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Italia, cresce l’occupazione. Ma resta maglia nera in Europa 

Nel 2023, il tasso di occupazione in Italia ha raggiunto il 66,3%, un dato record. Eppure, nonostante questo dato positivo, il nostro Paese resta distante dalla media europea, con un divario di 9 punti percentuali. Le regioni del sud e le isole sono particolarmente penalizzate: qui si registrano livelli di occupazione molto bassi,  rispettivamente del 52,5% e del 51,5%.

Lo rivela la Commissione Europea, che evidenzia inoltre come il mercato del lavoro italiano abbia ancora sfide importanti da affrontare, come la disparità di genere. Il divario occupazionale tra uomini e donne, pari a 19,5 punti percentuali, è più del doppio rispetto alla media UE, e non ha mostrato miglioramenti significativi nell’ultimo decennio. D’altro canto, riporta Ansa, l’Italia si distingue positivamente per essere tra i Paesi con il minore divario occupazionale per le persone con disabilità.

Disoccupazione in calo, ma la situazione rimane critica

Il tasso di disoccupazione è sceso al 7,7% nel 2023, con una riduzione anche della componente di lungo periodo, ora al 4,2%. Nonostante questi progressi, entrambi i valori restano tra i più alti nell’Unione Europea, mantenendo il mercato del lavoro italiano in una situazione considerata “da monitorare” o addirittura “critica”.

La scarsa partecipazione al mercato del lavoro di giovani e donne rappresenta una  grave problematica, aggravata dalla pressione demografica. La bassa natalità e l’invecchiamento della popolazione richiedono interventi urgenti per incentivare l’inclusione lavorativa.

Redditi in calo e competenze da potenziare

Il reddito familiare disponibile pro capite, pari al 94% rispetto ai livelli del 2008, mostra un ulteriore calo nel 2023, contro una media europea del 111,1%. Questo dato, definito “critico” dalla Commissione Europea, sottolinea la necessità di interventi per migliorare il benessere economico delle famiglie italiane.

Sul fronte delle competenze, solo il 45,8% degli adulti possiede abilità digitali di base, un dato che evidenzia la necessità di rafforzare la formazione continua. Non manca qualche buona notizia, come la riduzione dell’abbandono scolastico precoce (-1 punto percentuale) e il calo dei giovani NEET (-2,9%), che scendono all’11,2%, comunque uno dei tassi più elevati in Europa.

Povertà e esclusione sociale

Nel 2023, la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è diminuita: -1,6 punti percentuali per la popolazione generale e -1,4 punti per i bambini. Nonostante questi miglioramenti, i tassi restano sopra le medie UE, attestandosi rispettivamente al 22,8% e al 27,1%. Insomma, nonostante qualche segnale positivo, il percorso verso una maggiore equità sociale è ancora lungo.

Perché quasi il 60% delle famiglie italiane è in difficoltà?

Quasi il 60% delle famiglie italiane considera il proprio reddito insufficiente per soddisfare le necessità di base. Secondo un’indagine condotta da Nomisma, il 58% delle famiglie trova sostegno esclusivamente nella rete familiare, mentre solo il 29% può contare sui servizi pubblici.

Questo dato evidenzia un modello di welfare “fai da te”, in cui le famiglie si affidano principalmente a sé stesse per affrontare le difficoltà economiche.

Alcune spese sono “insostenibili“
Circa 1 famiglia su 6 si occupa di familiari non autosufficienti, mentre 1 su 10 dichiara di non essere in grado di sostenere economicamente la nascita di un figlio. Queste difficoltà si riflettono anche sulle spese quotidiane: l’85% delle famiglie ha ridotto le spese per il tempo libero, il 72% per i consumi culturali, il 67% per le attività sportive e 1 su 2 ha tagliato le spese sanitarie.
Il 28% ha persino dovuto comprimere i costi legati all’istruzione dei figli.

Migliora la congiuntura economica, ma non tutti ne beneficiano
Nonostante una congiuntura economica apparentemente favorevole, con un tasso di occupazione al 62,5% e un’inflazione stabilizzata sotto il 2%, oltre la metà delle famiglie (59%) considera i propri redditi insufficienti. Tra queste, il 15% non riesce a coprire le spese primarie, mentre un altro 44% arriva a stento a fine mese.

