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Mutui variabili: in un anno le rate aumentano del 36%

Nel corso del 2022 le rate di un mutuo medio a tasso variabile sono aumentate del 36%, passando da 456 euro a 619 euro al mese. Lo ha scoperto Facile.it, che per la sua analisi ha preso in esame un finanziamento a tasso variabile sottoscritto a gennaio 2022 da 126.000 euro con la durata di 25 anni.
Secondo Facile.it, a distanza di soli 12 mesi il mutuatario oggi paga una rata di oltre 160 euro in più rispetto a quella di partenza, con un tasso di interesse (TAN) passato dallo 0,67% al 3,33%.

Euribor a 3 mesi: entro giugno 2023 crescerà ancora?

La corsa dei tassi variabili non sembra essere terminata. Anzi, la BCE ha già annunciato che nel 2023 continuerà ad aumentare gli indici, con inevitabili conseguenze anche sulle rate dei mutuatari.
Se si guarda alle aspettative di mercato (Futures sugli Euribor), gli esperti prevedono che entro giugno 2023 l’Euribor a 3 mesi cresca ancora di quasi 1 punto e mezzo. Nel caso queste previsioni si avvereranno la rata mensile del mutuo preso in esame arriverebbe addirittura a 718 euro. Ovvero, oltre 260 euro in più rispetto a quella sottoscritta a gennaio 2022.

Aumenti significativi anche per il tasso fisso

Anche sul fronte dei tassi fissi nel 2022 sono stati rilevati aumenti significativi. Se per chi ha un mutuo in corso non è cambiato nulla, chi sceglie oggi di sottoscrivere questo tipo di finanziamento trova sul mercato indici più alti rispetto al passato. Guardando alle migliori offerte disponibili online, emerge che oggi per un mutuo fisso (126.000 euro in 25 anni per un immobile da 180.000 euro) i tassi di interesse (TAN) partono da 3,26%, con una rata iniziale di circa 614 euro. Dodici mesi fa, invece, le migliori offerte partivano da 1,05%, con una rata di circa 477 euro. Dati alla mano, quindi, questo finanziamento oggi costa circa 137 euro in più al mese. Vale a dire oltre 40.000 euro in più di interessi se si considera l’intera durata del prestito.

Si riduce la distanza tra tasso fisso e variabile

“Il 2022 è stato caratterizzato da un aumento generalizzato degli indici dei mutui, un trend che potrebbe continuare anche nel 2023, soprattutto per quanto riguarda i tassi variabili – spiegano gli esperti di Facile.it -. In un contesto di grande cambiamento e dinamicità come quello attuale, dove la distanza tra tasso fisso e variabile si è ridotta, non sempre è semplice orientarsi: basti pensare, ad esempio, che oggi ci sono sul mercato mutui variabili con indici più alti rispetto a quelli fissi. Il consiglio, quindi, è di confrontare le offerte di più banche, e affidarsi a consulenti esperti per individuare il prodotto più adatto”.

Skype: l’AI traduce le chiamate e imita la voce di chi parla

Una nuova funzione che sfrutta l’Intelligenza Artificiale per tradurre in tempo reale e in altre lingue le videochiamate tra gli utenti. È quanto ha annunciato Skype, che si appresta a introdurre una novità che migliorerà la qualità delle chiamate tra utenti che parlano lingue diverse, rendendole più naturali.
Il software proprietario freeware di messaggistica istantanea e VoIP ha lanciato  TruVoice, la nuova funzione che impiega un timbro vocale vicino a quello di chi parla poiché utilizza una sintesi vocale dall’effetto non ‘robotico’. Microsoft ha definito TruVoice “un enorme passo avanti per Skype, poiché consente a persone che parlano lingue diverse di comunicare facilmente” . La comunicazione è infatti più naturale, anche quando a parlare tra loro sono persone di nazionalità differenti. 

