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Natale: sotto l’albero circa 30 milioni di regali indesiderati. La soluzione? Rivenderli online

Secondo la nuova ricerca di Ipsos Doxa per eBay dedicata al regifting, ovvero la rivendita dei regali “indesiderati”, lo scorso Natale il 15% di italiani ha rivenduto un regalo non gradito- Quest’anno la quota sale al 20 %.

In Italia ogni Natale si scartano infatti circa 30 milioni di regali “sbagliati”. In cima alla lista, vestiti, scarpe e accessori (44%), articoli per la casa (33%), libri e fumetti (18%), gioielli e orologi (17%), elettronica (14%).
Il 76% degli intervistati si rivolge alle piattaforme digitali per rivendere i doni sbagliati, o acquistare articoli usati da regalare (66%), confermando un’apertura generale al second-hand. 

Natale con i tuoi…o forse no

Il risparmio rimane la prima scelta di destinazione del guadagno ottenuto dalla rivendita per il 55% degli intervistati, quota in crescita rispetto al 51% del 2024.
Ma se nell’immaginario collettivo parenti lontani e conoscenti sono simbolo del regalo “difficile da apprezzare”, la realtà risulta diversa.
Secondo la ricerca, infatti, zii (12%), colleghi (9%), cugini (7%), sono lontani dal palmares di chi vince nel fare i regali sbagliati, che vede in cima alla classifica amici (24%), partner (21%) mamme e fratelli (17%).

Il 44% degli italiani dichiara di aver ricevuto almeno un regalo non gradito il Natale scorso, e di questi, il 20% solitamente lo rivende, il 35% ritiene che rivenderlo non sia un gesto carino da fare o ha avuto paura di essere scoperto dalla persona che l’aveva donato, oppure, crede sia uno sforzo per cui non valga la pena impegnarsi (15%).

Il regifting è un fenomeno di tendenza tutto l’anno

Quasi il 60% degli intervistati (56% nel 2024) è disposto a vendere i regali non graditi ricevuti nel corso di tutto l’anno, non solo a Natale, con un 48% che prevede di farlo nella stessa misura dello scorso anno e l’11% addirittura in misura maggiore.  
In particolare, oltre 1 italiano su 3 ha rivenduto almeno un articolo indesiderato, con il 41% che dichiara di essere più propenso a rivendere a causa del costo della vita.

Le motivazioni del regifting sono concrete: il 37% lo fa perché il regalo non corrisponde ai propri gusti, il 28% perché possiede già un articolo simile e il 27% perché semplicemente non lo vuole tenere.

Pratica sostenibile o irrispettosa?

Di fatto, il regifting può rappresentare un’opportunità economica.
Per alcuni, la rivendita rappresenta infatti anche un’opportunità di guadagno extra (12%), per altri è una decisione dettata dal valore dell’oggetto, considerato troppo prezioso per restare inutilizzato (9%).

Aumenta poi anche la considerazione che il regifting sia una pratica sostenibile (38% vs 36% nel 2024) perché permette di ridurre lo spreco e favorire la circolarità.
Il 34% (vs 37% nel 2024) lo considera invece un’attività pratica, perché garantisce una seconda vita agli oggetti, mentre resta pressoché stabile chi continua a ritenerla una pratica irrispettosa nei confronti di chi ha fatto il regalo (33% vs 34%).

Riciclo, l’Italia è da serie A. Ma resistono alcune criticità

L’Italia, quando si parla di riciclo, continua a giocare nella serie A europea. I numeri sono lusinghieri, e non da oggi. Eppure, dietro questa facciata brillante, si nascondono crepe profonde che riguardano proprio le filiere più importanti per quantità e potenziale economico.

È quanto emerge dal nuovo Rapporto “L’Italia che Ricicla”, presentato a Roma da UNICIRCULAR, la sezione di ASSOAMBIENTE dedicata al riciclo e all’economia circolare.

I numeri: tanta raccolta, ma il cerchio non si chiude completamente

Nel nostro Paese si producono 193,8 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. La fetta più grande è rappresentata dai rifiuti speciali, 164,5 milioni di tonnellate, soprattutto da costruzioni, demolizioni e attività manifatturiere. I rifiuti urbani ammontano invece a 29,3 milioni di tonnellate, con l’organico che resta la parte dominante.

