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Dispositivi IoT, raddoppia il numero di attacchi informatici

I dispositivi IoT (Internet of Things) smartwatch, serrature, fitness tracker e molti altri sono ormai ovunque. Secondo gli analisti del mercato IoT, ogni secondo vengono connessi a Internet 127 nuovi dispositivi. Dato il numero elevato, questi dispositivi attirano l’attenzione non solo degli utenti entusiasti, ma anche dei criminali informatici. Durante i primi sei mesi del 2021 gli honeypot di Kaspersky, software che imita un dispositivo vulnerabile, hanno rilevato oltre 1,5 miliardi di attacchi indirizzati a dispositivi IoT. Il numero è raddoppiato rispetto al semestre precedente.

Nel primo semestre 2021, 1.515.714.259 tentativi di infezione

Per tracciare e prevenire gli attacchi contro i dispositivi smart, gli esperti di Kaspersky hanno creato degli honeypot, letteralmente “barattoli di miele”. Si tratta di software speciali che imitano un dispositivo vulnerabile. Distribuiti pubblicamente su Internet, gli honeypot simulano i dispositivi reali e funzionano come trappole per i criminali informatici. Secondo l’analisi dei dati raccolti dagli honeypot creati da Kaspersky, c’è una tendenza costante all’aumento del numero di attacchi ai dispositivi IoT. Nel primo semestre 2021 il numero totale di tentativi di infezione è arrivato a 1.515.714.259, mentre nei sei mesi precedenti ne sono stati registrati 639.155.942.

Attacchi provenienti dall’Italia, +93%

Nella maggior parte dei casi, i tentativi di connessione hanno utilizzato il protocollo telnet (utilizzato per accedere a un dispositivo e gestirlo da remoto), mentre i restanti hanno utilizzato SSH e web. Anche il numero di attacchi IoT provenienti dall’Italia ha subito una notevole crescita nell’ultimo periodo, con un incremento del 93%. Nel secondo semestre del 2020, infatti, il numero di attacchi registrati ammontava a 1.892.200, mentre nel primo semestre del 2021 il dato è raddoppiato, raggiungendo i 3.650.500. I criminali informatici che prendono di mira i dispositivi IoT tengono i loro toolset sempre aggiornati. Gli esperti di Kaspersky segnalano che sempre più exploit vengono usati come arma dai criminali informatici, e che i dispositivi infetti vengono spesso utilizzati per rubare dati personali, per il mining di criptovalute, e per i più tradizionali attacchi DDoS.

I cybercriminali spostano l’attenzione verso l’Internet of Things

“Da quando i dispositivi IoT, come smartwatch e accessori smart per la casa, sono diventati una parte essenziale della nostra vita quotidiana, i criminali informatici hanno sapientemente spostato la loro attenzione in quest’area – commenta Dan Demeter, security expert di Kaspersky -. Abbiamo notato che gli attacchi si sono intensificati con l’aumento dell’interesse degli utenti verso questo tipo di dispositivi. Le persone credono di non essere abbastanza importanti per essere vittima di un hacker, ma nell’ultimo anno abbiamo potuto osservare un grande aumento degli attacchi verso i dispositivi IoT. La maggior parte di questi attacchi si può prevenire, ecco perché consigliamo ai possessori di smart home di installare una soluzione di sicurezza affidabile, che li aiuti a proteggersi”. 

Occhio alla sicurezza online anche sotto l’ombrellone: le 8 regole d’oro

“L’estate può essere un momento ideale per gli hacker, che approfittando delle distrazioni degli utenti possono accedere ad account e dispositivi, o rubare dati e informazioni tramite phishing”, spiegano i quattro ricercatori e professori del Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni del Politecnico di Torino nonché fondatori di ToothPic, la startup specializzata in cybersecurity. E ad accendere l’attenzione sulla sicurezza online quando si è in vacanza è proprio ToothPic, che dall’autenticazione a due fattori al check della domotica prima di partire per le vacanze, suggerisce 8 regole d’oro per proteggersi dagli attacchi hacker e dai furti di identità online, anche sotto l’ombrellone.