Il campionamento ‘mima’ il timbro vocale dell’utente

Al momento le uniche lingue supportate da TruVoice sono l’inglese, lo spagnolo, il francese, il tedesco e il cinese, ma in futuro ne verranno aggiunte anche altre.
Finora Skype era già in grado di rilevare automaticamente lingue diverse e avviare la traduzione del testo e dell’audio, ma lo faceva usando appunto un sistema robotizzato, che permetteva di raggiungere lo scopo della comprensione tra gli utenti, sebbene con poca enfasi posta alla qualità dell’audio. Ora il campionamento effettuato dall’AI ‘mima’ il parlato dell’utente senza però registrare e conservare l’audio delle parole. Skype fa quindi un passo ulteriore verso l’abbattimento delle barriere linguistiche tra gli utenti. La funzionalità, una volta disponibile, sarà visibile anche attraverso le app mobili di Skype, seguendo il menu ‘altro’ e poi ‘traduci’ nel riquadro basso della finestra della chiamata in corso.

Una combinazione di tecnologie

“Skype usa l’Intelligenza Artificiale per rilevare automaticamente le lingue parlate durante una videochiamata e tradurle in tempo reale – ha spiegato Microsoft -. Questo viene fatto utilizzando una combinazione di tecnologia di riconoscimento vocale ed elaborazione del linguaggio naturale, che sono in grado di comprendere e interpretare le parole pronunciate e tradurle nella lingua desiderata. Inoltre – ha aggiunto la società -, se si attiva l’uso della voce naturale, utilizzeremo l’Intelligenza Artificiale per campionare le parole e ottimizzare la traduzione in modo che suoni uguale, rendendo la conversazione più umana”, riporta Ansa.

Comprende le parole e ne interpreta il senso

Con Skype TruVoce, riferisce Money.it, si possono fare riunioni o conversazioni fra persone che parlano lingue diverse senza aver bisogno di qualcuno che faccia la traduzione simultanea perché ci penserà Skype. L’AI rileva infatti automaticamente le lingue parlate durante la videochiamata e traduce simultaneamente il vocale. Utilizzando la combinazione di tecnologie di riconoscimento vocale ed elaborazione del linguaggio naturale, l’AI è in grado di riconoscere la lingua in cui le parole vengono pronunciate, comprenderle, interpretarle in senso semantico e tradurle nella lingua desiderata. Di fatto, TruVoce elimina l’effetto robotico tipico da ‘risponditore automatico’. 

L’aumento dei prezzi e la spesa per i regali di Natale 2022

Manca poco all’inizio delle vacanze natalizie 2022 e gli italiani si trovano letteralmente a fare i conti con gli aumenti dei prezzi. E prevedibilmente l’aumento dei prezzi ha influito anche sull’entusiasmo per i festeggiamenti natalizi. Per poco più della metà (51%) l’entusiasmo è rimasto invariato rispetto allo scorso anno, ma per il 26% è decisamente minore rispetto al Natale 2021. Sono alcuni dati dello studio condotto dal team di Ipsos Public Affairs sulle intenzioni d’acquisto e le prospettive di spesa per gli acquisti e i festeggiamenti natalizi di quest’anno.

I soldi sono in cima alla lista dei desideri

In cima alla lista dei desideri si collocano i soldi, con il 14% che spera di riceverne per le imminenti feste natalizie e di fine anno. A seguire, beni materiali, come abbigliamento, libri e profumi, o anche beni immateriali, come salute e serenità. Al contempo, non di rado accade di ricevere un regalo non gradito o di cui non si ha bisogno. In questo caso, il 42% decide di tenerlo, il 25% di regalarlo a qualcun altro, il 20% di cambiarlo, e il 18% di venderlo, spingendo sempre più il fenomeno del second-hand. Soltanto il 12% dichiara di fare una donazione e il 6% di restituirlo.

Shopping natalizio, preferiti abbigliamento e accessori

Al primo posto tra i regali ci sono abbigliamento e accessori (45%), acquistati in negozio (75%) o online (52%). Seguono i buoni regalo (31%), libri (30%), acquistati principalmente online (69% vs 51% in store) e articoli di bellezza (30%, 62% acquistati online e 60% in store). Il 27% degli italiani ha già acquistato o prevede di acquistare, principalmente online (77%), articoli di elettronica, e il 26% giocattoli e giochi, e articoli per la casa, comperati il più delle volte presso le insegne fisiche (74%).
Soltanto il 16% prevede di regalare un’esperienza, come eventi, viaggi, attività, il più delle volte acquistata online (90%).

