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Colloquio di lavoro, i 4 errori da non fare

Il colloquio di lavoro è un momento cruciale nella vita professionale di ognuno di noi. Un incontro che può cambiare in meglio il nostro futuro, e sul quale si investono desideri e ambizioni. Insomma, è uno snodo cruciale per ogni carriera, da giocarsi bene, anzi benissimo. Eppure, vuoi perchè è la prima volta oppure perchè è passato molto tempo dall’ultimo colloquio o ancora per un eccessivo carico di stress, capita di incorrere in un passo falso che può condurre al fallimento. Ecco i 4 errori da non fare assolutamente, come spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting.

Puntualità innanzitutto e abbigliamento adeguato

“Il primo errore banale che si può fare al momento del colloquio di lavoro è quello di presentarsi in ritardo” spiega l’esperta “per il semplice fatto che una delle prime ed essenziali doti che si cercano in un lavoratore è proprio la puntualità. Prima di recarsi a un colloquio di lavoro è quindi bene studiare il percorso che si dovrà fare – in auto, in bus o a piedi – tenendo conto del traffico e di vari altri eventuali ostacoli, come per esempio il bus in ritardo: è decisamente meglio arrivare nei pressi del luogo prestabilito con dieci minuti d’anticipo e farsi una breve passeggiata per ingannare il tempo e distendere i nervi, piuttosto che arrivare all’appuntamento con 10 minuti di ritardo”.
Il secondo errore in cui è possibile incappare è non scegliere l’abbigliamento adeguato. Anche se l’abito non fa il monaco, “di certo, in un colloquio di 20 o di 30 minuti, anche questi dettagli sono fondamentali per definire la persona che ci si trova davanti” precisa Adami. Meglio quindi vestirsi in modo idoneo, individuando quello che è il dress code dell’azienda che assume, per non rischiare né di essere troppo trasandati, né di eccedere in eleganza.

Preparazione e comportamento corretto

Al terzo posto fra gli errori “gravi” in fase di colloquio c’è quello di arrivare all’incontro impreparati. “Basta poco tempo per raccogliere qualche informazione in più sull’azienda, per imparare la sua storia e la sua filosofia: in questo modo sarà possibile affrontare il colloquio in modo migliore, e si dimostrerà di essere realmente interessati alla posizione” afferma l’esperta. Che mette in guardia anche da un altro comportamento inopportuno: mai parlare male degli ex colleghi di lavoro. Nessuno, infatti, vorrebbe assumere qualcuno che alla prima occasione sparla alle spalle.

Boom per l’app che svela la qualità di cibi e cosmetici

Chi sono i nuovi consulenti dei consumatori? Le app: basta inquadrare il codice a barre di cosmetici e cibi confezionati con il telefonino e Yuka promuove o boccia il contenuto in relazione alla qualità in relazione alla nostra salute. Con tanto di semaforo verde, giallo o rosso. Yuka è infatti l’app più usata per scansionare i prodotti e decifrare e analizzare nel dettaglio i componenti di alimenti confezionati o prodotti cosmetici. Utilizzata in 11 paesi nel mondo da oltre 20 milioni di persone, in Italia a oggi è stata scaricata oltre 10 milioni di volte. Gli adolescenti inquadrano le merendine preferite rendendosi conto in pochi secondi cosa stanno per mangiare, ma la usano anche le signore ‘beauty addicted’ per confrontare rossetti e creme con quelli dei mass market, e i neo-genitori per scegliere quali omogeneizzati acquistare.

Scoprire se il prodotto è eccellente, buono, mediocre o scarso 

Il sistema giudica infatti in modo semplice e immediato se il prodotto alimentare è eccellente, buono, mediocre o scarso tenendo conto della qualità nutrizionale, come contenuto di zuccheri, sale, calorie, fibre, grassi, la presenza di additivi e il profilo bio. Per i cosmetici Yuka considera invece le sostanze chimiche presenti, se innocue o potenzialmente dannose per la salute. L’uso di Yuka dilaga tra i consumatori, nonostante le critiche mosse dall’allora ministro Teresa Bellanova che lo scorso anno la bollò come ‘semplicistica e sbagliata’.

Un sistema credibile perché indipendente

Yuka è un’applicazione francese e valuta la qualità secondo il metodo di etichettatura ‘Nutriscore’ a semaforo, mentre in Italia si usa il sistema ‘Nutriform Battery’, che elenca in modo più preciso e dettagliato la composizione nutrizionale. Insomma, l’applicazione del momento segue il nuovo trend che vede le app scaricate sugli smartphone sempre più al centro dello shopping e della nostra vita. Gli informatici francesi che l’hanno inventata garantiscono che il sistema è credibile perché indipendente e si basa su un database mondiale che cresce di giorno in giorno. Ma, soprattutto, non riceve alcun finanziamento da parte di brand ma solo dagli utenti.