Regola numero 1: inserire credenziali e password sempre diverse

La prima regola comunque è inserire credenziali sempre diverse senza lasciare vecchie password. Scegliere sempre password complesse è fondamentale per proteggere le proprie utenze. Non devono essere banali né troppo corte, altrimenti gli hacker possono intervenire con attacchi diretti a brute force. Ma non solo. Toothpic suggerisce anche di attivare l’autenticazione a due fattori, e se possibile, attivare sempre l’autenticazione multifattore quando l’utente si registra a un servizio online. 

Fare attenzione agli hotspot pubblici

Inoltre, fare attenzione al phishing ed essere diffidenti sotto l’ombrellone: meglio non rispondere mai a messaggi o email, anche se in arrivo da mittenti che sembrano fidati o conosciuti, in cui vengono chiesti dati di autenticazione. La quinta regola di Toothpic è fare anche attenzione agli hotspot pubblici: quando si è in viaggio bisogna fare attenzione alle connessioni pubbliche di bar, ristoranti, stabilimenti balneari e alberghi perché potrebbero non avere sistemi di sicurezza adeguati. La sesta regola d’oro è poi quella di controllare i servizi online, perché anche se si è in vacanza, è bene fare sempre un check costante ai propri servizi online. In questo modo si può intervenire immediatamente se ci si accorge che le credenziali sono state rubate o clonate.

Meglio sistemare la domotica prima di partire

Vanno inoltre aggiornati i dispositivi, ricorda Adnkronos: mentre si prepara la valigia è meglio fare anche un aggiornamento dei propri software installati nel computer, nel tablet e nello smartphone. Infine, occhio a sistemare la domotica: quando si parte per le vacanze può essere necessario impostare dispositivi connessi come telecamere per controllare casa anche a distanza. In questo caso, bisogna ricordarsi di cambiare la password admin, poiché se si mantengono gli account di default si è più esposti al rischio che persone esterne accedano alle immagini registrate dalla videocamera.

Il verde in città ha effetti positivi su salute e pianeta

Sono molteplici i vantaggi degli spazi cittadini verdi e pubblici sul benessere psico-fisico e la qualità della vita delle persone. Il 5 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, Greenpeace ha lanciato il rapporto Greening the Cities, che oltre a evidenziare i benefici del verde in città, mette in risalto la necessità per gli amministratori e amministratrici delle città italiane di investire di più nelle aree verdi e pubbliche ad accesso equo per tutte e tutti. Il rapporto di Greenpeace mira quindi a promuovere una vera transizione ecologica nelle città per affrontare la crisi climatica e sanitaria.  

Tanti benefici, non solo sull’organismo, ma anche sulla mente

Dalla riduzione del rischio di numerose malattie croniche in età adulta, come diabete e condizioni cardiovascolari, obesità e asma, all’accelerazione del recupero dopo un intervento chirurgico, alla riduzione dei ricoveri ospedalieri e alla mortalità prematura fino a migliori esiti della gravidanza: sono questi i benefici di una città più green per tutti. Lo studio menziona però anche di un miglioramento delle funzioni cognitive e della salute mentale, legato a miglioramenti nello sviluppo comportamentale, come difficoltà ridotte, sintomi emotivi e problemi di relazione tra pari.