Si riduce la spesa per regali, pranzi, cene e viaggi

Il 65% afferma di provare stress per l’aumento dei prezzi, e se il 53% dichiara di cercare promozioni, prezzi, affari o coupon, il 40% ha approfittato degli sconti del Black Friday, mentre l’8% prevede di acquistare prodotti di seconda mano. Le prospettive di spesa sembrano davvero pessimiste. Pur distinguendo tra spese per regali, cenoni, pranzi e viaggi, durante le vacanze natalizie le aspettative di spesa sono sensibilmente ridotte rispetto allo scorso anno. Una percentuale compresa tra il 61% e il 74% prevede di spendere meno del 2021, il 12%-27% pensa di mantenersi sugli stessi livelli dello scorso anno, e solo il 4%-5% mette in conto un aumento della spesa, dovuto però quasi esclusivamente alla dinamica inflattiva. In pratica, a parità di acquisti, aumentando i prezzi aumenta la spesa.

Mercato del lavoro, 5 milioni di persone da inserire 

Ogni 100 disoccupati in meno 24 posti vacanti in più. Tra disoccupati e scoraggiati sono quasi 5 milioni le persone da inserire nel mercato del lavoro italiano, che diventa sempre meno efficiente per un problema di matching tra domanda e offerta di lavoro in continuo peggioramento. Il disallineamento crea un apparente paradosso: quando aumenta la disoccupazione, non diminuisce la difficoltà a reperire le figure professionali richieste dalle imprese. Lo rivela la nuova indagine di Randstad Research, che ha analizzato il mancato incontro tra domanda e offerta nei diversi settori e territori, identificando per la prima volta gli spostamenti della ‘curva di Beveridge’, lo strumento che permette di analizzare l’efficienza dei diversi mercati del lavoro misurando la variazione percentuale del tasso dei posti vacanti al variare della disoccupazione.
Passato il periodo Covid (con il blocco dei licenziamenti), la ripresa del lavoro 2022 ne sconta l’eredità: mentre diminuisce il tasso di disoccupazione (che resta comunque alto), continua a crescere il numero di offerte di lavoro scoperte. Oggi, ogni 100 disoccupati in meno si contano mediamente 24 posti vacanti in più.

La disoccupazione di lunga durata

Una delle motivazioni che hanno portato la curva Di Beveridge italiana a peggiorare nel periodo 2005-2009 e 2015-2019, evidenzia Randstad Research, è la disoccupazione di lunga durata, che causa una de-professionalizzazione dei profili. Seppure allineata alla media Ocse nella classifica di disoccupazione tra 6 mesi e un anno (15% nel 2020), l’Italia è al primo posto per disoccupati da più di 6 mesi, quasi il 70% del totale delle persone senza lavoro, più del doppio della media (33%). Alla fine del 2021, il 49% dei disoccupati italiani non lavorava da meno di un anno, il restante 51% da più di 12 mesi. Il 20,4% dei disoccupati lo è da più di 3 anni.
Ma sono forti le differenze regionali: i disoccupati oltre i 30 mesi sono concentrati in alcune regioni del Sud. Un modello econometrico elaborato da Randstad Research per analizzare la capacità di assorbire gli shock della disoccupazione e il rapporto tra posti vacanti e disoccupazione regione per regione evidenzia il divario tra Mezzogiorno e le altre regioni. Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia mostrano la maggiore efficienza nel rapporto domanda-offerta di lavoro, considerato la media del tasso di disoccupazione e del tasso dei posti vacanti nel periodo 2015-2019 (è più efficiente il mercato del lavoro che riesce a combinare un livello più basso di disoccupazione con un livello contenuto di posti vacanti).
È in grave ritardo, invece, il Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in coda alla classifica del rapporto disoccupazione/posti vacanti. Più nel dettaglio, la classifica di efficienza dei mercati del lavoro regionali evidenzia un gruppo di testa, composto da Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Toscana, un gruppo intermedio con Piemonte, Marche, Liguria, Umbria, Lazio e Abruzzo, e poi le regioni più in difficoltà, Basilicata, Molise, Sardegna, Puglia, Campania, Sicilia e Calabria.

