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Spiaggia libera, ma con prenotazione: il 50% degli italiani dice sì

Tutti al mare, come intona una vecchia canzone. Però quest’estate ce la dovremo vedere ancora con le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria. E l’accesso alle spiagge dovrà essere necessariamente controllato, così da evitare affollamenti e situazioni potenzialmente pericolose. Rispettare le regole è quindi una priorità, anche in vacanza, e gli italiani ne sono consapevoli. Tanto che, come rivela l’indagine condotta per Facile.it da mUp research e Norstat, più di 1 italiano su 2 (il 51,3% pari a 22,5 milioni di individui) è d’accordo con l’introduzione di sistemi di prenotazione per accedere alle spiagge libere.

Piace ai più giovani e ai più grandi

La proposta di introdurre sistemi per prenotare un posto su una spiaggia libera piace soprattutto ai due estremi anagrafici del campione, i più giovani e i più grandi. I più giovani probabilmente perché non sono intimoriti dalle soluzioni digitali (tra i rispondenti con età compresa tra i 18 e i 24 anni i favorevoli salgono al 55,1% e al 57% tra chi ha 25-34 anni di età), gli over 65 forse perché sono più attenti alla propria salute e temono i rischi di contagio (i favorevoli in questa fascia di età sono il 58%). A livello territoriale, invece, vedono con maggiore positività un sistema di prenotazione i residenti delle regioni del Nord Ovest e del Nord Est (con percentuali prossime al 54%). Dall’altra parte, ci sono quelli poco favorevoli a simili misure: a fronte di un valore nazionale pari al 31%, la percentuale dei contrari alla prenotazione per la spiaggia sale al 41% tra gli individui con età compresa tra i 55 e i 64 anni. Sotto il profilo geografico, chi dice “no” sono in prevalenza i residenti nelle regioni del Centro, del Sud Italia e nelle Isole, forse abituati a godere delle loro spiagge in libertà.

Distanziamento sociale in spiaggia
Il distanziamento sociale in spiaggia è, e lo sarà sempre più con l’avvicinarsi dell’estate, un elemento particolarmente critico; ma se all’interno degli stabilimenti balneari privati saranno i gestori a garantire il rispetto delle regole, nelle spiagge libere, in assenza di norme precise come ad esempio l’accesso tramite prenotazione, molto dipenderà dal buon senso dei cittadini. E molti italiani intervistati nel sondaggio hanno dichiarato, con onestà, di non sapere se riusciranno a rispettare il distanziamento sociale in spiaggia. Ma c’è anche chi ha ammesso di essere sicuro di non riuscire a mantenere le distanze. Si prevede un’estate decisamente “calda”.

Gli italiani e le cooperative sostengono i prodotti Made in Italy

Sostenere il Made in Italy è importante, soprattutto in questo periodo di emergenza. La fase di grande difficoltà che stiamo vivendo spinge infatti gli italiani ad acquistare prodotti nostrani. Il che si traduce in un sostegno univoco da parte dell’opinione pubblica verso le filiere del Made in Italy.

“In questa fase di emergenza drammatica è evidente che i cittadini, sia consumatori sia lavoratori, percepiscono il rischio di un arretramento del Paese – commenta il presidente di Legacoop, Mauro Lusetti -. Le nostre sensazioni al riguardo erano corrette, e anche per andare incontro a questo sentiment stiamo predisponendo proposte concrete a sostegno delle produzioni e delle filiere nazionali”.

In prima linea nell’affrontare l’emergenza

Di fatto, l’importanza dell’acquisto di soli prodotti Made in Italy è stata espressa dall’82% degli italiani, con la percentuale più alta (86%) registrata nel ceto medio, seguito a ruota dal ceto medio-basso (82%), e a maggiore distanza, dal ceto popolare (72%). I dati emergono dalle risposte a un sondaggio condotto nell’ambito dell’Osservatorio Coronavirus, nato dalla collaborazione tra Swg e Area Studi Legacoop per testare opinioni e percezioni della popolazione di fronte ai problemi determinati dall’emergenza in corso. Per quanto riguarda i settori in cui le cooperative sono maggiormente impegnate in prima linea nell’affrontare l’emergenza, le risposte collocano al primo posto (35%) le cooperative operanti nel settore dell’assistenza sociale e sanitaria, seguite dalle cooperative agroalimentari (30%), quelle di pulizia ed ecologia (27%) e quelle della grande distribuzione (23%), riporta Agi.