Centri urbani più sicuri e resilienti ai cambiamenti climatici

“Aumentare le aree verdi e pubbliche significa prendersi cura della salute di cittadine e cittadini e garantire un tessuto sociale sano e attivo – dichiara Chiara Campione, coordinatrice del progetto Hack Your City di Greenpeace -. Rendere più verde lo spazio pubblico aiuta a combattere la disuguaglianza, promuove l’inclusione della comunità e rende le città più sicure e più resilienti ai cambiamenti climatici in corso”. Sebbene la disponibilità e l’accessibilità di spazi verdi urbani nelle grandi città del mondo sia aumentata rispettivamente del 4,11% e del 7,1% negli ultimi 15 anni, solo una manciata di città ha soddisfatto pienamente lo standard dell’Oms sulla disponibilità che stabilisce un minimo di 9 metri quadri di spazi verdi per abitante, per non parlare del valore ideale di 50 m² pro capite. 

Un’opportunità per riequilibrare il nostro rapporto con la natura

Anche nelle città che soddisfano alcuni di questi standard però ciò non si traduce necessariamente in parità di accesso allo spazio verde per tutta la cittadinanza. Più della metà della popolazione mondiale, 4,2 miliardi di persone, vive nelle città, e questo numero è destinato ad aumentare del 70% entro il 2050. Le città sono i centri dell’attività economica, e rappresentano oltre il 70% delle emissioni globali di gas serra. Per l’organizzazione ambientalista gli spazi verdi, riferisce Adnkronos, devono essere considerati non solo un investimento per la salute pubblica e sociale, ma un’opportunità per riequilibrare il nostro rapporto con la natura, rallentare la crisi climatica e proteggerci da future pandemie.

Al Sud più felici al lavoro

Il Sud è l’area geografica italiana più felice e soddisfatta del proprio impiego, tanto che alla domanda: Quando mi sveglio per andare a lavorare mi sento felice? il Sud risponde con una concentrazione di risposte con punteggio tra 4 e 6, dove a 1 corrisponde ‘per niente d’accordo’ e 6 ‘totalmente d’accordo’. Di contro, il Nord-Est esprime una forte negatività, con la maggior parte delle risposte tra 1 e 3. Ma il Sud risponde positivamente anche alle domande Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto? (67,7% di risposte positive), Sento un forte senso di appartenenza alla mia organizzazione? (68,7%), e I miei meriti vengono riconosciuti? (58,2%), mentre a Nord-Est rispondono rispettivamente con il 57%, 55,5% e 41%. Lo evidenzia la terza analisi dell’Associazione Ricerca Felicità sullo stato di felicità e benessere dei lavoratori italiani attivi.

Differenze anche tra i due estremi settentrionali della Penisola
Oltre che tra Sud e Nord le differenze si riscontrano anche tra i due estremi settentrionali della Penisola, dove il Nord-Est (Triveneto ed Emilia-Romagna), sembra segnalare un maggior senso di isolamento (34,4%), meno felicità (65.6%) e una maggior sensazione di essere tagliati fuori rispetto al Nord-Ovest (34,4%), formato da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia rispettivamente con il 20,4%, 79.4% e 19,7%.

Il Nord-Ovest non è molto gratificato del proprio impiego
Complessivamente, dunque, il Nord-Ovest presenta una popolazione attiva che si ritiene felice e per nulla isolata dagli altri, ma non molto gratificata del proprio impiego e delle opportunità che offre, fatta eccezione per il senso di appartenenza all’organizzazione, invece ben sentito dai lavoratori (62,6%). Spostandosi al centro Italia si denota un benessere stabile e una forte coesione sociale, sebbene, anche in questo caso, emerga l’insoddisfazione riguardo l’attività lavorativa. Questo malcontento aumenta volgendo lo sguardo verso le opportunità professionali.

Escludendo le regioni meridionali non vi è soddisfazione tra i lavoratori
“In linea generale, escludendo le regioni meridionali non vi è una forte soddisfazione tra i lavoratori: la popolazione attiva del sud è l’unica a rispondere positivamente anche all’affermazione ‘Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto’ – afferma Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità -. Possiamo quindi affermare che il Sud Italia è più felice, più appagato e appassionato alla sua attività lavorativa, nonostante provi un leggero senso di isolamento. Non abbiamo risposte certe e non le cercavamo – continua Dallavalle -, volevamo avere dati oggettivi su cui partire per farci le giuste domande. Il nostro invito alle istituzioni e a ogni sorta di organizzazione per un confronto costruttivo su cosa si celi dietro alle sensazioni emerse, è sempre valido”.