Cosa accade nei vari settori

Ci sono anche profonde differenze tra i settori. Confrontando il rapporto tra posti vacanti e disoccupazione, si evidenziano in particolare due casi, quello dell’informatica, dove troviamo scarsissima disoccupazione ma grande difficoltà di reperimento, e quello della ristorazione, dove insieme a una difficoltà di reperimento si associata elevata disoccupazione. Anche i settori possono dividersi in 3 gruppi sulla base dell’efficienza del relativo mercato, in base al rapporto tra tasso di disoccupazione e posti vacanti.
I più efficienti sono cave e miniere, fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata, attività finanziarie, acqua e rifiuti, servizi di informazione e comunicazione, attività artistiche, sportive di intrattenimento e divertimento.
Poi vengono gli altri servizi, trasporto, attività professionali scientifiche e tecniche, sanità e assistenza sociale, noleggio agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese.
I comparti meno efficienti sono industrie manifatturiere costruzioni, attività dei servizi di alloggio e ristorazione, commercio all’ingrosso e al dettaglio, riparazione di autoveicoli e motocicli.

Commercio digitale: in Italia è stabile e superiore alla media globale

Negli ultimi tre mesi del 2022 il commercio digitale globale è diminuito del 2% rispetto allo stesso periodo del 2021. L’Italia si dimostra invece più propensa allo shopping online, e l’andamento complessivo del commercio digitale rimane invariato, a dispetto, ad esempio, dei Paesi nordici (-21%), il Regno Unito (-13%), la Germania (-10%), o l’Olanda (-6%). È quanto emerge dai dati relativi al terzo trimestre 2022 dello Shopping Index, il report trimestrale di Salesforce che descrive l’andamento dello shopping online attraverso i dati relativi alle transazioni di oltre un miliardo di consumatori in tutto il mondo.

I dati italiani ed europei

L’Italia ha registrato una crescita complessiva del traffico del 7%, +4% rispetto al traffico globale (3%), ma è tra i paesi con i tassi di conversione, ovvero il rapporto tra traffico online e ordini, più bassi al mondo (1,1%). Nel nostro paese il traffico e-commerce generato dai social media è pari al 10%, superando la media globale (8%), ma se a livello globale il traffico social generato da tablet ha registrato la crescita maggiore (+16%), in Italia il device che genera più traffico è lo smartphone (13%), +1% rispetto al terzo trimestre 2021. In Europa il calo è stato un po’ più marcato rispetto alla media globale, probabilmente a causa dell’impatto della guerra in Ucraina. Le vendite online in Europa nel terzo trimestre 2022 sono diminuite del 9% su base annua, con un calo del volume degli ordini del 3%. Tuttavia, i consumatori hanno speso di più nel settore fashion, in particolare per calzature (+18%) e pelletteria (+17%), mentre si evidenzia un calo significativo delle categorie toys&learnings (-22%) e casa (-19%).

I dati globali

A livello globale il numero di consumatori digitali (-4%) e il volume degli ordini (-5%) sono diminuiti rispetto all’anno precedente, mentre il traffico online è aumentato del 3% su base annua. Il traffico da dispositivi mobili è cresciuto del 6% su base annua, mentre il traffico generato da PC è diminuito del 2%. Gli ordini globali sono diminuiti del 4% su base annua, una riduzione più contenuta rispetto al calo dell’8% registrato nel secondo trimestre. Aumentano però dell’1% gli ordini generati da PC, un dato positivo rispetto al -4% registrato nel secondo trimestre, riferisce Adnkronos.

Una rotta costante sulla via del commercio digitale

“A oggi il commercio elettronico si sta pian piano riequilibrando dopo l’impennata sostenuta durante la pandemia, ma ciò non toglie che viviamo in un mondo sempre più digitale, dove le aziende devono adattarsi in continuazione alle mutevoli condizioni del mercato in modo da soddisfare al meglio le richieste dei consumatori – commenta Maurizio Capobianco, Area VP Cloud Sales di Salesforce -. L’Italia, che in questo terzo trimestre 2022 ha mantenuto costante la propria rotta sulla via del commercio digitale, al momento si sta dimostrando più che all’altezza di tali aspettative superando la media globale, non solo nel commercio digitale, ma anche nel traffico e-commerce generato dai social media”.