Il mancato aumento della produttività e il blocco dei salari in Italia, cresciuti solo del 16% tra il 2013 e il 2023 contro una media europea del 30,8%, aggravano ulteriormente il problema.

Le rinunce delle “famiglie sandwich“
Particolarmente vulnerabili sono le cosiddette “famiglie sandwich”, costrette a sostenere sia figli piccoli sia genitori anziani. Tra queste, il 70% dichiara di aver ridotto le spese sanitarie. Anche i genitori soli con figli e le famiglie meridionali mostrano elevata fragilità.

Emergono inoltre nuove solitudini: giovani sotto i 45 anni, adulti tra i 45 e i 69 anni, e anziani over 70 sono sempre più esposti a difficoltà economiche, sanitarie e sociali, spesso senza un supporto adeguato.

Il ruolo delle imprese e delle istituzioni
Il supporto delle imprese con il welfare aziendale è limitato: solo il 12% delle famiglie lo percepisce come presente. Anche il welfare pubblico non risponde ai bisogni, lasciando molte famiglie abbandonate a loro stesse.

L’aumento del disagio psicologico fra i giovani e le difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro completano un quadro complesso, che richiede interventi mirati per migliorare il benessere delle famiglie italiane.

Le imprese aumentano il budget AI per le strategie omnicanale

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience del Politecnico di Milano: nel 2024, due terzi delle grandi aziende italiane (69%) ha incrementato il budget destinato a iniziative di Intelligenza artificiale nei processi di gestione del cliente.
Con una diffusione del 49%, il Customer Care risulta l’ambito più rilevante di applicazione.

In generale, il processo di implementazione dell’Omnichannel Customer Experience (OCX) nelle aziende italiane nell’ultimo anno ha registrato un avanzamento medio superiore rispetto agli anni precedenti.
La maturità omnicanale monitorata dallo OCX Index, l’indicatore che monitora il livello di maturità delle imprese, ha infatti raggiunto un valore di 4,8 su 10 (+11% vs 2023).

L’importanza di un approccio avanzato alla gestione dei dati

Quanto al livello di maturità omnicanale, è l’area Dati e Tecnologia ad avere registrato l’incremento più significativo, favorito dall’adozione di soluzioni di AI (o dalla volontà di adottarle), che ha accresciuto la consapevolezza sull’importanza di un approccio avanzato alla gestione dei dati.

“Negli ultimi dieci anni, l’Omnichannel Customer Experience si è affermata come una leva strategica e fondamentale per numerose aziende. Tuttavia, il cammino verso una piena maturità omnicanale rimane costellato da sfide complesse, organizzative e tecnologiche”, afferma Giuliano Noci, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio.

AI generativa: dai chatbot alle campagne marketing le applicazioni più usate

Di fatto, però, oggi solo l’11% delle grandi aziende italiane si può considerare a uno stadio di maturità omnicanale avanzata. In questo scenario, l’AI, in particolare, l’AI generativa, rappresenta un potenziale impulso alla trasformazione, “offrendo da un lato un miglioramento dell’efficienza operativa e dall’altro facilitando esperienze personalizzate – aggiunge Noci -, che grazie a contenuti dinamici basati sulle preferenze individuali, accrescono la propensione all’acquisto e promuovono la fidelizzazione”.

Tra le applicazioni più diffuse di Intelligenza artificiale all’interno dei processi di gestione del cliente, “si annoverano chatbot basati su AI, sia in forma discriminativa sia generativa, l’ottimizzazione delle campagne di marketing e il lead scoring”, spiega Marta Valsecchi, direttrice dell’Osservatorio.

Content management e customer care gli ambiti dalle maggiori opportunità

Guardando al futuro, emergono grandi opportunità in ambiti come il content management, per traduzioni di descrizioni prodotto o la generazione dinamica di immagini, nonché in ambito customer care, in cui il supporto agli operatori della gestione dei clienti è sempre più importante.