La raccolta differenziata continua a salire e tocca il 66,6 per cento. Più della metà dei rifiuti urbani finisce avviata a riciclo, mentre i rifiuti speciali raggiungono addirittura il 73 per cento. Risultati che molti Paesi europei ci invidiano.

Le filiere in affanno: plastica, tessile, edilizia e RAEE

Nonostante i traguardi, il sistema resta privo di una vera strategia industriale che trasformi il riciclo in un vantaggio competitivo. Le difficoltà maggiori emergono da settori strategici come la plastica, dove i materiali vergini a basso costo soffocano il mercato dei riciclati; o come il tessile e i RAEE, penalizzati da una raccolta ancora troppo bassa per recuperare materie preziose.

Nel mondo dell’edilizia, pur con tassi di recupero molto alti, gli aggregati riciclati faticano a trovare sbocchi. Mancano domanda stabile, norme uniformi e una visione che trasformi i materiali recuperati da pesi da gestire a risorse da valorizzare.
Anche le filiere più mature, come carta e vetro, pagano il conto dell’energia e dei costi di emissione, che riducono ulteriormente la competitività.

Un settore frammentato

Il rapporto ricorda come la gran parte delle imprese del settore sia composta da micro e piccole realtà, spesso schiacciate da costi elevati, margini ridotti e incertezze normative. Secondo UNICIRCULAR, una maggiore integrazione tra imprese e una reale collaborazione industriale potrebbero fare la differenza.

Paolo Barberi avverte che senza un quadro normativo stabile e una domanda interna capace di assorbire i materiali riciclati, l’economia circolare rischia di restare solo uno slogan. Chicco Testa insiste su un punto: il riciclo non è più solo un gesto virtuoso, è un pezzo strategico della politica industriale nazionale.

La forza delle abitudini: la routine guida le giornate degli italiani

Uno studio SWG rivela che rituali quotidiani e piccoli gesti ripetuti rappresentano un punto fermo per la maggior parte delle persone, ma il weekend diventa il momento per concedersi una pausa.

Quando si parla di quotidianità, gli italiani mostrano un forte attaccamento alle proprie abitudini. Lo evidenzia una recente indagine del Radar SWG, che analizza come le routine scandiscano le giornate, tra organizzazione, benessere personale e desiderio di libertà.

Il mattino: mettersi in moto fra cura della casa e di sé

Secondo i dati dell’indagine, il momento in cui gli italiani concentrano maggiormente le proprie ritualità è il mattino. È allora che ci si dedica a sé stessi e alla casa: una sorta di “messa in moto” che aiuta a dare un ritmo alla giornata.
Fare ordine tra le mura domestiche, curare il corpo, pianificare gli impegni: sono questi i gesti che più spesso si ripetono dal lunedì al venerdì.

Il pomeriggio: cambio di scenario 

Con il passare delle ore, le routine si fanno più leggere. Nelle ore pomeridiane aumentano le attività legate al tempo libero, alla socialità e alla cultura.
Se la mattina è sinonimo di produttività, il resto della giornata concede spazio allo svago e agli interessi personali.

Routine sì, ma gabbia no

La ricerca SWG mostra come gli italiani non vivano le abitudini esclusivamente come un vincolo. Al contrario, le considerano una struttura che aiuta a mantenere l’equilibrio tra doveri e piaceri. Anche chi si definisce più flessibile o incline all’improvvisazione riconosce che senza una base di ritualità sarebbe complicato portare a termine gli impegni settimanali.

Eppure, quando arriva il weekend, più di due terzi degli intervistati confessano di provare sollievo nel rompere lo schema. Sospendere gli orari fissi e i gesti programmati regala un senso di libertà che contribuisce al recupero mentale.

Chi è abitudinario? Rigoroso e affidabile

Nell’immaginario degli italiani, chi segue con costanza una routine appare soprattutto come una persona rigorosa, equilibrata e affidabile.
Ma a questa immagine positiva si affianca il timore che una troppa rigidità possa generare ansia o portare a un’eccessiva chiusura.

Per concludere

Le routine emergono dunque come un’arma a doppio taglio: pilastri di stabilità da un lato, elementi da alleggerire non appena possibile dall’altro.
Il sondaggio SWG, condotto con metodo CAWI su un campione nazionale di maggiorenni, racconta un’Italia che trova nelle abitudini un porto sicuro, ma che sa anche quando salpare verso un po’ di libertà.