Ricorrere al workers buyout nel caso chiuda l’azienda per cui si lavora

“Le nostre cooperative sono profondamente radicate nei territori e nelle comunità – aggiunge Mauro Lusetti – anche per questo, laddove possibile e permesso dai provvedimenti del Governo, nelle scorse settimane le cooperative hanno sempre continuato a lavorare per la salute delle persone e per garantire prodotti e servizi necessari alle comunità”. 

Di fronte all’eventualità di chiusura dell’azienda nella quale lavorano gli intervistati, il sondaggio ha inoltre indagato l’eventuale interesse a farla rinascere costituendo una cooperativa con i colleghi di lavoro, ovvero ricorrendo alla modalità del workers buyout. In questo caso, le risposte delineano una netta divisione delle opinioni tra chi si dice molto o abbastanza interessato (36%), e chi invece (30%) dichiara di essere poco o per niente interessato.

La cooperazione è una risposta in termini di politiche industriali

Le percentuali più alte tra chi è interessato al workers buyout si registrano al Sud (44%) e al Nordest (41%), mentre è il Centro (37%) a guidare la classifica dei non interessati. “Misuriamo ogni giorno che l’impatto di questa crisi sul sistema imprenditoriale sarà rilevante – sottolinea Lusetti – ogni impresa spazzata via disperderà competenze, lavoro, valore imprenditoriale. La cooperazione potrà essere anche in questo senso una delle possibili risposte in termini di politiche industriali. Le nostre proposte sono sul tavolo e saranno avanzate in ogni occasione ci sia possibile farlo”. 

A casa, ma con quello che mi piace: volano acquisti on line di attrezzi per fitness e macchine del caffè

Costretti a casa sì, ma senza privarsi di proprio tutte le proprie passioni. Così gli italiani corrono ai ripari e fanno entrare tra le mura domestiche diversi prodotti utili a mantenere almeno un po’ di normalità. E, ovviamente, visto che è obbligatorio restare al proprio domicilio l’ecommerce ha un ruolo fondamentale in questo preciso momento storico, per alleviare la “reclusione” forzata. In questo contesto, eBay ha voluto approfondire come gli italiani si stiano attrezzando per trascorrere il tempo nelle proprie case, proprio a partire dalle scelte d’acquisto online, riuscendo a soddisfare le esigenze prioritarie senza dover uscire e tutelando così la propria e l’altrui salute. Ecco la classifica delle tipologie di acquisti fatti dai nostri connazionali nelle ultime settimane.

Prendersi cura di se stessi

Gli italiani amano prendersi cura della propria immagine, sebbene centri di estetica e parrucchieri siano chiusi. La riprova?  Gli acquisti di prodotti di Bellezza e Salute registrano un aumento esponenziale (+62%), con incrementi fra il 20% e il 30% per Cura dei capelli (+20%), Cura del corpo (+25%), Depilazione e rasatura (+30%) e Manicure e pedicure (+31%).

In forma anche in salotto

Ma non c’è solo la bellezza, c’è anche la forma. L’aumento dell’acquisto di articoli quali integratori alimentari (+59%) e rimedi naturali e alternativi (+23%), in concomitanza all’aumento della richiesta di attrezzi per Palestra fitness corsa yoga (+15%), confermano volontà di perseguire la cura del benessere psicofisico. Anche perché è impossibile condurre una normale attività fisica in palestra o all’aperto.

Il bar in cucina

Vivere maggiormente la casa, ci spinge a prendercene maggior cura. Le persone sembrano avere incominciato anzitempo le pulizie di primavera, infatti gli acquisti in generale per la casa sono aumentati del 15%, con particolare interesse per la categoria dedicata alla Pulizia e bucato (+14%). Fra gli elettrodomestici invece (cresciuti in generale del 14%) spopolano le Macchine da caffè (+39%), segno di quanto non poter più far conto sul caffè al solito bar o in ufficio, abbia spinto molti ad attrezzarsi fra le mura domestiche.