Tuttavia, per cogliere appieno il valore dell’AI è fondamentale aver costruito solidi pilastri dell’omnicanalità. Ovvero, processi chiari, dati strutturati, infrastrutture tecnologiche adeguate e competenze specializzate.
“Senza questi elementi – puntualizza Valsecchi -, il potenziale dell’AI e le possibilità di offrire un’esperienza realmente omnicanale, personalizzata e fidelizzante rischiano di rimanere inespressi”.

Tra gli italiani migliora il senso di sicurezza

Quanto si sentono al sicuro gli italiani a camminare da soli, al buio, nella propria zona di residenza? Per nulla il 2%, poco il 12%, abbastanza il 57,6% e molto il 18,4%.
In generale, +15,4% rispetto agli anni 2015-2016. Emerge dall’Indagine ISTAT sulla Sicurezza dei cittadini negli anni 2022-2023.

Rispetto al passato, resta stabile la quota di chi non esce mai di sera, né da solo né accompagnato (11,9%), ma i comportamenti adottati per proteggersi sono in diminuzione (circa -10%). Inoltre, passa dal 7,7% nel 2015-2016 al 4% nel 2022-2023 la quota di chi porta qualcosa con sé per difendersi o chiedere aiuto in caso di pericolo. E diminuisce il senso di insicurezza percepito da soli nella propria abitazione (-9,7%).

Donne insicure il doppio degli uomini

Malgrado i segnali positivi permane comunque una quota importante di cittadini (24%) per cui la criminalità incide sulle abitudini di vita. Un dato comunque dimezzato rispetto al 38,2% del 2015-2016.
La percezione di insicurezza solo parzialmente è collegata al rischio di criminalità di un territorio, ma è condizionata anche da genere, età, livello di istruzione.

Il senso di insicurezza in effetti è significativamente più forte tra le donne rispetto agli uomini, il doppio più propense a sentirsi insicure quando escono da sole di sera (16,4% vs 7,4%) e circa quattro volte più numerose a non uscire di sera per paura (19,5% vs 5,3%). Sono anche più condizionate dalla paura della criminalità (28,8% vs 19%).

Un andamento diverso tra i generi

Oltre un’anziana su due (59,2% over75) non esce mai sola o non esce mai, e lo stesso accade per un anziano su quattro (39,2%). Tuttavia, solo il 4,7% non esce di sera per paura della criminalità.

Inoltre, le ragazze tra 14-24 anni mostrano un picco di insicurezza che diminuisce nelle fasce di età successive, ovvero tra 25-34 anni e tra 35-44, per poi aumentare leggermente e stabilizzarsi. Al contrario, per i maschi l’insicurezza cresce progressivamente raggiungendo il picco intorno a 75 anni.
Anche le precauzioni prese quando si esce la sera risultano più diffuse tra le donne (23,3% vs 16% uomini), ma la differenza tra generi è fortemente ridotta rispetto al passato.

Chi ha paura di stare a casa da solo?

Anche in questo caso, l’insicurezza è più marcata tra le donne (7% vs 3%), in particolare tra le over75 (11,6%).
I giovani sono i meno condizionati dalla percezione della criminalità (29% under24 non è influenzato), mentre i livelli più alti si riscontrano tra gli over65.

Le persone con livello di istruzione più elevato si sentono più sicure (28,7% laureati molto sicuro vs 11% con titolo di studio elementare) e sono meno influenzate dalla criminalità.
Chi ha subito reati, come scippo o rapina, è meno sicuro. Il 34% di loro si sente ‘poco e per niente sicuro quando esce da solo ed è buio’, e il 60,2% è ‘influenzato dalla criminalità’, a fronte, rispettivamente, dell’11,9% e del 23,7% delle ‘non vittime’.

Quali sono i driver di acquisto delle mamme italiane?

Nel panorama dei consumi delle famiglie Millennials e GenZ, emerge chiaramente il ruolo centrale della community e dei consigli da parte di persone fidate. Le mamme, in particolare, considerano determinanti i suggerimenti di altre mamme (91%) e quelli degli specialisti (87%), insieme al web (90%), per prendere decisioni d’acquisto informate.

L’uso dei social media diventa cruciale: Instagram è la piattaforma prediletta dalle mamme più giovani, con TikTok in crescita tra le giovanissime, mentre i papà optano più spesso per YouTube. I social, dunque, non sono più solo luoghi di intrattenimento, ma vere e proprie fonti di informazione e ispirazione per queste generazioni.