Tempo libero: nel 2025 tornano alla ribalta i giochi da tavolo

Quasi un quarto delle persone (26%) gioca almeno una volta alla settimana, e i giochi da tavolo si posizionano come la seconda attività di svago più popolare dopo i videogiochi (32%) e alla pari con i podcast (29%).

Secondo questi dati, risultato di uno studio globale condotto da Asmodee, i giochi da tavolo tornano quindi alla ribalta come attività di svago di primo piano, in grado di competere con podcast e videogiochi.
A trainare questa riscoperta sono i Millennial, che dichiarano di dedicare ai giochi da tavolo un tempo simile a quello che dedicano alla lettura o alla visione dei telegiornali.
Più di ogni altra generazione, il 41% di loro afferma di provare gioia nel giocare.

In cerca di esperienze che favoriscano l’evasione

Il successo dei giochi da tavolo si spiega con una profonda esigenza di connessione e di evasione. Secondo lo studio, il 64% delle persone ricorre al gioco per riunire la famiglia, con un picco del 71% in Francia.

Inoltre, in un’epoca caratterizzata da un senso di oppressione causato dal flusso costante di notizie negative, oltre la metà dei partecipanti allo studio (53%) cerca esperienze che favoriscano l’evasione dalla realtà.
Il gioco da tavolo risponde a questo bisogno, fungendo da ponte per le relazioni umane. Il 40% degli intervistati afferma, infatti, di trovare nei giochi un modo più semplice per aprirsi rispetto alle normali conversazioni.

Un mix di immaginazione, benessere, convivialità

“So per esperienza che i giochi da tavolo non sono solo un passatempo, ma anche una preziosa fonte di immaginazione, benessere, divertimento e convivialità tra i giocatori”, afferma Thomas Koegler, ceo di Asmodee.
La riscoperta dei giochi da tavolo si manifesta in modo tangibile nella diffusione dei board game café, che stanno nascendo in tutto il mondo. Questi luoghi offrono spazi dedicati dove persone di ogni età e background possono incontrarsi, imparare e giocare insieme.

Negli Stati Uniti, Greg May, proprietario di The Uncommons a New York, descrive come il suo locale ospiti un pubblico eterogeneo, dove poter organizzare sia riunioni aziendali sia feste di compleanno per bambini. “È proprio questo mix che rende vivace il locale”, spiega Greg May.

Board Game Café: nuovi spazi di condivisione e divertimento

Da Dubai a Oxford i board game café dimostrano che titoli classici come Dobble o Dixit possono superare le barriere linguistiche e culturali, diventando strumenti per favorire la comunicazione e la collaborazione.

“Siamo orgogliosi di far parte di questo settore da 30 anni – dichiara Jean-Sébastien De Barros, cpo di Asmodee – È stato entusiasmante contribuire a democratizzare i giochi da tavolo come nuovo spazio di riferimento per relazionarsi e trascorrere del tempo di qualità con gli amici, creando legami ancora più forti e rendendo questo hobby divertente e accogliente”.

Ipsos Equalities Index: nel 2025 i cittadini chiedono più sforzi per l’uguaglianza

Nel 2025 oltre il 40% dei cittadini a livello mondiale chiede maggiori sforzi al proprio governo per promuovere l’uguaglianza, mentre solo poco più del 20% ritiene si sia fatto fin troppo. Un divario che però rispetto al 2023 risulta ridotto.
Emerge dalla terza edizione dell’Ipsos Equalities Index condotto in 31 Paesi.

Lo studio rivela che metà della popolazione intervistata (50%) considera le disuguaglianze uno dei problemi più importanti nel proprio Paese. 
L’esito delle elezioni presidenziali americane del 2024 ha però segnato un cambiamento nel clima politico mondiale, influenzando il dibattito su molte questioni sociali e il modo in cui vengono elaborate le politiche su uguaglianza, diversità e inclusione.

Meritocrazia: divisi sulle cause del successo

Il 43% dei intervistati a livello globale ritiene necessario intensificare gli sforzi per promuovere l’uguaglianza,  più del doppio di chi pensa si stia esagerando (21%). Tuttavia, il divario si è ridotto rispetto al 2023, quando il 49% chiedeva più azione e solo il 19% riteneva si fosse andati troppo oltre.