Oltre a cibo e cosmetici anche la moda

Sul fronte alimentare oltre Yuka c’è l’analoga Edo, riporta Ansa, ma esistono da qualche anno le app che rivelano marca e prezzo di vestiti e scarpe, che magari vediamo indossati da qualcuno che attraversa la strada o che notiamo sulle riviste o sui social. Come ASAP54, definita ‘lo Shazam della moda’, oppure Snap Fashion. Ci sono poi quelle che aiutano a scegliere l’outfit migliore, come My Dressing o ClosetSpace, o ancora, StyleBook. Anche sul fronte dei cosmetici cresce l’uso di applicazioni che supportano le scelte. Si va da INCIBeauty (un milione di download) a Greenity-Bio Inci cosmetici (oltre centomila download), oppure Biotiful, che traduce in termini semplici l’INCI, l’elenco ingredienti, e confronta prezzi e recensioni. Proprio come Shazam, che indovina le canzoni in pochi secondi, le nuove app mettono al centro il consumatore risolvendo dubbi e difficoltà all’istante.

Smart working nel post-pandemia: dati, numeri e trend

Con l’avanzamento della campagna vaccinale è progressivamente diminuito il numero degli smart worker, passati da 5,37 milioni nel primo trimestre del 2021 a 4,07 milioni nel terzo. A settembre, infatti, si contano complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle micro imprese, e 860mila nella PA. Il graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino dello smart working, al contrario le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre. Si prevede infatti che saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle Pmi, 970mila nelle micro imprese, e 680mila nella PA. Si tratta dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano.

Si al lavoro a distanza anche dopo l’emergenza sanitaria

Dopo la pandemia lo smart working rimarrà, o sarà introdotto, nell’89% delle grandi aziende, nel 62% delle PA, e nel 35% delle Pmi, anche se un terzo di loro prevede di abbandonarlo. La scelta di proseguire con lo smart working è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende. Ad esempio, l’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per l‘89% delle grandi imprese, il 55% delle Pmi, e l’82% delle PA. In generale, la modalità di lavoro tenderà a essere ibrida, alla ricerca di un miglior equilibrio fra lavoro in sede e a distanza. In particolare, nelle grandi imprese sarà possibile lavorare a distanza mediamente per tre giorni a settimana, e due nelle PA.

Il punto di vista dei lavoratori

Nel complesso la diffusione dello smart working ha avuto un impatto positivo sui lavoratori. Per il 39% è migliorato il proprio work-life balance, il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione e il 35% più efficace. Inoltre, secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori, e per il 31% la comunicazione fra colleghi. Ma il perdurare della pandemia e i lunghi periodi di lavoro da casa hanno anche avuto alcune ripercussioni negative: è infatti diminuita ulteriormente la percentuale di smart worker pienamente ingaggiati, passata dal 18% al 7%, e tra i lavoratori aumenta il livello di tecnostress e overworking.

I benefici sociali e ambientali

I benefici e le opportunità che derivano dallo smart working riguardano non solo le organizzazioni e i lavoratori, ma anche una maggiore sostenibilità sociale e ambientale. Secondo le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione di chi vive lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%). La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porterà poi al risparmio di 123 ore l’anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio. E in termini di sostenibilità ambientale, la sua applicazione comporterà minori emissioni: circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

Italia, connessione Internet per molti, ma non ancora per tutti

Sono ancora tantissimi gli italiani che non hanno una connessione internet: a sorpresa, il numero dei nostri connazionali completamente a digiuno della rete sono ben 4,3 milioni. E se questo numero sembra alto, è ancora più sorprendente scoprire che nel nostro paese sono addirittura oltre 13 milioni quelli che hanno connessioni malfunzionanti. E non è finita qui. A scattare la fotografia della situazione attuale delle connessioni in Italia e del rapporto fra cittadini e tecnologie è stato il report “La digital life degli italiani”, condotto dal Censis che, in collaborazione con Lenovo. Come accennato, l’analisi evidenzia che oltre i 13,2 milioni di italiani che hanno connessioni lente o traballanti, ci sono altri 22,7 milioni che lamentano qualche disagio in casa durante le attività digitali, a causa di stanze sovraffollate (14,7 milioni) o della necessità di condividere i dispositivi con i loro familiari (12,4 milioni). 