Lotta al cambiamento climatico: le azioni sostenute dagli italiani

In occasione della COP27 sotto la presidenza dell’Egitto Ipsos ha condotto un sondaggio d’opinione per indagare le opinioni dei cittadini di 34 Paesi sulle politiche piper atte ad affrontare la minaccia del cambiamento climatico. I risultati evidenziano che l’opinione pubblica si dichiara maggiormente favorevole a sostenere azioni quali sussidi governativi per le tecnologie ambientali, modifica dei prezzi e incentivi per i prodotti ecologici. Al contrario, le politiche riguardanti un aumento delle tasse sugli spostamenti più dannosi per l’ambiente, sui prodotti alimentari e sulle fonti non rinnovabili ricevono poco sostegno da parte degli intervistati.

Dalle sovvenzioni governative alla modifica dei prezzi dei prodotti

Tra le azioni e le politiche maggiormente sostenute dagli italiani per affrontare il cambiamento climatico il 68% si dichiara favorevole alle sovvenzioni governative per rendere maggiormente economiche le tecnologie ecologiche rispettose dell’ambiente, come, ad esempio, pannelli solari, veicoli elettrici. Il 61% si mostra favorevole a un’eventuale modifica dei prezzi dei prodotti, al fine di rendere più economici e accessibili quelli ecologici, e più costosi quelli dannosi per l’ambiente. E se il 57% si dichiara favorevole agli incentivi per gli investimenti in prodotti e servizi ecologici la medesima percentuale è propensa a concedere più spazio stradale a pedoni e ciclisti a scapito degli automobilisti.

Divieto di accesso ai veicoli inquinanti e più tasse sulle fonti non rinnovabili 

Quali sono, invece, le azioni per combattere il cambiamento climatico sostenute in misura minore dagli italiani? Il 46% degli intervistati italiani si dichiara favorevole a sostenere il divieto di accesso ai veicoli a benzina/gas/diesel nelle aree centrali delle città e dei paesi per creare zone libere da veicoli, e il 43% è favorevole all’aumento delle tasse sui viaggi e spostamenti più dannosi per l’ambiente. L’obbligo per tutti i punti ristoro di offrire opzioni vegane è sostenuto dal 39%, e l’aumento delle tasse sui prodotti alimentari, come carne rossa e prodotti lattiero-caseari, dal 33%, mentre l’aumento delle tasse sulle fonti non rinnovabili, come ad esempio gas o petrolio, dal 26%. 

Informare ed educare i cittadini: di chi è la responsabilità?

Secondo gli intervistati, la responsabilità di informare ed educare il pubblico sulle azioni che dovrebbero essere intraprese in Italia per combattere il cambiamento climatico spetta, principalmente, ai dipartimenti governativi e ministri/funzionari eletti (46%), seguiti dagli enti locali (42%), i media (41%) e gli scienziati (37%). Il 29% degli italiani sostiene che sia compito della scuola, il 16% delle aziende, il 12% degli attivisti ambientali, e soltanto il 9% dei datori di lavoro. 

Social network: come usarli a vantaggio della comunicazione aziendale?

La potenzialità divulgativa dei social network li ha resi un luogo privilegiato per l’informazione: anche grazie a loro, la comunicazione e la propagazione delle notizie è diventata istantanea. Ma se questa connessione perenne sul mondo comporta grandi benefici, la libertà di accesso e gestione dell’informazione genera anche grossi rischi. Un esempio è il fenomeno delle fake news. Per questo motivo è essenziale controllare le fonti e affidarsi solo a quelle attendibili. A oggi, i principali social per il B2B sono Meta (Facebook e Instagram), TikTok, Pinterest, Twitter e LinkedIn. Secondo una ricerca di Dataportal, ripresa da un’analisi Cerved, la media mondiale di permanenza quotidiana su tali piattaforme per singolo utente è di 2,27 ore. È intuibile quanto sia importante per un’azienda il giusto presidio di questi luoghi digitali.