Sulla questione meritocrazia, il 42% degli intervistati globali è convinto che le possibilità di successo nella vita dipendano dai propri meriti personali, mentre il 30% le attribuisce a fattori esterni non controllabili.
Questi dati sono rimasti praticamente invariati dal 2023, ma emergono segnali di una crescente divergenza tra le opinioni delle generazioni più anziane e quelle più giovani.

Americani più propensi a privilegiare la responsabilità individuale

Rispetto ai cittadini di altri Paesi, gli americani sono molto meno propensi a ritenere il governo responsabile della lotta alle disuguaglianze (48% contro il 65% della media globale) e privilegiano invece la responsabilità individuale (34% contro il 20% globale).

Anche i sostenitori del partito democratico, pur essendo più vicini alle posizioni internazionali, superano di 10 punti la media globale nell’attribuire ai singoli cittadini la responsabilità di affrontare le disuguaglianze.
E nonostante gli Stati Uniti presentino livelli di disuguaglianza superiori ad altre economie avanzate, solo quattro americani su dieci la considerano una priorità nazionale.

Non per tutti sono vittime di discriminazione

Le opinioni su quali gruppi subiscano discriminazioni sono rimaste sostanzialmente stabili negli ultimi due anni, anche se si nota un leggero calo nella percentuale di chi ritiene che le persone LGBT+ siano vittime di discriminazione.

Quanto alla salute mentale, la Generazione Z presenta sei volte più probabilità dei Baby Boomer di dichiarare di avere una disabilità cognitiva o di apprendimento, ed è tre volte più propensa a identificarsi come neurodivergente.

Italiani, quali sono i driver di scelta di un’auto nuova?

Si sa che gli italiani, da sempre, hanno una vera e propria passione per le automobili. Anche oggi, nonostante la mobilità sia molto cambiata nel corso del tempo. Ecco perchè è interessante scoprire cosa conta di più quando si compra un’auto. Vincono il design, le prestazioni o la reputazione del marchio?

Per rispondere a queste domande Facile.it ha commissionato a mUp Research un’indagine nazionale su un campione rappresentativo di automobilisti italiani. Lo studio, condotto a fine giugno 2025 su oltre 1.300 intervistati, ha messo in luce criteri di scelta consolidati ma anche alcune sorprese.

Il prezzo è la prima leva 

Non è una sorpresa che il prezzo resti il primo fattore: il 65,5% degli automobilisti lo indica come principale criterio nella scelta di un’auto nuova, pari a oltre 24 milioni di persone. Il dato resta stabile tra uomini e donne, ma cresce nella fascia 55-64 anni e tra i residenti del Centro Italia, dove supera il 70%.

Subito dopo emerge il tipo di alimentazione (benzina, diesel, ibrida o elettrica), che conta per il 48,6% del campione e diventa ancora più rilevante tra gli over 55.
Sul gradino più basso del podio troviamo i costi di gestione – manutenzione, consumi e assicurazione – considerati dal 38,6% degli intervistati, con punte superiori al 42% al Sud e nelle Isole.

Le dimensioni contano

Appena fuori dal podio ci sono le dimensioni dell’auto, indicate dal 27,9% del campione. Questo parametro diventa cruciale in contesti specifici: nei grandi centri urbani, dove parcheggiare è complicato, la percentuale sale al 30,4%.

Nei piccoli comuni sotto i 10.000 abitanti, invece, la scelta ricade su auto più compatte per muoversi tra vicoli e strade strette (32,1%).

Le differenze tra uomini e donne

Analizzando i dati per genere si scoprono alcune sfumature interessanti. Se la reputazione del marchio ha lo stesso peso per entrambi (20,2%), gli uomini si mostrano più sensibili alle prestazioni del veicolo (24,3% contro il 20,4% delle donne) e all’estetica (19,8% contro 15,4%).

Le donne, invece, danno maggiore importanza alla facilità di guida e alla maneggevolezza: parametro decisivo per il 21,5% di loro, contro il 13,8% degli uomini.