Come sarà il 2020? Previsioni, aspettative e speranze dei cittadini del mondo

Il nuovo anno è iniziato, e Gallup International ha pubblicato i risultati della 43a edizione del Sondaggio Mondiale di Fine Anno su previsioni, aspettative e speranze dei cittadini di 46 paesi di tutto il mondo. Come sarà quindi il 2020 per i cittadini del nostro Pianeta? Secondo Gallup, di cui BVA-Doxa è partner per l’Italia, per il 37% della popolazione mondiale il 2020 sarà migliore, mentre 1 cittadino su 4 è pessimista. In particolare, le popolazioni del Medio Oriente sono prevalentemente pessimiste (52%), ma l’Europa occidentale è l’area più pessimista dopo quest’area. Inoltre, i Paesi non appartenenti all’Unione Europea sono 2 volte più ottimisti dei Paesi europei occidentali, e in India e nei Paesi dell’Asia Occidentale (Afghanistan, Azerbaijan, Kazakhstan, Pakistan, Turchia) prevalgono previsioni ottimistiche. Anche se gli Americani sono significativamente più fiduciosi dei Russi.

Nigeria, Perù e Albania i più ottimisti, Libano, il più pessimista

A livello di singoli Paesi, i più ottimisti sono Nigeria (73%), Perù e Albania (70%), Kazakhstan (67%) e Armenia (62%). Tra i i paesi pessimisti invece, al primo posto c’è il Libano (76%), seguito da Hong Kong (68%), Giordania (60%) e Italia (59%). In ogni caso, i dati su previsioni e aspettative appaiono fortemente correlati all’età e al livello d’istruzione. Gli intervistati d’età inferiore ai 35 anni e con titoli di studio più elevati risultano significativamente più ottimisti, mentre la religione sembra non essere un fattore discriminante. Con un’eccezione, gli induisti, di gran lunga più ottimisti.

La Colombia è il Paese più felice, la Giordania il più infelice

Per quanto riguarda le percezioni relative alla felicità personale, nella Top Five dei Paesi più felici secondo il Global Happiness Indexdi Gallup, al primo posto si piazza la Colombia, dove i felici superano gli infelici di 88 punti. Al secondo l’Indonesia (86), seguita dall’Ecuador (85), il Kazakhstan (83), la Nigeria e le Filippine (78). I Paesi meno felici sono invece la Giordania, dove gli infelici superano i felici di 38 punti, il Libano (-15), la Siria (-7), Hong Kong e Iraq, con un saldo però positivo di +5 punti.

Italia al 31° posto del Global Happiness Index

E l’Italia? Il nostro Paese si trova circa a due terzi della classifica, al 31° posto, con 42 punti. Risultato del 48% di felici (ma solo 2% molto felici e 46% abbastanza), e 6% di infelici. E una porzione piuttosto ampia (45%) di nostri concittadini si schiera al centro della scala, dichiarandosi né felici né infelici.

Giovani e giovanissimi sono però molto più felici della propria vita rispetto agli individui di età più avanzata. In particolare, tra i 15 e i 17 anni i felici sono 3 su 4 (76%), tra i 18-34 anni 2 su 3 (65%), e 6 su 10 (59%) nella fascia 35-44.

La porzione dei felici si attesta poi al 45% tra i 45 e i 64 anni, per scendere (29%) nella fascia over 64.

