A distanza di quasi 30 anni dal primo caso di phishing le truffe informatiche si sono evolute grazie allo sviluppo della tecnologia. Cyber Guru, piattaforma di Security Awareness Training, fa il punto sulle truffe più diffuse in Italia. A cominciare proprio dal phishing, che secondo il Data Breach Investigations Report 2023 di Verizon, è il fattore preponderante nel 74% dei casi di breach.
Il primo caso risale al 1996, quando alcune persone, non volendo pagare per la navigazione Internet (fornita da America on Line, primo Isp USA), cambiarono la propria intestazione mail spacciandosi per amministratori della società. Centinaia furono le vittime della campagna, mirata a ottenere nome utente e password per poter accedere gratuitamente a internet.
Indurre a cliccare su link malevoli
All’inizio degli anni 2000 i criminali iniziarono a studiare come sottrarre piccole somme di denaro, sia sfruttando i cosiddetti bias cognitivi sia la tendenza a condividere spontaneamente contenuti e link.
Con la digitalizzazione dei servizi hanno preso piede le trappole basate su false promozioni o sconti tramite mail e SMS, e in tempi più recenti, su pretestuosi blocchi di spedizioni o account bancari.
L’obiettivo è sempre lo stesso: indurre gli utenti a cliccare su link malevoli o fornire dati e informazioni riservate.
Anche lo sviluppo dei social ha intensificato i metodi per raggirare le persone, dai love scam, in cui la vittima è indotta a credere di avere una relazione romantica con qualcuno che chiede denaro perché difficoltà, alla ‘truffa del militare’, ‘dell’astronauta’, fino agli annunci in DM di give-away o ambassadorship, che offrono piccoli compensi e visibilità in cambio del pagamento di un articolo da provare o della spedizione per riceverlo.
Le aziende come obiettivi delle truffe
Molte pratiche fraudolente sono ormai note, ma riescono a mietere ancora molte vittime. A ciò si aggiungono l’affinamento delle capacità e la creatività dei criminali e l’evoluzione dell’AI.
Si è infatti creato un vero e proprio mercato sommerso, con organizzazioni che progettano attacchi di ampia portata ai danni di individui e aziende.
Hacker e cybercriminali fanno spesso ricorso all’ingegneria sociale per carpire informazioni personali e dati confidenziali.
Attualmente è molto diffusa la ‘ruffa del CEO’: i criminali impersonano figure apicali per richiedere ai colleghi preposti di effettuare urgentemente operazioni finanziarie improrogabili. Magari utilizzando l’AI per generare immagini e video-call estremamente credibili.
Deepfake: l’ultima frontiera dell’inganno
Molto utilizzati sono i programmi di AI che riutilizzano tracce sonore di video caricati sui social per l’elaborazione di ‘messaggi vocali in grado di ingannare perfino un genitore: basta una finta chiamata in cui si chiede il versamento di denaro spacciandosi per un parente in difficoltà economiche.
Sempre sui social, si sta assistendo anche alla diffusione di video di personaggi noti del mondo dell’industria, della politica e dello spettacolo che promuovono servizi di investimento finanziario profittevoli.
Niente di più falso, ma verosimile, grazie ai deepfake generati dall’AI di testimonial famosi e inconsapevoli usati per rubare ai piccoli investitori.