Fare bello il balcone o il terrazzo

Dedicarsi al giardinaggio è un’occupazione utile per passare del tempo in serenità e per allontanare lo stress. Per tutti coloro che hanno a disposizione un giardino, un terrazzo o anche solo un angolo verde in casa, gli articoli da giardinaggio in generale sono cresciuti del +16%. In particolare, aumentano gli acquisti di prodotti per proteggere le piantine già esistenti: fitosanitari e pesticidi registrano un +81%.

Pmi italiane, le più tartassate d’Europa per le bollette

Le piccole e le medie imprese italiane sono le più tartassate d’Europa, almeno per quanto concerne i conti da pagare in fatto di energia. Proprio così: per le nostre Pmi le bollette di luce e gas sono le più pesanti del Vecchio Continente. Lo rivela la Cgia, che ha recentemente diffuso i dati relativi ai consumi energetici, anche in ambito domestico.

Quanto spende una famiglia italiana?

Per quanto riguarda il prezzo dell’energia elettrica per una famiglia con un consumo domestico medio annuo compreso tra 2.500 e 5.000 KWH, ad esempio, il nostro Paese si colloca al quinto posto con un rincaro rispetto al dato medio dei Paesi dell’area euro pari all’1,4%. Non va purtroppo meglio per il gas: il costo medio che viene caricato sulle spalle di una famiglia italiana con un consumo domestico compreso tra 20 e 200 GJ (Giga Joule – unità di misura dell’energia) è il secondo tra i 19 Paesi che utilizzano la moneta unica. Questo dato significa che, nella media di tutti i Paesi dell’area euro, noi italiani dobbiamo sborsare un consistente 8,2% in più. Ma per le imprese, specie quelle medio-piccole, la situazione è decisamente più complicata e, soprattutto, costosa.

I conti in tasca alle piccole e medie imprese

L’analisi della Cgia mette in luce che le bollette che le imprese italiane devono accollarsi sono in assoluto le più care. Rispetto alla media dei 19 Paesi che utilizzano la moneta unica, il costo medio dell’energia elettrica praticata alle attività produttive di casa nostra è superiore del 29,6%. Per quanto concerne il gas, le nostre Pmi, invece, lo pagano il 18,5% in più rispetto la media dei Paesi analizzati.

Nel nostro Paese però ci sono stati dei cali

Anche se il gas rappresenta una voce di spesa importante rispetto agli altri Paesi Ue, nel corso del 2019 ci sono stati dei cali nelle tariffe. In base ai dati diffusi dalla Cgia, le tariffe in Italia hanno infatti continuato ad aumentare e le uniche in controtendenza sono state il gas (-0,9%) e i servizi telefonici (-6,1%). Queste voci, assieme alle corse dei taxi (+0,5%) e ai pedaggi sono le sole tariffe ad essere rimaste al di sotto dell’inflazione che, l’anno scorso, è salita dello 0,6%. Tra le voci che hanno messo a segno i rincari più significativi ci sono invece i trasporti urbani (+2,6%), i servizi postali (+3,4%), l’energia elettrica (+5%), i trasporti ferroviari (+7%) e la fornitura dell’acqua (+2%).

Il lavoro dei sogni per la Generazione Z? Lo stesso dei loro predecessori

Cambiare tutto per non cambiare niente: mutuata dal celebre romanzo Il Gattopardo, questa definizione potrebbe adattarsi perfettamente ai sogni – almeno quelli lavorativi – dei ragazzi della cosiddetta Generazione Z. Già, perché i nativi digitali – le persone nate in pieno boom tecnologico – aspirano alle stesse professioni di chi li ha preceduti. Gli enormi cambiamenti nel mondo del lavoro negli ultimi due decenni hanno avuto un impatto limitato sulle aspettative di carriera degli adolescenti, che sono diventate più concentrate in meno occupazioni, secondo un nuovo rapporto dell’OCSE.

Le “solite” 10 professioni

In base alle cifre emerse dall’ultimo sondaggio Pisa – i test a cui partecipano 80 paesi del mondo e che in Italia vengono somministrati agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado –  si scopre che il 47% dei ragazzi e il 53% delle ragazze intervistati in 41 paesi si aspettano di svolgere uno dei soli 10 lavori popolari entro i 30 anni. Le percentuali scaturite dall’indagine (che ha coinvolto dei quindicenni) rivelano un restringimento delle aspettative, dato che queste quote sono aumentate di otto punti percentuali per i ragazzi e di quattro punti percentuali per le ragazze rispetto all’analoga rilevazione del 2000. Il rapporto afferma che il restringimento delle scelte di lavoro è guidato dai giovani provenienti da contesti più svantaggiati e da coloro che sono risultati più deboli nei test Pisa in lettura, matematica e scienze.