Pronta consegna? Anche no  

Sorprende infine la poca attenzione ai tempi di consegna: solo il 3,1% degli intervistati considera fondamentale ricevere l’auto in tempi rapidi. La maggior parte degli italiani sembra disposta ad aspettare, pur di avere il modello desiderato.

Prezzo, praticità e alimentazione i principali fattori di scelta

L’indagine conferma come la scelta dell’auto in Italia resti guidata da logiche pratiche ed economiche, con differenze legate all’età, al genere e alla zona di residenza. Ma anche se il prezzo resta il primo fattore per l’acquisto, cresce l’attenzione verso elementi come alimentazione e costi di gestione, segnali di una mobilità che cambia.

Turismo: nel primo trimestre 2025 arrivi e presenze in leggero calo 

Lo evidenziano i dati provvisori dell’indagine ISTAT dal titolo ‘Movimento dei clienti negli esercizi ricettivi’: nel complesso il primo trimestre 2025 evidenzia performance leggermente inferiori rispetto allo stesso periodo del 2024, quando i flussi turistici segnavano valori record. 

In dettaglio, a gennaio 2025 gli arrivi turistici in Italia sono 6,1 milioni e le presenze 19,5 milioni. Entrambi mostrano una crescita significativa rispetto a gennaio 2024 (rispettivamente +4,0% e +3,6%). A febbraio, con 6,4 milioni di arrivi e 19,9 milioni di presenze, si registrano valori sostanzialmente identici a quelli del 2024 (-0,4%, -0,2%).
A marzo gli arrivi calano del 5,3% e le presenze del 3,8%.

A diminuire sono i turisti italiani

Il leggero calo delle presenze e quello più sostenuto degli arrivi sono determinati dalla componente della clientela residente in Italia, che diminuisce del 2,2% in termini di arrivi e dell’1,4% in termini di presenze.
Gli stranieri mostrano valori in debole crescita rispetto allo stesso trimestre del 2024 (+0,2% arrivi, +0,6% presenze).

Gli arrivi e le presenze dei turisti italiani evidenziano un leggero incremento tendenziale solo a gennaio (+0,4, +0,1%), mentre diminuiscono sia a febbraio (-2,8%, -2,9%) sia a marzo (-3,8%, -1,5%).
I flussi dei turisti stranieri mostrano invece una crescita sostenuta a gennaio (+9,6%, +8%), una variazione positiva a febbraio (+2,4%, +2,2%) e un marcato calo a marzo (-6,9%, -5,7%).

Alberghi -1,8%, altre strutture +3,5%

Tra le componenti della domanda, nel periodo considerato prevale quella estera, che rappresenta il 51,6% delle presenze totali del trimestre, raggiungendo quota 54,4% e 53,2% nei mesi di febbraio e marzo. Solo a gennaio prevalgono le presenze domestiche (53,2%).
Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente gli esercizi alberghieri registrano nel primo trimestre 2025 un leggero calo di presenze (-1,8%), mentre quelli extra alberghieri un incremento della clientela (+3,5%).

In particolare, le presenze alberghiere crescono in termini tendenziali a gennaio (+2%), ma calano nei due mesi successivi (-2,3% febbraio, -4,6% marzo). Negli esercizi extra-alberghieri, invece, le presenze crescono soprattutto a gennaio (+8,5%) e a febbraio (+5,6) e mostrano una flessione a marzo (-1,8%).

Permanenza media degli stranieri 3,48 notti

In tutti e tre i mesi del trimestre le presenze della clientela domestica diminuiscono nel comparto alberghiero e aumentano negli esercizi extra alberghieri.
Diverso l’andamento della componente non residente, in crescita a gennaio nel settore alberghiero (+5,2%), ma soprattutto in quello extra alberghiero (+16,3%), così come a febbraio (esercizi extra alberghieri +8,2%), mentre diminuiscono per entrambe le tipologie di alloggio a marzo (-5,9% alberghi e -5,2% extra-alberghieri).

La permanenza media dei clienti negli esercizi ricettivi è pari a 3,04 notti e risulta allineata ai valori del primo trimestre 2024, sia per gli italiani (2,69 notti, +0,02), sia per gli stranieri (3,48 notti, +0,01).