L’alba di una nuova transizione: ma 24 milioni di persone non sono al oro agio nel mondo digitale

Siamo all’alba di una nuova transizione digitale. Ora serve un progetto di società pienamente inclusiva, che possa dare risposta alla domanda ancora insoddisfatta di dispositivi, connessioni, competenze, e superare le diversità di accesso” ha spiegato Massimiliano Valerii, Direttore Generale del Censis.
Tuttavia, sono circa 24 milioni di italiani che non si sentono pienamente a loro agio nell’ecosistema digitale: 9 milioni riscontrano difficoltà con le piattaforme di messaggistica istantanea, 8 milioni con la posta elettronica, altrettanti con i social network e 7 milioni con la navigazione sui siti web e con le piattaforme che consentono di vedere in streaming eventi sportivi. 5 milioni non sanno eseguire un pagamento online e 4 milioni non hanno dimestichezza con l’uso delle app e delle piattaforme per le videochiamate e i meeting virtuali. Ma per chi riesce a navigare senza troppi problemi, riporta Ansa, i benefici nell’uso di smartphone e PC sono tangibili: 9 intervistati su 10 si dicono soddisfatti dei dispositivi che usano, considerati in linea con le attività svolte giornalmente.

Rete e Pubblica Amministrazione

In un’ottica di transizione digitale completa, l’85,3% dei cittadini spera che in un prossimo futuro possa dialogare via e-mail con gli uffici pubblici, l’85% che si possano richiedere documenti e certificati online, l’83,2% di poter pagare su internet in modo semplice e veloce tasse, bollettini e multe. Il 78,9% si aspetta di ricevere informazioni personalizzate via e-mail, sms o messaggi WhatsApp. Questa facilità di comunicazioni via web non deve però precludere la sicurezza e la protezione dei dati: il 76,4% vorrebbe poter conoscere le informazioni personali di cui la PA dispone, così da evitare inutili duplicazioni, il 75% vorrebbe comunicare via PEC nella massima riservatezza, il 74% vorrebbe poter accedere a tutti i servizi online con una sola password. 

Instagram compie 11 anni. Come usarla in modo sicuro?

Instagram celebra il suo 11° compleanno: in questo breve arco di tempo è riuscita a trasformarsi da un piccolo servizio di condivisione di foto in uno dei social network più popolari al mondo. E oggi tramite Instagram gli utenti possono avere accesso a negozi online, incontrare persone con le stesse passioni, prenotare i servizi più disparati, o anche ‘incontrare l’amore’. Secondo quanto riportato dai dati di eMarketer a oggi Instagram conta 1,074 miliardi di utenti in tutto il mondo. Tenuto conto del numero elevato di utenti che ogni giorno accedono alla piattaforma gli esperti di Kaspersky hanno stilato una lista di raccomandazioni su come mantenere protetti i dati sensibili e l’account.
Primo consiglio, prestare attenzione al livello di privacy del proprio account. Questa misura di sicurezza aiuta a evitare che i criminali informatici entrino in possesso delle informazioni personali. Una possibile opzione è rendere appunto privato l’account Instagram, in modo che i propri post siano visibili solo a follower approvati.

Cancellare le proprie tracce digitali e proteggere i dati personali

Verificare, controllare e cancellare le proprie tracce digitali, rimuovendo, ad esempio, le informazioni sui metodi di pagamento dall’account, è fondamentale per proteggersi da furti di dati. Nell’app ci sono istruzioni per configurare iOS e Android in tal senso. Inoltre, è raccomandabile rimuovere il numero di telefono per evitare di essere contattato da sconosciuti. Proteggere i dati personali è poi una misura che aiuterà a mantenere il controllo dei dati condivisi con la piattaforma. In primo luogo, rimuovere i contatti sincronizzati, che Instagram utilizza per offrire suggerimenti su account da seguire o mostrare annunci mirati. Allo stesso modo, bloccare le applicazioni di terze parti collegate al proprio account Instagram: questo permette di eliminare attività non autorizzate sul proprio account, riducendo il rischio di perdita di dati.

“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”

Ovviamente, non utilizzare la stessa password per l’account Instagram e per altri servizi. I programmi di password manager possono aiutare a memorizzare una sola password principale e a superare la difficoltà di doverne memorizzare di più complesse.
“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” è comunque la regola migliore per proteggere i dati personali e i dispositivi. I link malevoli possono essere inviati da amici, colleghi o anche partner di gioco online i cui account sono stati compromessi. Pertanto, verificare la validità dei link ricevuti prima di cliccarci sopra, inserendo l’indirizzo web direttamente nel browser o puntando il cursore sul link per valutarne la legittimità. Inoltre, prestare attenzione alla condivisione di scansioni e foto, soprattutto quando si tratta di documenti d’identità, biglietti e documenti di fatturazione. E non condividere le informazioni sui propri spostamenti e sugli orari di viaggio. 