Come cambiano i ruoli di mamma e papà: il punto sulle responsabilità

Il tradizionale equilibrio dei ruoli sembra persistere, con le mamme che ancora si fanno carico della gestione domestica e della cura dei figli in modo prevalente. Secondo lo studio “Focus Mamme” di BVA Doxa, il 70% delle mamme si identifica come figura di riferimento per la cura dei figli, mentre i papà percepiscono una condivisione maggiore, con il 57% che ritiene equa la ripartizione dei compiti tra i partner.

Tuttavia, solo il 26% delle mamme si sente adeguatamente supportato dal partner, una percezione ben diversa rispetto al 44% dei papà.

Mamme e acquisti: il peso dei consigli e del digitale

Le mamme con figli tra 0 e 4 anni cercano conferme nella community e nei canali digitali: il 91% delle intervistate considera i consigli di altre mamme fondamentali, seguiti dalle opinioni degli esperti (87%). La comunicazione diretta dei brand, in crescita rispetto agli anni precedenti, permette una connessione immediata e trasparente con i consumatori.

Il sito web aziendale è il canale preferito per ottenere informazioni (62%), acquistare online (55%) e partecipare a programmi di fedeltà (53%). Anche Instagram è importante, usato da quasi una mamma su due per aggiornamenti su prodotti e iniziative.

Social media e genitorialità: dove si informano le famiglie?

Per affrontare le sfide della genitorialità, le mamme si affidano a figure esperte e consigli digitali. Instagram risulta la piattaforma di riferimento per l’81% delle mamme, seguita da TikTok tra le più giovani.

Il 63% delle mamme segue influencer specializzati in famiglia e genitorialità, attratte dalla possibilità di ricevere consigli utili (75%) e contenuti di valore.

Il tema salute: sui social gli esperti vengono ascoltati?  

Sulla salute dei figli, le mamme si affidano sempre più a medici e specialisti presenti online: il 71% li considera utili. Competenza e affidabilità sono i principali motivi di questa preferenza, con quasi la metà delle mamme pronte a seguire consigli online se provenienti da fonti accreditate.

Universitari europei, perchè l’adesione agli studi Stem resta bassa?

Solo poco più di un quarto degli studenti universitari in Europa, precisamente il 26,6%, si iscrive a corsi in ambito Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), secondo quanto emerge dalla terza edizione dell’Osservatorio Stem 2024, condotto da Deloitte.

Tra gli iscritti, oltre la metà (53,7%) sceglie facoltà di ingegneria, seguita dalle scienze naturali, matematica e statistica (26,7%) e infine dai corsi Ict (19,5%). Questi dati riflettono la significativa disparità tra i generi: la partecipazione femminile nei corsi Stem è ancora limitata, con solo il 15,5% delle studentesse rispetto al 40,2% dei loro colleghi maschi.

Motivazioni che spingono alla scelta dei corsi Stem

Per quasi la metà (46%) degli studenti Stem, la scelta è motivata dalla passione e dall’interesse per queste discipline, mentre il 33% si lascia guidare dalle prospettive di carriera e dalle possibili retribuzioni future. Un ruolo importante lo giocano anche le famiglie, considerate il fattore di influenza principale da oltre il 50% degli studenti e da circa il 60% dei lavoratori in ambito Stem.

La scelta di intraprendere percorsi tecnico-scientifici è quindi in parte il risultato di un supporto familiare che incoraggia a valutare le opportunità offerte da queste materie.

La paura del “troppo difficile”

Nonostante l’importanza crescente delle competenze tecnico-scientifiche, molti giovani continuano a percepire le discipline Stem come eccessivamente complesse: un terzo degli studenti evita infatti questi percorsi perché si sente “non portato” o li considera troppo difficili.

Tuttavia, il 60% dei giovani che attualmente frequentano corsi alternativi mostra interesse verso un possibile avvicinamento futuro al mondo Stem, indicando una certa apertura nel considerare queste discipline.

Formazione e prospettive occupazionali

La formazione in ambito Stem non si conclude con l’ingresso nel mondo del lavoro. Più del 60% dei lavoratori specializzati in ambito tecnico-scientifico continua a perfezionarsi tramite corsi di aggiornamento e specializzazioni.