Sfruttare i canali Corporate con la giusta strategia commerciale

Essere presenti sui principali canali di comunicazione social non è più solo consigliato, è divenuto un imperativo. Non esserci, vuol dire non esistere, o quasi. Allo stesso modo, è categorico avere una strategia ben precisa, perché avere canali Corporate non basta. Gli utenti infatti sono sempre più smaliziati, e utilizzano questi mezzi per ottenere informazioni sensibili anche ai fini dell’acquisto. Da qui nasce la necessità di coinvolgere nella comunicazione ai propri prospect, partner autorevoli. Essere citati dagli attori che hanno community verticali, e sono riconosciuti come affidabili, è il punto di partenza per far parlare di sé nel modo corretto.

Viralità e storytelling

La viralità di un contenuto spesso è un processo incontrollabile che dipende da numerosi fattori. Però, con i giusti accorgimenti, è possibile produrre contenuti che hanno buone probabilità di generare passaparola. La prima domanda da porsi per raggiungere quest’obiettivo è: chi posta questo contenuto? Se a farlo è una pagina o un personaggio noto, con una community ampia e attiva, il nostro contenuto avrà molte più chance di diventare virale. Far parlare di sé in modo naturale, sfruttando informazioni dal taglio informativo ed editoriale legate all’azienda, è uno strumento eccellente per acquisire visibilità, autorevolezza e passaparola online. La seconda considerazione da fare è relativa al contenuto in sé: è interessante? Cattura l’attenzione di un utente? Ha probabilità di essere condiviso? Se le risposte sono affermative, siamo sulla strada corretta.

Non sottovalutare il target

Il terzo elemento da non sottovalutare è il pubblico. Un target generalista, per quanto ampio, sarà potenzialmente meno reattivo di un piccolo pubblico mirato. I social network conservano un numero di informazioni molto ampio su ciascun utente: luogo di nascita, luogo di residenza, sesso, età, interessi, posizione lavorativa e tanto altro. Sarebbe da ingenui pensare che chi utilizza questi strumenti a scopi professionali non utilizzi questi dati per indirizzare meglio le proprie comunicazioni. Alla luce di quanto detto, va da sé che avvalersi dell’ausilio di partner specializzati aiuti nell’individuazione della strada corretta da intraprendere.

Lavoro ad alta quota e infortuni

Lavorare ad alta quota significa automaticamente essere esposti ad una serie di pericoli, i quali possono anche avere conseguenze serie per la salute.

Chi lavora ad una certa altezza infatti, sa che una eventuale caduta dall’alto verso il basso potrebbe avere delle ripercussioni non di lieve conto sulla propria salute, e questa è una eventualità da scongiurare.

Spesso purtroppo è proprio l’abitudine a lavorare ad alta quota che comporta nei lavoratori un certo rilassamento, il quale fa abbassare inconsciamente il livello di guardia ed espone così maggiormente a rischio i lavoratori.

Proprio per evitare situazioni di questo tipo, il Decreto Legislativo 81/08 ha dettato quelle che sono le linee guida da rispettare per far sì che i lavoratori possano dedicarsi alle proprie mansioni senza dover temere nulla, anche se lavorano ad una altezza da suolo non indifferente.

L’attrezzatura di sicurezza

In particolar modo la normativa vigente individua in 2 metri di altezza la soglia massima oltre la quale è necessario predisporre tutta una serie di accortezze per poter lavorare in sicurezza.

Esiste infatti della apposita attrezzatura di sicurezza che può aiutare qualsiasi lavoratore nel momento in cui si presenta una caduta.

Le classiche imbracature ad esempio, arrestano immediatamente l’eventuale caduta verso il basso impedendo così che possa esservi un contatto con il suolo.

Solitamente tali imbracature sono collegate ad una linea vita da tetto o altro punto fisso mediante delle apposite funi.

Esistono inoltre determinati sistemi di frizione che hanno l’importante compito di ripartire l’impatto dovuto alla frenata, e dunque distribuire le forze in maniera tale che queste non scarichino interamente sul corpo del lavoratore ma che al contrario vengano distribuite.

Un trend finalmente in calo

Quello degli infortuni sul lavoro dovuti a cadute dall’alto è un trend fortunatamente in diminuzione.