Donare nell’era digitale: italiani più solidali (e smart)

Gli italiani si confermano un popolo generoso, disposto a donare per la cause in cui crede. Negli ultimi anni, però, c’è stato un cambiamento radicale nelle modalità in cui si realizza la solidarietà. Oggi, infatti, la beneficenza si fa in rete, a metà tra clic e cuore. I cittadini non si limitano più a versare un contributo: diventano parte attiva delle cause sociali, offrendo tempo, competenze e visibilità alle organizzazioni non profit. E lo fanno anche nel momento più impensato: mentre acquistano online.

La fotografia di questo cambiamento arriva dall’Osservatorio Donare 3.0, curato da BVA Doxa insieme a PayPal e Rete del Dono, che nel 2024 ha analizzato le abitudini digitali di solidarietà di oltre 4.000 italiani tra i 18 e i 64 anni.

Il checkout con il cuore: 1 su 3 dona mentre acquista online

Una delle tendenze più interessanti riguarda la donazione integrata all’e-commerce: il 32% degli utenti digitali ha effettuato una donazione durante il pagamento di un acquisto online. Un segnale forte di come la solidarietà stia diventando parte integrante dell’esperienza digitale quotidiana.

Parallelamente, cresce il ricorso al crowdfunding donation-based, con quasi 1 italiano su 4 che ha partecipato a una raccolta fondi online nell’ultimo anno. Si tratta del dato più alto registrato dal 2014 ad oggi.

Le cause che coinvolgono di più: salute, ambiente e impegno locale

Nel 2024 le donazioni si sono concentrate soprattutto in tre ambiti: salute e ricerca medica (51%), ambiente e protezione animale (28%) e assistenza a fasce fragili (24%). Il periodo natalizio resta quello con la maggiore propensione alla donazione, seguito da eventi come compleanni, matrimoni e ricorrenze personali.

Anche la cultura ha un posto importante nel cuore degli italiani: il 44% ha donato almeno una volta per sostenere un progetto culturale. Tra i principali motivi: l’impatto sul proprio territorio (46%), la passione personale per l’arte (36%) e la fiducia nell’organizzazione promotrice (41%).

Giovani protagonisti del dono e importi alla portata di tutti

A trainare il cambiamento sono soprattutto le nuove generazioni: oltre la metà della Gen Z e quasi il 50% dei Millennials ha sostenuto progetti culturali. Una spinta che coinvolge anche i piccoli gesti: il 54% dei donatori ha contribuito con meno di 50 euro, segno di una solidarietà diffusa e democratica.

Non solo donazioni economiche: il 34% degli italiani ha partecipato ad attività di volontariato, e molti si dichiarano pronti a diventare ambasciatori delle cause che sostengono. La richiesta di chiarezza e trasparenza è sempre più forte: l’80% vuole sapere come vengono impiegati i fondi raccolti.

App, smartphone e AI: gli strumenti della nuova solidarietà

Lo smartphone si conferma il canale più utilizzato per donare online, superando ancora una volta il computer. Un trend in costante crescita tra i più giovani, che usano app e piattaforme per contribuire in modo veloce e sicuro.

Inizia a farsi spazio anche l’intelligenza artificiale: il 14% degli utenti digitali ha già usato strumenti di AI per informarsi su una ONP prima di donare. E quasi la metà è interessata a farlo in futuro. Un’opportunità per le organizzazioni, che possono costruire relazioni più trasparenti e personalizzate con i propri sostenitori.

Giovani e lavoro in Italia: più occupazione ma meno imprese under 35

Il tema del lavoro è una delle maggiori criticità che il nostro Paese deve affrontare, soprattutto per quanto riguarda l’occupazione delle generazioni più giovani. Ma quali sono i “numeri” reali? Innanzitutto va premesso che il mercato del lavoro italiano sta attraversando un cambiamento importante. Mentre la popolazione giovanile tra i 18 e i 34 anni si riduce, si osserva un incremento dell’occupazione giovanile alle dipendenze. Parallelamente, però, cala il numero di giovani imprenditori.

A sottolineare questa dinamica è stato Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, durante un evento organizzato in collaborazione con Almalaurea, dedicato all’orientamento, alla nascita di nuove imprese e all’inserimento lavorativo.

“Persi” un milione di ragazzi fra i 18 e i 34 anni 

Tra il 2011 e il 2024, l’Italia ha perso circa un milione di giovani nella fascia 18-34 anni. Questo calo demografico ha avuto un impatto diretto anche sull’imprenditorialità: il numero di imprese guidate da under 35 è diminuito del 31%.