Tuttavia, riferisce Adnkronos, il 50% dei giovani esprime preoccupazione per l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione futura, specialmente tra chi ha già una formazione in ambito Stem. Nonostante questi timori, il 60% delle aziende prevede un aumento della domanda di profili Stem in seguito allo sviluppo dell’IA.

Competenze per la transizione verde e digitale

Infine, quasi nove giovani su dieci in Europa ritengono che le competenze Stem saranno essenziali per affrontare con successo la “Green Transition”. Inoltre, oltre il 40% degli intervistati crede che la combinazione tra competenze Stem e IA rappresenti la chiave per gestire con efficacia questa fase di transizione, rafforzando l’idea che il futuro richiederà sempre più conoscenze avanzate in questi settori.

Lavoro ibrido e benessere: perchè è un binomio vincente?

Un recente studio condotto dall’International Workplace Group (IWG) ha rivelato una forte correlazione tra il lavoro ibrido e il miglioramento del benessere dei dipendenti. L’indagine, che ha coinvolto un campione di mille lavoratori ibridi, ha evidenziato come la flessibilità introdotta da questo modello di lavoro abbia avuto un impatto positivo sulla salute fisica e mentale degli individui.

In particolare, quattro lavoratori su cinque (80%) hanno dichiarato che il loro benessere generale è migliorato in modo significativo grazie alla possibilità di alternare il lavoro tra casa, ufficio e spazi di coworking locali.

I benefici del lavoro ibrido sulla salute

Il lavoro ibrido ha portato a una riduzione dei tempi di spostamento casa-lavoro, consentendo ai dipendenti di dedicare più tempo al proprio benessere personale.

Il 68% degli intervistati ha riportato un miglioramento della propria salute fisica, grazie alla maggiore opportunità di praticare attività fisica (54%) e di preparare pasti più sani (58%). Inoltre, l’80% dei lavoratori ha dichiarato di sentirsi più riposato, grazie a un miglioramento della qualità e della regolarità del sonno (68%).

Miglior equilibrio tra vita privata e lavoro

Oltre agli effetti positivi sulla salute fisica, il lavoro ibrido ha favorito un miglioramento significativo dell’equilibrio tra vita professionale e personale per l’86% dei partecipanti allo studio. Questa maggiore flessibilità ha contribuito a ridurre lo stress per il 78% dei lavoratori, portando a una forza lavoro più serena e motivata.

Non sorprende che quattro lavoratori su cinque (81%) abbiano segnalato un miglioramento della propria salute mentale grazie al nuovo modello di lavoro.

Vantaggi per le aziende

I benefici del lavoro ibrido non si limitano solo ai dipendenti, ma coinvolgono anche le aziende. Secondo il report di IWG del maggio 2024, l’86% dei responsabili delle risorse umane considera il lavoro ibrido uno dei benefit più apprezzati dai dipendenti e uno strumento efficace per trattenere il personale. Inoltre, l’88% degli HR leader riconosce l’impatto positivo del lavoro ibrido sulla salute mentale dei lavoratori.

Produttività e soddisfazione lavorativa

Lo studio evidenzia che il 74% dei lavoratori si sente più produttivo con il lavoro ibrido, mentre il 76% riferisce di essere più motivato. Infine, l’85% dei dipendenti ha dichiarato che la propria soddisfazione lavorativa è aumentata. Anche le aziende confermano questa tendenza, con l’85% degli HR leader che affermano che il modello ibrido incrementa la produttività.

Salute mentale: perchè in Italia sale la preoccupazione per lo stress?

Il 10 ottobre 2024 si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale, istituita nel 1992 dalla Federazione Mondiale per la Salute Mentale (WFMH. Per l’occasione, Ipsos ha rilasciato l’ultima rilevazione dell’ Global Health Service Monitor. E quest’anno l’analisi evidenzia come quasi la metà delle persone a livello internazionale (45%) ritenga che la salute mentale sia attualmente la principale preoccupazione tra i problemi sanitari del proprio Paese (+18% rispetto al 2018).