Bambini e allergie, la colpa è del cibo spazzatura

Il cibo spazzatura è messo sotto accusa dai pediatri. Esiste infatti una correlazione significativa tra i livelli sottocutanei di alcuni composti rilevati nei bambini con allergie alimentari e il consumo di cibo spazzatura. A dimostrarlo è uno studio condotto dall’Università Federico II di Napoli e presentato a Glasgow durante il 52° meeting annuale dell’European Society of Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition. In pratica, i livelli più elevati di una serie di composti chimici prodotti quando gli zuccheri si combinano con proteine o grassi, detti prodotti finali della glicazione avanzata o Age, si trovano in abbondanza nel junk food, e ora vengono associati con l’allergia alimentare nei bambini.

Livelli sottocutanei più alti di Age trovati nei bimbi con allergie alimentari

È la prima volta che viene trovata un’associazione tra queste sostanze e l’allergia alimentare. I ricercatori dell’Università Federico II di Napoli hanno infatti osservato 61 bimbi tra 6 e 12 anni, divisi in tre gruppi: bambini piccoli con allergie alimentari, bambini con allergie respiratorie, e coetanei sani di controllo. I bambini con allergie alimentari presentavano livelli sottocutanei più alti di Age rispetto ai piccoli con allergie respiratorie o a quelli sani. Inoltre, il team ha trovato prove convincenti relative al meccanismo d’azione di queste sostanze nel determinare l’allergia alimentare.

Finora non si spiegava il drammatico aumento osservato negli ultimi anni

Sebbene manchino statistiche consolidate sulla prevalenza di questo problema a livello mondiale, riporta Adnkronos, vi sono segnali crescenti di un’incidenza in aumento, in particolare tra i bambini piccoli.

“Fino a ora le ipotesi e i modelli di allergia alimentare non spiegavano adeguatamente il drammatico aumento osservato negli ultimi anni – dice Roberto Berni Canani, a capo del Programma Allergie del Dipartimento di Scienze mediche traslazionali dell’Università Federico II e a capo del Laboratorio di Immunonutrizione del Ceinge – quindi gli Age potrebbero essere l’anello mancante”.

L’etichettatura dei prodotti industriali non basta

Le autorità sanitarie pubbliche dovrebbero impegnarsi di più per la prevenzione e la cura delle allergie alimentari. “Questi nuovi risultati mostrano che ci sono ancora molte questioni ambientali e alimentari che influiscono sulla nostra salute e il nostro benessere – commenta Isabel Proaño, direttrice delle comunicazioni dell’European Federation of Allergy and Airways Diseases Patients Association (Efa) -. I professionisti sanitari e i pazienti non hanno tutte le informazioni importanti per affrontare una malattia che ha un impatto drammatico sulla qualità della vita, e l’etichettatura dei prodotti industriali non li aiuterà”.

Smart mobility, dopo la crescita nel 2018 il mercato rallenta

La flotta di veicoli in smart mobility, a noleggio o in sharing in Italia ha superato quota 1 milione. Ogni giorno per ragioni di business o turismo oltre 900.000 persone sulle strade italiane utilizzano i servizi del noleggio a lungo termine, 130.000 i servizi di noleggio a breve termine e 33.000 il car sharing.

In Italia però la transizione dall’utilizzo di veicoli di proprietà a quelli in sharing o noleggio è sempre più sostenuta. L’incertezza economica e le frizioni politiche, sommate alle antiquate normative in tema di mobilità e ad alcuni recenti interventi, di fatto stanno rallentando il trend. La conferma arriva dalla 18esima edizione del Rapporto Aniasa, l’Associazione che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità

La flotta supera il milione di veicoli e il fatturato raggiunge quasi 7 miliardi di euro

Secondo il rapporto un’auto immatricolata su 4 è a noleggio, e nel 2018 il settore ha complessivamente registrato una crescita della flotta di veicoli in circolazione, arrivata a 1.092.000 unità (+12% sul 2017), e del fatturato (6,8 miliardi, +10%). L’andamento positivo ha subito però un deciso rallentamento delle immatricolazioni nella seconda parte dell’anno, che dopo anni di crescita in doppia cifra hanno frenato la corsa (482.000, +0,4%), pur confermando la significativa incidenza sull’intero mercato automotive, di cui rappresentano quasi il 25%.