Rispetto a 20 anni fa infatti, il numero degli incidenti è diminuito praticamente del 70%. Ciò significa che la strada intrapresa è quella giusta e che la direzione da seguire è proprio quella che porta a tutta una serie di dispositivi di protezione individuale e collettiva che possono fare la differenza al momento del bisogno.

Paradossalmente, sebbene quello del lavoro ad alta quota sia uno dei lavori più pericolosi che possano esserci in un cantiere, grazie a soluzioni di questo tipo è diventato in realtà tra i più sicuri.

Basta infatti visionare le statistiche per rendersi conto che il numero di incidenti avvenuti in concomitanza di lavori ad alta quota è diminuito drasticamente nel corso degli ultimi anni, al punto tale che lavorare ad una certa altezza dal suolo sia diventato più sicuro rispetto altre tipologie di lavori.

L’importanza di ascoltare i lavoratori

Una delle cose che i datori di lavoro ed i responsabili della sicurezza in cantiere devono sempre tenere in considerazione è l’opinione dei lavoratori.

Sono loro infatti a dover indossare tali dispositivi di protezione e dunque essi sanno meglio di chiunque altro quali di questi siano più o meno comodi da indossare o quali dispositivi vadano a limitare la libertà di movimento.

Bisogna infatti tutelare i lavoratori dal punto di vista della sicurezza, non facendo però in modo che il loro lavoro debba diventare più difficile o scomodo.

Diventa per questo importante individuare quei dispositivi che consentono di ottenere il giusto livello di sicurezza e un livello di comfort ottimale.

Questo è il risultato al quale bisogna ambire, così da riuscire ad avere sempre le migliori performance possibili da parte dei lavoratori, con la certezza che la loro incolumità sia sempre salvaguardata e dunque non ci sia alcun tipo di pericolo durante lo svolgimento delle proprie mansioni quotidiane in cantiere.

Crisi energetica: quali rischi per la crescita delle imprese lombarde?

Lo confermano le imprese lombarde, che già nel secondo trimestre dell’anno segnalano rincari compresi tra il 40% e il 50% per gas ed elettricità nella maggior parte dei settori. Dalle imprese lombarde arrivano quindi segnali di preoccupazione per la tenuta della fase di crescita innescata nel 2022. Questo, nonostante il secondo trimestre dell’anno abbia ancora registrato andamenti positivi. A intercettare la preoccupazione delle imprese è il focus di approfondimento di Unioncamere Lombardia su approvvigionamento energetico e accesso al credito per i principali settori economici lombardi.
La tensione sui rifornimenti energetici già preannunciata a fine 2021 è stata infatti esacerbata dalle conseguenze del conflitto in Ucraina, con forti rincari per tutti i prodotti, soprattutto il gas.

L’industria manifatturiera è la più penalizzata

La situazione è più grave nell’industria manifatturiera, dove il costo del gas è sostanzialmente raddoppiato (+98,9%), mentre quello dell’elettricità cresce del +73,5%. Il comparto industriale è infatti penalizzato da settori fortemente energivori, per i quali i rincari hanno assunto dimensioni eccezionali. La siderurgia registra a luglio variazioni di costo pari al +143% per il gas e +107% per l’elettricità, ma anche il tessile (+157% e +90%) e gli alimentari (+142% e +85%) mostrano incrementi molto rilevanti. Nel terziario si evidenziano in generale rincari inferiori, ma sempre ben al di sopra dell’inflazione, a eccezione di alberghi e ristoranti, dove i prezzi di gas ed elettricità sono aumentati del +76% sua base annua.

Autonomia energetica: non tutti i settori sono maturi

Per quanto riguarda l’autosufficienza, l’industria si rivela il settore più maturo nel percorso verso l’autonomia energetica. Un terzo delle imprese industriali (34%) è in grado di produrre almeno in parte l’energia di cui deve approvvigionarsi per le proprie attività, mentre negli altri settori la presenza di impianti è nettamente inferiore (21% per il commercio al dettaglio, 14% per l’artigianato, 12% per i servizi). L’impennata dei costi energetici si innesta su una situazione economica resa ulteriormente critica dall’aumento dei tassi di interesse, innescato dalle politiche restrittive messe in atto dalle banche centrali per contrastare l’inflazione.

