L’Italia, quando si parla di riciclo, continua a giocare nella serie A europea. I numeri sono lusinghieri, e non da oggi. Eppure, dietro questa facciata brillante, si nascondono crepe profonde che riguardano proprio le filiere più importanti per quantità e potenziale economico.
È quanto emerge dal nuovo Rapporto “L’Italia che Ricicla”, presentato a Roma da UNICIRCULAR, la sezione di ASSOAMBIENTE dedicata al riciclo e all’economia circolare.
I numeri: tanta raccolta, ma il cerchio non si chiude completamente
Nel nostro Paese si producono 193,8 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. La fetta più grande è rappresentata dai rifiuti speciali, 164,5 milioni di tonnellate, soprattutto da costruzioni, demolizioni e attività manifatturiere. I rifiuti urbani ammontano invece a 29,3 milioni di tonnellate, con l’organico che resta la parte dominante.
La raccolta differenziata continua a salire e tocca il 66,6 per cento. Più della metà dei rifiuti urbani finisce avviata a riciclo, mentre i rifiuti speciali raggiungono addirittura il 73 per cento. Risultati che molti Paesi europei ci invidiano.
Le filiere in affanno: plastica, tessile, edilizia e RAEE
Nonostante i traguardi, il sistema resta privo di una vera strategia industriale che trasformi il riciclo in un vantaggio competitivo. Le difficoltà maggiori emergono da settori strategici come la plastica, dove i materiali vergini a basso costo soffocano il mercato dei riciclati; o come il tessile e i RAEE, penalizzati da una raccolta ancora troppo bassa per recuperare materie preziose.
Nel mondo dell’edilizia, pur con tassi di recupero molto alti, gli aggregati riciclati faticano a trovare sbocchi. Mancano domanda stabile, norme uniformi e una visione che trasformi i materiali recuperati da pesi da gestire a risorse da valorizzare.
Anche le filiere più mature, come carta e vetro, pagano il conto dell’energia e dei costi di emissione, che riducono ulteriormente la competitività.
Un settore frammentato
Il rapporto ricorda come la gran parte delle imprese del settore sia composta da micro e piccole realtà, spesso schiacciate da costi elevati, margini ridotti e incertezze normative. Secondo UNICIRCULAR, una maggiore integrazione tra imprese e una reale collaborazione industriale potrebbero fare la differenza.
Paolo Barberi avverte che senza un quadro normativo stabile e una domanda interna capace di assorbire i materiali riciclati, l’economia circolare rischia di restare solo uno slogan. Chicco Testa insiste su un punto: il riciclo non è più solo un gesto virtuoso, è un pezzo strategico della politica industriale nazionale.