Il quadro di incertezza economica frena le scelte di mobilità

I dati relativi al primo trimestre del 2019 confermano la rilevanza del settore e il contestuale rallentamento del trend di nuove immatricolazioni (-14%). A frenare lo sviluppo, oltre a ragioni di calendario per il noleggio a breve termine, è il quadro di incertezza economica che sta rallentando le scelte di mobilità di privati e aziende. A ciò si aggiungono alcune misure assunte negli ultimi mesi a livello nazionale (normativa bonus-malus) e locale (blocchi della circolazione anche per i veicoli diesel Euro 6), che hanno prodotto un generale clima di attesa.

“Sul fronte istituzionale si apprezza la volontà di aggiornare il Codice della Strada”

Alle scelte di 77.000 aziende di ogni dimensione, riporta Askanews, e di 2.900 Pubbliche Amministrazioni che si affidano al noleggio long term, si aggiungono nel 2018 i 5,3 milioni di contratti per esigenze di breve termine e i 12 milioni di noleggi del car sharing.

“I dati testimoniano l’inarrestabile evoluzione della mobilità italiana con il graduale passaggio dalla proprietà all’uso dei veicoli – dichiara il Presidente Aniasa Massimiliano Archiapatti -. Se si apprezza sul fronte istituzionale la volontà di aggiornare un Codice della Strada fermo al 1992, che non considera l’evoluzione della sharing mobility e non contempla adeguatamente neanche il noleggio, non altrettanto può dirsi per misure poco efficaci come la normativa bonus-malus sull’auto”.

 

L’AI non spaventa gli italiani, la mancanza di competenze sì

L’Intelligenza artificiale non fa paura agli italiani, che guardano all’innovazione come un’opportunità per il proprio futuro professionale. Due terzi dei dipendenti italiani ritiene che automazione, robotica e AI influenzeranno positivamente il lavoro nei prossimi cinque o dieci anni. E l’80% considera positivamente l’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro. Ma se si considerano le competenze richieste dalla digitalizzazione la percezione cambia. E se i lavoratori italiani sentono di dover sviluppare le proprie capacità per riuscire a tenere il passo con il progresso tecnologico, l’offerta di competenze digitali non viene considerata  ancora sufficiente.

Lo evidenzia l’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro, condotta in 34 Paesi su un campione di 405 lavoratori.

L’80% degli italiani è ottimista

Secondo l’indagine la maggior parte degli italiani vede il crescente impatto della tecnologia sul mondo del lavoro come un’opportunità. In particolare, l’80% (+6% sulla media globale e 10% sulla media europea), una percentuale che ci colloca al 12° posto rispetto ai 34 Paesi analizzati. In Europa soltanto Grecia (82%) e Portogallo (83%) sono più ottimisti di noi. Il 65% dei lavoratori, inoltre, è convinto che automazione, robotica e AI avranno un impatto positivo (+25% rispetto al 2014), sei punti in più rispetto alla media globale, e dodici rispetto alla media dei Paesi europei: solo la Polonia (68%) ha un atteggiamento più favorevole.

Acquisire nuove competenze per mantenersi competitivi

L’87% dei lavoratori italiani avverte la necessità di acquisire sempre nuove competenze per mantenersi competitivi sul mercato, riferisce Adnkronos. E se l’indagine rivela un atteggiamento favorevole dei lavoratori italiani nei confronti dell’AI, allo stesso tempo fa emergere quanto l’offerta e la padronanza di questo tipo di competenze non sia ancora sufficiente a gestire un cambiamento sociale, culturale e tecnologico così profondo.

Una carenza di competenze digitali che gli italiani avvertono sia nelle imprese sia nelle istituzioni scolastiche e universitarie.