La seconda preoccupazione più diffusa è il cancro, menzionato dal 38% delle persone a livello globale. In Italia, tuttavia, questa percentuale sale al 56%, la più alta tra tutti i Paesi esaminati. 
In Italia la preoccupazione per il cancro, nonostante molto elevata, è diminuita del 19% rispetto al 2018. Al contrario, la preoccupazione per la salute mentale è aumentata del 17%, raggiungendo il 35%.

La vita quotidiana inceppata

Durante l’ultimo anno, la maggior parte delle persone a livello internazionale si è sentita stressata. In media, poco più di tre su cinque (62%) affermano di essersi sentite stressate al punto da averne subito l’impatto sulla vita quotidiana almeno una volta.

I livelli di stress riportati variano dal 76% in Turchia al 44% in Giappone. 
In Italia, il 60%  si è sentito stressato al punto da avere la sensazione di non riuscire ad affrontare le cose, mentre per il 56% lo stress ha avuto un impatto sul modo di vivere la propria quotidianità.

Inoltre, il 48% si è sentito depresso al punto da provare tristezza o disperazione quasi ogni giorno per un paio di settimane o più. E il 31% si è sentito così stressato da non poter andare al lavoro per un certo periodo di tempo.

GenZ e Millennials in difficoltà

In generale, sono soprattutto le donne e le giovani generazioni ad aver accusato maggiori livelli di stress durante l’ultimo anno. 
Le donne della GenerazioneZ sono più propense a dichiarare di aver attraverso momenti difficili, con il 40% a livello internazionale che afferma di essersi sentita depressa quasi ogni giorno per un paio di settimane o più, diverse volte. 

Inoltre, la maggioranza (54%) della GenerazioneZ afferma di essersi sentita stressata al punto da non poter andare a lavorare durante l’ultimo anno, mentre per i Millennials la percentuale è leggermente inferiore (47%).
Più in generale, le persone più anziane hanno meno probabilità di riportare stress.

L’importanza della salute mentale nel SSN

Solo il 32% degli italiani (-7% rispetto al 2023) ritiene che salute mentale e fisica siano trattate allo stesso modo dal sistema sanitario.
Il 10% pensa invece che alla salute mentale venga data priorità, mentre quasi la metà (46%) sostiene che il SSN si concentri principalmente sulla salute fisica.

Queste percezioni si estendono anche alla maggioranza degli altri Paesi esaminati nel sondaggio. Soltanto in Malesia (63%), Singapore (53%) e Indonesia (52%) gli intervistati sostengono che salute mentale e fisica siano trattate in modo equivalente dal loro sistema sanitario.

Autobus elettrici: Liguria, Piemonte, Lombardia sul podio

Sono i dati emersi da un’elaborazione dell’Osservatorio sulla Mobilità sostenibile di Airp (Associazione Italiana Ricostruttori Pneumatici) sulla base di dati Aci: la diffusione di autobus elettrici in Italia è ancora limitata, anche se alcune regioni raggiungono quote significative sul totale del parco circolante di mezzi. 
In particolare, la Liguria, dove nel 2023 il 5,4% degli autobus in servizio era elettrico (134 su 2.473), il Piemonte (3,4%) e la Lombardia (2,8%, 305 su 10.851 autobus).

In generale, il parco circolante italiano di autobus ha un grande bisogno di rinnovamento e apertura alle nuove motorizzazioni. Secondo gli ultimi dati Acea disponibili, infatti, l’età media degli autobus in circolazione in Italia è di 14,5 anni, più alta della media europea (12,5 anni). 

A Milano il 5,2% dei bus è elettrico

La prima provincia per autobus elettrici utilizzati in Lombardia è Milano (5,2% del totale), seguita da Bergamo (2,1%), Brescia (0,9%), Sondrio e Lodi (0,7% per entrambe). 

Le quote più basse di autobus elettrici sul totale di autobus in circolazione, si rilevano invece in Campania, Calabria, Marche e Friuli-Venezia Giulia (0,3%), mentre la Basilicata non supera lo 0,1%, e Molise e Valle d’Aosta risultano le uniche regioni italiane prive di autobus elettrici in uso.