Medici, insegnanti, ingegneri, poliziotti…

Nulla è cambiato nel corso dei tempi. Le “classiche” occupazioni del secolo scorso (ma anche di quello precedente) come medici, insegnanti, veterinari, dirigenti d’azienda, ingegneri e agenti di polizia, sono sempre le più desiderate e ambite dai giovani. Si tratta di professioni che, evidentemente, non hanno subito la perdita di fascino causata dal passare degli anni e hanno retto all’avvento dei social media e all’accelerazione delle tecnologie come l’intelligenza artificiale sul posto di lavoro.

I ragazzi non conoscono i “nuovi” lavori Tuttavia questa continuità con il passato, anche per ciò che concerne il lavoro desiderato, potrebbe non essere positiva. Il direttore dell’istruzione dell’OCSE Andreas Schleicher, riporta Italpress, ha dichiarato: “È preoccupante che i più giovani scelgano il lavoro da sogno da un piccolo elenco delle professioni più popolari e tradizionali, come insegnanti, avvocati o dirigenti d’azienda. I sondaggi mostrano che troppi adolescenti stanno ignorando nuovi tipi di lavori che stanno emergendo, in particolare con la della digitalizzazione”. Nei Paesi più evoluti, però, questo andamento è diverso: in Germania e Svizzera, ad esempio, meno di quattro giovani su dieci esprimono interesse per i soliti 10 posti di lavoro. In Indonesia, invece, il 52% delle ragazze e il 42% dei ragazzi sognano una delle sole tre carriere: imprenditori, insegnanti e, tra ragazze, medici o, tra ragazzi, forze armate. Gli adolescenti tedeschi mostrano una gamma molto più ampia di interessi professionali, che riflettono meglio i modelli attuali della domanda del mercato del lavoro.

Dati biometrici, il 37% dei sistemi violati

I dati biometrici vengono utilizzati sempre più frequentemente come metodo di autenticazione, in alternativa ai metodi tradizionali come quelli basati su login e password. L’autenticazione basata sulla biometria, ovvero su impronte digitali, geometria della mano, viso, voce e iride, viene utilizzata per accedere a uffici governativi e commerciali, sistemi di automazione industriale, laptop aziendali e personali, e smartphone. Anche i sistemi di autenticazione biometrica però hanno dimostrato di avere alcuni lati negativi, in particolare legati a questioni di sicurezza. E nel terzo trimestre del 2019 il 37% dei computer, tra server e workstation, utilizzati per raccogliere, elaborare e memorizzare dati biometrici ha subito almeno un tentativo di infezione da malware.

Un numero significativo di malware di tipo convenzionale

Si tratta dei risultati del report di Kaspersky ICS CERT Threats for biometric data processing and storage systems. Una ricerca condotta nei primi nove mesi del 2019 sulle minacce informatiche che hanno preso di mira i computer utilizzati per raccogliere, elaborare e memorizzare dati biometrici, su cui sono installati i prodotti Kaspersky. Nel complesso, si legge nella ricerca, sono stati bloccati un numero significativo di campioni di malware di tipo convenzionale, tra cui i moderni Trojan ad accesso remoto (5,4%), i malware utilizzati negli attacchi di phishing (5,1%), i ransomware (1,9%) e i banking Trojan (1,5%).

La minaccia arriva dal web

Dall’indagine è emerso inoltre che la principale fonte delle minacce rivolte ai sistemi di elaborazione dei dati biometrici è internet. Queste minacce sono state bloccate sul 14,4% di tutti i sistemi di elaborazione dei dati biometrici. La categoria in esame comprende le minacce bloccate su siti web malevoli e di phishing, nonché i servizi di posta elettronica basati sul web. Dopo internet un’altra fonte di minacce è riferita ai supporti rimovibili (8%), che risultano tra i più utilizzati per distribuire worm. In questo caso, dopo aver infettato un computer, i worm scaricano comunemente spyware, Trojan di accesso remoto e ransomware.