Accesso al credito: peggiorano le condizioni applicate 

Dal lato dell’accesso al credito, le imprese segnalano in particolare una crescita delle spese connesse alla richiesta di prestiti. In tutti i settori circa il 50% del campione registra un peggioramento per le condizioni applicate, tassi sui prestiti e costi complessivi del finanziamento. Occorre ricordare però come negli ultimi anni le imprese lombarde abbiano intrapreso un percorso di consolidamento dal punto di vista finanziario, che consente agli imprenditori di mantenere ancora una fiducia elevata nella propria capacità di far fronte al debito. La percentuale di intervistati che esprime preoccupazione su questo aspetto rimane minoritaria, con l’artigianato che registra i valori più critici (livello di preoccupazione pari a 33%), seguito dai servizi (25%) e dal commercio al dettaglio (25%), mentre le imprese industriali si confermano più solide (21%).

Transizione ecologica: un impatto sul 72% delle aziende

Lo studio del REPAiR Lab (Responsible, Patience and Reliable Finance Lab),  il laboratorio di SDA Bocconi e CRIF sulla finanza responsabile e sostenibile, evidenzia che oltre il 72% delle aziende avrà un impatto nella catena industriale dovuto al percorso di transizione ecologica.
L’emergenza climatica è infatti sotto gli occhi di tutti, e in questo contesto un ruolo centrale nel contenimento delle emissioni è svolto anche dalle imprese, che si trovano a dover fronteggiare un rischio di transizione ecologica che può consistere in perdite di operatività, soprattutto per le aziende attive nei settori chimico e del cemento. Lo studio individua quindi i passaggi chiave che le imprese devono seguire per governare al meglio il processo di decarbonizzazione e minimizzare i rischi della transizione verde.

I settori ‘energivori’ e il rischio nel lungo periodo

Per stimare gli impatti della transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio sono state analizzate oltre 5 milioni di imprese italiane sulla base dell’indicatore di rischio di transizione ecologica sviluppato da CRIF. A livello di dimensioni, le aziende che subiranno un impatto maggiore sono tendenzialmente più grandi della media. Inoltre, focalizzando l’analisi sul consumo energetico, emerge una relazione tra i settori ‘energivori’, con maggior consumo di gas metano, e il rischio di transizione nel lungo periodo.

Maggiore efficienza energetica e situazione finanziaria

“Le Pmi e le aziende corporate che investono in maniera strategica nella sostenibilità possono ridurre i loro consumi del 10-30% all’anno, senza diminuire il livello di servizio e la qualità delle operazioni aziendali. Con una maggiore efficienza dal punto di vista energetico le imprese possono migliorare la propria situazione finanziaria ma anche ridurre le emissioni di gas serra – spiega Marco Macellari, Director, Head of Risk Management, Management Consulting di CRIF -. È fondamentale, inoltre, che le iniziative di transizione ecologica si estendano dalla singola impresa all’intera supply chain. Basti pensare che fino al 90% dell’impatto ambientale di un’impresa è determinato proprio dai processi produttivi”, 

Strategia, gestione dei rischi, accesso ai capitali e metriche di misurazione

Il lavoro delle imprese deve concentrarsi in maniera integrata su quattro aspetti: strategia, gestione dei rischi, accesso ai capitali e metriche di misurazione. Per quanto riguarda la strategia, è prioritario che le imprese integrino gli obiettivi di decarbonizzazione e sostenibilità con modalità coerenti col piano industriale. È poi fondamentale che gli aspetti legati al cambiamento climatico siano integrati nelle strategie di risk management: le aziende più virtuose dal punto della sostenibilità diventeranno più attrattive e resilienti agli occhi di mercati e investitori. Ma per gestire la transizione, “serviranno ingenti fonti di capitali, anche sotto forma di obbligazioni o equity, che possano supportare le imprese nella gestione dei rischi ambientali”, sottolineano i ricercatori del REPAiR Lab. Quanto alle metriche, sarà prioritario che le imprese si uniformino agli standard europei e internazionali di misurazione, affinché la valutazione delle proprie attività e la loro comunicazione sia più omogenea e aperta possibile.