Solo il 41% delle imprese offre corsi di formazione digitale

Sempre secondo la ricerca solo il 41% delle aziende offre corsi di formazione ai propri dipendenti. E solo il 50% degli italiani ritiene che le università forniscano le giuste competenze digitali per preparare gli studenti al futuro nel mondo del lavoro. Una percentuale che ci colloca in 32a posizione su 34 Paesi, per un -18% rispetto alla media globale e un -15% rispetto alla media europea.

Il 56% dei lavoratori, inoltre, pensa che gli studenti siano in grado di rispondere alla richiesta di competenze investendo autonomamente nella propria formazione digitale.

“La partita per cogliere tutti i benefici dell’intelligenza artificiale si gioca quindi sulla capacità del sistema formativo e delle imprese di sviluppare le competenze digitali di studenti e lavoratori – commenta Marco Ceresa, amministratore delegato Randstad Italia – ma su questo piano la strada da fare è ancora lunga”.

Incidenti sul lavoro, meno infortuni ma più morti

Gli infortuni sui luoghi di lavoro sono fortunatamente in diminuzione ma, d’altro canto e purtroppo, sono aumentate le morti sul lavoro. La mappa di queste tragedie è il frutto di un lavoro di raccolta dati dell’Inail. Tra gennaio e settembre 20178, infatti, sono state presentate all’Istituto 469.008 denunce di infortunio sul lavoro (-0,5% rispetto allo stesso periodo del 2017), 834 delle quali con esito mortale (+8,5%). Le patologie di origine professionale denunciate sono state 44.083 (+1,8%).

L’effetto del crollo del ponte Morandi

Come riporta una nota diffusa da Askanews, le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto nei primi nove mesi di quest’anno sono state 834,65 in più rispetto alle 769 denunciate nel 2017 tra gennaio e settembre (+8,5%). L’aumento è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65). Diversi di questi sono stati causati da quelli che vengono definiti “incidenti plurimi”, cioè quegli incidenti che provocano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. Nel solo mese di agosto, infatti, si è contato lo stesso numero di vittime (36) in incidenti plurimi dell’intero periodo gennaio-settembre 2017. Tra gli eventi responsabili di questo tragico “bollettino”, quest’anno si registrano in particolare modo il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti. Allargando l’analisi dei dati ai primi nove mesi, nel 2018 tra gennaio e settembre si sono verificati in totale 18 incidenti plurimi che sono costati la vita a 66 lavoratori, rispetto ai 12 incidenti plurimi del 2017, che hanno causato 36 morti.

Più incidenti nel Nord Italia e nel settore Industria

In base ai dati Inail rilevati al 30 settembre, appare evidente a livello nazionale un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, che sono passati da 551 a 581 (+5,4%), sia di quelli occorsi in itinere, in aumento del 16,1% (da 218 a 253). Nei primi nove mesi di quest’anno si è registrato un incremento di 67 casi mortali (da 648 a 715) nella gestione Industria e servizi e di cinque casi in Agricoltura (da 100 a 105), a fronte di un decremento di sette casi nel Conto Stato (da 21 a 14).

L’analisi territoriale evidenzia un incremento di 40 casi mortali nel Nord-Ovest (da 183 a 223), di 15 nel Nord-Est (da 196 a 211) e di 14 al Sud (da 165 a 179). Leggeri cali si rilevano al Centro (da 158 a 156) e nelle Isole (da 67 a 65). Ci sono differenze anche a livello regionale: 20 casi in più del Veneto (da 70 a 90) e 19 in più in Lombardia (da 94 a 113). Decremento netto invece in Abruzzo (da 38 a 22) e nelle Marche (da 28 a 15).

Tra le vittime più uomini che donne

L’aumento rilevato nel confronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 64 in più (da 696 a 760), mentre quella femminile ha registrato un decesso in più (da 73 a 74). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (da 649 a 698), sia quelle dei lavoratori extracomunitari (da 84 a 97) e comunitari (da 36 a 39).