Il 6,1% degli attacchi bloccati nei client di posta elettronica

Al terzo posto con il 6,1% rientrano le minacce bloccate nei client di posta elettronica. Nella maggior parte dei casi si tratta di classiche e-mail di phishing (come messaggi falsi sulla consegna di beni e servizi, sul pagamento di fatture) che contengono link a siti web dannosi o allegati che contengono documenti aziendali con codice dannoso incorporato.

“Sebbene riteniamo che i nostri clienti siano cauti dobbiamo sottolineare che l’infezione causata dal malware che abbiamo rilevato – dichiara Kirill Kruglov, senior security expert, Kaspersky ICS CERT – potrebbe aver influito negativamente sull’integrità e la riservatezza dei sistemi di elaborazione biometrica. Questo vale in particolare per i database che contengono dati biometrici – aggiunge Kruglov – e che non sono dotati di alcun sistema di protezione”.

Il meteo cambia l’umore, anche a tavola

Arriva la stagione invernale, si abbassano le temperature, e il caldo lascia il passo al freddo e alla pioggia. E oltre all’umore cambia anche il nostro modo di stare a tavola, ovvero, l’umore gastronomico degli italiani. Per quasi 8 italiani su 10, infatti, se piove la voglia di pizza sul divano e di nullafacenza rischia di prevalere sulle tavolate con gli amici. Lo rivela una ricerca di Deliveroo, il servizio di food delivery, condotta in collaborazione con Doxa, che messo in evidenza i cambiamenti di gusti e scelte in fatto di cibo in relazione al meteo.

Il freddo è il fenomeno metereologico che incide maggiormente sulla scelta di cosa mangiare

Cosa si preferisce mangiare, e quali sono i mood e le sensazioni più ricorrenti quando al bel tempo subentrano giornate più grigie e temperature più rigide? Secondo la ricerca di Deliveroo il 77% degli italiani dichiara che la scelta del cibo è influenzata dalle condizioni del tempo, e solo il 5% afferma il contrario. Ed è decisamente il freddo il fenomeno metereologico che incide maggiormente sulla scelta di cosa mangiare: lo sostiene il 30% degli intervistati, soprattutto tra le donne (33%), mentre il caldo e la pioggia sono “fattori di cambiamento” rispettivamente per il 25% e il 24% degli intervistati. Seguono, a distanza, il sole (10%), la neve (8%), e il vento (3%).

Quando piove, spaghetti al pomodoro e frutta colorata

Ma cosa si mangia quando fuori piove? Per tenere alto l’umore nonostante il clima piovoso la maggior parte degli italiani non rinuncia a spaghetti al pomodoro, pizza e frutta colorata. Non verrebbe in mente di mangiare questi cibi solo al 12% degli intervistati.  Per lo stesso motivo, i cibi che si ha meno voglia di mangiare sono il sushi (38%), il gelato (36%) e il pesce (17%), che a quanto pare mal si accompagnano alle grigie giornate di pioggia.

Una cena tra amici, una pizza sul divano o fare una torta?

Non è solo una questione di cibo, ma anche di come si preferisce gustarlo. In una giornata di pioggia e freddo quasi la metà degli italiani, il 40%, sogna la compagnia di amici e di una bella tavolata, ma quasi la stessa percentuale, il 38%, è diviso tra l’irresistibile impulso a consumare una pizza sul divano in dolce compagnia (37%), in particolare i ragazzi tra i 15 e 24 anni, e ricevere a casa il proprio piatto preferito senza dover fare niente. In questo caso le donne sono decisamente più degli uomini (uomini 15%, donne 22%), seguite dai millennials (25-34 anni, 24). Seguono coloro che vorrebbero ricreare l’illusione di essere ancora al mare (15%), e chi si dedica a fare una torta (8%).

Distribuzione automatica, crescono fatturato e macchine installate

Sono più di 6 mila in Italia le attività del settore legato alla distribuzione automatica. Tra sedi (3.620) e unità locali (2.676), dalle bevande ai gelati e dai prodotti parafarmaceutici ai gadget i distributori automatici crescono del 4,1% in un anno e del 17,7% in cinque. La crescita del comparto è dovuta soprattutto all’apertura di nuove unità locali, mentre le sedi di impresa restano stabili rispetto al 2018, e aumentano dell’1% dal 2014, passando da 3.588 a 3.620.