Uno dei pilastri della transizione ecologica

L’elettrificazione del trasporto pubblico, nazionale e regionale, è uno dei pilastri della transizione ecologica che il governo italiano e le amministrazioni locali stanno promuovendo, in risposta alle emergenze climatiche e alle direttive europee.
Con un numero crescente di autobus elettrici, città come Milano stanno dimostrando che è possibile ridurre l’inquinamento e migliorare la qualità della vita dei cittadini, investendo in tecnologie pulite e infrastrutture all’avanguardia.

L’obiettivo a lungo termine è quello di incrementare progressivamente la percentuale di autobus elettrici in circolazione, riducendo al contempo l’età media del parco mezzi, e promuovendo soluzioni sempre più efficienti dal punto di vista energetico e ambientale, riporta mitomorrow.it

Perché non iniziare a usare pneumatici ricostruiti?

Il processo di rinnovamento del parco circolante richiede tempo e forti investimenti, ma nel lungo periodo offre benefici ambientali e per la sicurezza. Si tratta di vantaggi simili a quelli offerti dagli pneumatici ricostruiti, che ricorda Airp, consentono di risparmiare sulle spese di gestione del mezzo. Gli pneumatici ricostruiti, infatti, hanno un costo minore rispetto a quelli nuovi.

Inoltre, permettono di rinviare l’esigenza di smaltimento degli pneumatici usati, che possono essere ricostruiti, con evidenti effetti positivi per l’ambiente.
Non ultimo, il fattore risparmio, pari a oltre il 70% delle materie utilizzate nella produzione di pneumatici nuovi.

SMS, il canale preferito per promemoria e appuntamenti di lavoro

Sebbene non più molto utilizzato per le comunicazioni con familiari, amici e colleghi, l’SMS, acronimo di Short Message Service, è molto apprezzato in ambito business. Poiché considerato meno soggetto al fenomeno dello spam rispetto alle email, e meno invasivo della sfera privata rispetto a WhatsApp, l’SMS risulta più adatto a messaggi di tipo professionale, come conferme o promemoria di appuntamenti di lavoro.

Secondo il sondaggio svolto da Skebby, la piattaforma italiana che offre servizi professionali di mobile marketing, è infatti proprio l’SMS lo strumento favorito per confermare gli appuntamenti aziendali. E lo è ancora di più quando il testo del messaggio viene arricchito da link.

La telefonata è all’ultimo posto

La mancata presenza agli appuntamenti di lavoro, come visite, ritiri e consegne merce, o sopralluoghi, rappresenta da sempre un problema significativo per le aziende.
Negli ultimi anni tale problema è stato sensibilmente ridimensionato grazie al mobile messaging, che consente di recapitare messaggi di promemoria in modo diretto, semplice ed economico.

Utilizzati dalla stragrande maggioranza degli utenti, questi messaggi possono essere inviati tramite diversi canali di comunicazione, e nel mondo del lavoro quello più usato è proprio il ‘vecchio’ SMS.

È gradito un link all’interno del messaggio 

Dai risultati emersi dall’indagine di Skebby, dove era prevista la possibilità di scegliere tra sei diversi canali secondo l’ordine di preferenza, l’SMS ha  ottenuto infatti la media migliore (3,2), seguito dall’email (3,4), da WhatsApp (3,5), dai social media e la posta cartacea (3,6), e ultima, dalla telefonata (3,7).
Nello stesso sondaggio è stato anche chiesto agli intervistati se l’aggiunta di contenuti arricchiti, come l’inserimento di link che indirizzino a landing page online, possa rendere più probabile l’interazione con i messaggi.

E la maggioranza degli intervistati (55%) ha confermato questa possibilità, contro il 32% che si è dichiarato indifferente, e il 13% più titubante in merito.

In disuso per le comunicazioni private ma perfetto per l’ambito business

“La nostra indagine conferma come l’SMS, che da tempo ormai non rappresenta più lo strumento prescelto per le comunicazioni private, sia invece il canale preferito per i messaggi importanti, quelli che devono assolutamente essere letti – ha dichiarato Domitilla Cortelletti, marketing manager di Skebby -. Si tratta, infatti, di un canale più libero rispetto agli altri strumenti di messaggistica istantanea e alle email. E probabilmente anche per questo è anche quello più apprezzato per la ricezione di comunicazioni che non si possono perdere, come quelle di conferma e memo di appuntamenti”.