso piccoli gesti, come quello di condividere un caffè. Ma oltre al rispetto per le diversità e la libertà di espressione, gli under 35 vorrebbero un’Italia più giusta ed equa. Diversamente dal resto della popolazione, però, sembrano essere più attenti alla sfera individuale, ancora in fase di compiuta realizzazione. A differenza degli over 35, che si concentrano su valori più ‘sociali’, come la lealtà e la dignità, i più giovani trovano infatti fondamentale poter lavorare sulla realizzazione di sé, anche con una punta di sana ambizione.

Ambiente e temi sociali non sono più presenti nella “musica”

Naturalmente anche l’ambiente è importante, ma in modo più concreto di quanto si potrebbe pensare. Non è soltanto infatti un invito generico al rispetto per il nostro pianeta, ma un’attenzione a perseguire la sostenibilità anche nel quotidiano, ad esempio, attraverso l’uso di borracce al posto delle bottiglie di plastica. Questi valori, importanti e auspicati, non si ritrovano però nella musica più ascoltata dai giovani. Se viene chiesto loro di citare un cantante che nelle sue canzoni esprime valori di giustizia, equità e libertà di espressione, si torna indietro almeno agli anni ’80, se non prima, con la citazione di ‘mostri sacri’ come Bob Dylan, De André, Guccini o Vasco Rossi.

I valori si esprimono con le stories

E anche i pochi cantanti contemporanei che si occupano di questi temi lo fanno quasi più tramite discorsi, stories e dichiarazioni, che con le loro canzoni, come nell’emblematico caso di Fedez, tra i cantanti più citati, ma del quale si fa fatica a trovare una canzone che ‘parli’ di valori. Non è il solo, però. Molto spesso a far pensare ai valori rappresentati è la reputazione degli artisti più che le canzoni, come dimostra il fatto che solo due intervistati su 10 riescano a citare qualche brano.