Secondo un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi sui dati del registro imprese al secondo trimestre 2019 la Lombardia è la prima regione italiana per numero di attività, con 877 tra sedi di impresa e unità locali (di cui 525 sedi,) e un peso del 13,9% sul fatturato totale nazionale..

Roma, Milano e Torino sul podio

Roma con 431 attività, 6,8% del totale italiano, Milano con 353 (5,6%) e Torino con 306 (4,9%) sono i primi tre territori per concentrazione, seguiti da Bari, Napoli, Cagliari, Taranto, Genova, Lecce e Firenze. Tra i primi dieci territori, crescono in un anno soprattutto Bari (+13,4%), Taranto (+12%) e Firenze (+8,9%). In cinque anni maggior aumento a Taranto (+211,8%), Bari (+125,2%) e Lecce (+80%). In crescita, secondo l’associazione italiana della distribuzione automatica Confida, crescono anche il fatturato, che arriva a quasi 4 miliardi (+4,7%), vending machine installate (822.175, +1,4%) e consumazioni (12 miliardi).

Più varietà, qualità e sostenibilità

“È un settore dinamico e in crescita – commenta Massimo Trapletti, residente di Confida – in cui l’Italia è leader a livello europeo. Gli sforzi delle aziende del settore sono attualmente orientate all’innovazione tecnologica delle vending machine, che oggi iniziano a essere connesse, dotate di touch screen per una migliore esperienza d’acquisto del consumatore e di pagamenti cashless”. Ma l’impegno del comparto si sta orientando soprattutto verso la qualità e la varietà dei prodotti alimentari offerti. E verso la sostenibilità, attraverso la raccolta e il riciclo di tutta la plastica di bicchierini e palette del caffè, riporta Askanews.

Il caffè rimane il prodotto più consumato, ma cresce anche il bio

Il caffè resta il prodotto più consumato, con il 56% delle vendite dell’intero settore, che corrispondono a 2,8 miliardi di consumazioni (+1,68%). Seguono l’acqua (767 mila consumazioni, +0,43%) e le altre bevande fredde (224mila consumazioni), dove spicca la crescita delle bevande zero zuccheri (+53%).

Per quanto riguarda gli snack (oltre 787 mila consumazioni annue) si segnala la crescita del cioccolato (+1,8%), e dei croissant (+5,4%), e tra i prodotti freschi i panini/tramezzini (+4,5%) e la frutta (+8,8%). Vero boom negli ultimi anni è quello della frutta secca, che anche quest’anno cresce del +12%. Ma aumentano anche le vendite di prodotti nuovi per il vending, come le bevande bio (+6%), snack bio (+25%) e quelli gluten free (+15%).

Bambini e allergie, la colpa è del cibo spazzatura

Il cibo spazzatura è messo sotto accusa dai pediatri. Esiste infatti una correlazione significativa tra i livelli sottocutanei di alcuni composti rilevati nei bambini con allergie alimentari e il consumo di cibo spazzatura. A dimostrarlo è uno studio condotto dall’Università Federico II di Napoli e presentato a Glasgow durante il 52° meeting annuale dell’European Society of Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition. In pratica, i livelli più elevati di una serie di composti chimici prodotti quando gli zuccheri si combinano con proteine o grassi, detti prodotti finali della glicazione avanzata o Age, si trovano in abbondanza nel junk food, e ora vengono associati con l’allergia alimentare nei bambini.

Livelli sottocutanei più alti di Age trovati nei bimbi con allergie alimentari

È la prima volta che viene trovata un’associazione tra queste sostanze e l’allergia alimentare. I ricercatori dell’Università Federico II di Napoli hanno infatti osservato 61 bimbi tra 6 e 12 anni, divisi in tre gruppi: bambini piccoli con allergie alimentari, bambini con allergie respiratorie, e coetanei sani di controllo. I bambini con allergie alimentari presentavano livelli sottocutanei più alti di Age rispetto ai piccoli con allergie respiratorie o a quelli sani. Inoltre, il team ha trovato prove convincenti relative al meccanismo d’azione di queste sostanze nel determinare l’allergia alimentare.

Finora non si spiegava il drammatico aumento osservato negli ultimi anni

Sebbene manchino statistiche consolidate sulla prevalenza di questo problema a livello mondiale, riporta Adnkronos, vi sono segnali crescenti di un’incidenza in aumento, in particolare tra i bambini piccoli.