Inoltre, la quota di nuove imprese fondate da giovani è passata dal 34,6% del totale nel 2011 al 27,8% nel 2024. Una tendenza che segnala difficoltà concrete nel fare impresa, soprattutto per le nuove generazioni.

Più lavoratori dipendenti

Nonostante le difficoltà imprenditoriali, si registra un dato positivo sul fronte occupazionale. Dal 2015 al 2024, il numero di giovani lavoratori dipendenti (principalmente a tempo pieno) è aumentato di ben 640mila unità.

Questo suggerisce una crescente preferenza per percorsi di lavoro più stabili e strutturati, rispetto alla scelta, più incerta, di mettersi in proprio.

Le barriere all’imprenditorialità giovanile

Secondo un’indagine di Unioncamere, quasi l’80% dei giovani imprenditori segnala ostacoli nella fase di avvio di un’impresa. Tra questi, le maggiori difficoltà riguardano le complesse procedure amministrative.

Più di un giovane imprenditore su due indica la burocrazia come uno dei principali freni. Diventa quindi fondamentale rafforzare le politiche di supporto all’imprenditorialità giovanile.

Strumenti a sostegno dei nuovi imprenditori

Per rispondere a queste criticità, Unioncamere ha sviluppato il Servizio Nuove Imprese (SNI), una piattaforma che offre informazioni, strumenti e opportunità pensate per chi intende avviare un’attività. L’obiettivo è accompagnare aspiranti e neoimprenditori lungo il percorso della creazione d’impresa, riducendo gli ostacoli iniziali.

Start-up innovative in crescita

Una nota positiva arriva dal fronte dell’innovazione: le imprese tecnologiche e le start-up innovative sono in forte espansione. Tra il 2016 e il 2024, il numero di start-up innovative registrate è più che raddoppiato, passando da meno di 6.000 a oltre 12.000, con una crescita del +111,6%.

Un segnale incoraggiante, che evidenzia la vitalità di un segmento imprenditoriale giovane, dinamico e orientato al futuro.

Alimentazione e sostenibilità: le scelte degli italiani

La sostenibilità alimentare è un tema che sta sempre più a cuore agli italiani. Un’indagine condotta da Consumerismo No Profit per Findus rivela che il 68% dei consumatori considera la sostenibilità un aspetto rilevante nelle proprie scelte d’acquisto e per il 20% rappresenta addirittura un criterio fondamentale nella selezione dei prodotti alimentari.

Come cambiano le abitudini di acquisto

Negli ultimi dieci anni, il 66% degli italiani ha aumentato la propria attenzione verso i prodotti certificati sostenibili, e il 20% li cerca attivamente al supermercato.

La lettura delle etichette è sempre più diffusa: il 46% dei consumatori controlla spesso la provenienza e la filiera dei prodotti, mentre il 26% lo fa regolarmente.

Prodotti certificati: la discriminante è il prezzo

Nonostante l’interesse per la sostenibilità, l’aspetto economico resta comunque determinante. Solo il 12% degli italiani sceglie sempre prodotti certificati, mentre il 71% li acquista occasionalmente, approfittando di sconti e promozioni. Questo dato indica sì una crescente sensibilità, ma anche la necessità di rendere questi prodotti più accessibili.

La sostenibilità nel settore ittico

Per quanto riguarda i prodotti ittici, il 64% degli italiani valuta prioritario il criterio della freschezza e della qualità, seguito dalla provenienza (59%) e dal prezzo (51%).

Un altro dato interessante, riporta Adnkronos, è che le certificazioni di sostenibilità stanno acquisendo sempre più rilevanza, tanto che il 26% dei consumatori le considera un elemento chiave nella scelta del pesce.

Verso un consumo più responsabile

Aumenta quindi l’attenzione degli italiani verso la sostenibilità alimentare, un indicatore di un cambiamento positivo. Sebbene il prezzo rappresenti ancora un ostacolo, la trasparenza e la responsabilità ambientale stanno diventando criteri sempre più considerati nelle scelte d’acquisto.

Per favorire un consumo più sostenibile, sarà essenziale informare e incentivare i consumatori a fare scelte più consapevoli.