“Fino a ora le ipotesi e i modelli di allergia alimentare non spiegavano adeguatamente il drammatico aumento osservato negli ultimi anni – dice Roberto Berni Canani, a capo del Programma Allergie del Dipartimento di Scienze mediche traslazionali dell’Università Federico II e a capo del Laboratorio di Immunonutrizione del Ceinge – quindi gli Age potrebbero essere l’anello mancante”.

L’etichettatura dei prodotti industriali non basta

Le autorità sanitarie pubbliche dovrebbero impegnarsi di più per la prevenzione e la cura delle allergie alimentari. “Questi nuovi risultati mostrano che ci sono ancora molte questioni ambientali e alimentari che influiscono sulla nostra salute e il nostro benessere – commenta Isabel Proaño, direttrice delle comunicazioni dell’European Federation of Allergy and Airways Diseases Patients Association (Efa) -. I professionisti sanitari e i pazienti non hanno tutte le informazioni importanti per affrontare una malattia che ha un impatto drammatico sulla qualità della vita, e l’etichettatura dei prodotti industriali non li aiuterà”.

Rifiuti elettronici, cresce la raccolta

L’Italia sta dimostrando di avere una coscienza più “green” anche nello smaltimento dei rifiuti elettronici, che sono – con l’aumento e il turnover delle apparecchiature – sempre di più. Il dato positivo arriva da Ecolight, uno dei maggiori sistemi collettivi per la gestione dei Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche), delle Pile e degli Accumulatori. Ecolight è un consorzio nazionale senza fini di lucro che raccoglie quasi 1.800 aziende su tutto il territorio e ha perciò l’effettivo polso della situazione.

17mila tonnellate di Raee

Tra smartphone, tablet, piccoli elettrodomestici e apparecchi di varia utilità Ecolight ha raccolto quasi 17.000 tonnellate nel 2018, con una crescita del 5,4% rispetto ai dodici mesi precedenti. “Nel corso del 2018, l’attività complessiva di Ecolight ha permesso di avviare ad un corretto recupero e trattamento quasi 24mila tonnellate di rifiuti elettronici», dice il direttore generale Giancarlo Dezio. “Di queste, oltre il 70% è rappresentato da piccoli elettrodomestici, telecomandi, cellulari e oggetti elettrici ed elettronici di uso quotidiano che non funzionano più. I Raee, ovvero i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, sono un rifiuto inquinante se non correttamente gestito: l’attenzione per l’ambiente passa anche da piccole accortezze quotidiane, come il corretto conferimento di questa tipologia di rifiuti”.

I rifiuti elettronici come risorsa 
Classificati nel raggruppamento R4, i rifiuti derivanti dai piccoli elettrodomestici e dall’elettronica di consumo sono un’importante risorsa. “Sono riciclabili fino a quasi il 95% del loro peso2 specifica Dezio. “È possibile ricavarne significative quantità di plastica, ferro e vetro; tutti materiali che, se opportunamente trattati, possono diventare materie prime seconde ed essere re-immesse sul mercato dando così concretezza all’economia circolare”.

Troppi device non vengono smaltiti correttamente

Non tutti i prodotti tecnicamente appartenenti a questo gruppo finisce però nel circolo virtuoso del trattamento di riciclo e recupero. Si stima infatti che solamente un cellulare non più funzionante su cinque sia conferito correttamente. La maggior parte rimane in fondo ad un cassetto o in cantina, oppure nel peggiore dei casi viene messo nel sacco dell’indifferenziato. Ma lo smaltimento è diventato più facile e accessibile. Il consorzio ha infatti dato vita ad un progetto di EcoIsole RAEE, ovvero cassonetti automatizzati dove poter conferire i Raee di piccole dimensioni. “Attraverso le 31 postazioni che abbiamo posizionato in luoghi ad elevata frequentazione come i centri commerciali, i punti vendita di grandi dimensioni oppure spazi pubblici, negli ultimi dodici mesi sono state raccolte 102 tonnellate di piccoli RAEE. Trattandosi di oggetti piccoli dal peso medio al di sotto dei 500 grammi, è un buon risultato che viene amplificato dalla capacità di coinvolgimento che hanno le nostre EcoIsole: nel solo 2018 sono state utilizzate da oltre 2,5 milioni di persone” conclude il direttore generale.