Dispositivi IoT, raddoppia il numero di attacchi informatici

I dispositivi IoT (Internet of Things) smartwatch, serrature, fitness tracker e molti altri sono ormai ovunque. Secondo gli analisti del mercato IoT, ogni secondo vengono connessi a Internet 127 nuovi dispositivi. Dato il numero elevato, questi dispositivi attirano l’attenzione non solo degli utenti entusiasti, ma anche dei criminali informatici. Durante i primi sei mesi del 2021 gli honeypot di Kaspersky, software che imita un dispositivo vulnerabile, hanno rilevato oltre 1,5 miliardi di attacchi indirizzati a dispositivi IoT. Il numero è raddoppiato rispetto al semestre precedente.

Nel primo semestre 2021, 1.515.714.259 tentativi di infezione

Per tracciare e prevenire gli attacchi contro i dispositivi smart, gli esperti di Kaspersky hanno creato degli honeypot, letteralmente “barattoli di miele”. Si tratta di software speciali che imitano un dispositivo vulnerabile. Distribuiti pubblicamente su Internet, gli honeypot simulano i dispositivi reali e funzionano come trappole per i criminali informatici. Secondo l’analisi dei dati raccolti dagli honeypot creati da Kaspersky, c’è una tendenza costante all’aumento del numero di attacchi ai dispositivi IoT. Nel primo semestre 2021 il numero totale di tentativi di infezione è arrivato a 1.515.714.259, mentre nei sei mesi precedenti ne sono stati registrati 639.155.942.

Attacchi provenienti dall’Italia, +93%

Nella maggior parte dei casi, i tentativi di connessione hanno utilizzato il protocollo telnet (utilizzato per accedere a un dispositivo e gestirlo da remoto), mentre i restanti hanno utilizzato SSH e web. Anche il numero di attacchi IoT provenienti dall’Italia ha subito una notevole crescita nell’ultimo periodo, con un incremento del 93%. Nel secondo semestre del 2020, infatti, il numero di attacchi registrati ammontava a 1.892.200, mentre nel primo semestre del 2021 il dato è raddoppiato, raggiungendo i 3.650.500. I criminali informatici che prendono di mira i dispositivi IoT tengono i loro toolset sempre aggiornati. Gli esperti di Kaspersky segnalano che sempre più exploit vengono usati come arma dai criminali informatici, e che i dispositivi infetti vengono spesso utilizzati per rubare dati personali, per il mining di criptovalute, e per i più tradizionali attacchi DDoS.

I cybercriminali spostano l’attenzione verso l’Internet of Things

“Da quando i dispositivi IoT, come smartwatch e accessori smart per la casa, sono diventati una parte essenziale della nostra vita quotidiana, i criminali informatici hanno sapientemente spostato la loro attenzione in quest’area – commenta Dan Demeter, security expert di Kaspersky -. Abbiamo notato che gli attacchi si sono intensificati con l’aumento dell’interesse degli utenti verso questo tipo di dispositivi. Le persone credono di non essere abbastanza importanti per essere vittima di un hacker, ma nell’ultimo anno abbiamo potuto osservare un grande aumento degli attacchi verso i dispositivi IoT. La maggior parte di questi attacchi si può prevenire, ecco perché consigliamo ai possessori di smart home di installare una soluzione di sicurezza affidabile, che li aiuti a proteggersi”. 

Occhio alla sicurezza online anche sotto l’ombrellone: le 8 regole d’oro

“L’estate può essere un momento ideale per gli hacker, che approfittando delle distrazioni degli utenti possono accedere ad account e dispositivi, o rubare dati e informazioni tramite phishing”, spiegano i quattro ricercatori e professori del Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni del Politecnico di Torino nonché fondatori di ToothPic, la startup specializzata in cybersecurity. E ad accendere l’attenzione sulla sicurezza online quando si è in vacanza è proprio ToothPic, che dall’autenticazione a due fattori al check della domotica prima di partire per le vacanze, suggerisce 8 regole d’oro per proteggersi dagli attacchi hacker e dai furti di identità online, anche sotto l’ombrellone.

Regola numero 1: inserire credenziali e password sempre diverse

La prima regola comunque è inserire credenziali sempre diverse senza lasciare vecchie password. Scegliere sempre password complesse è fondamentale per proteggere le proprie utenze. Non devono essere banali né troppo corte, altrimenti gli hacker possono intervenire con attacchi diretti a brute force. Ma non solo. Toothpic suggerisce anche di attivare l’autenticazione a due fattori, e se possibile, attivare sempre l’autenticazione multifattore quando l’utente si registra a un servizio online. 

Fare attenzione agli hotspot pubblici

Inoltre, fare attenzione al phishing ed essere diffidenti sotto l’ombrellone: meglio non rispondere mai a messaggi o email, anche se in arrivo da mittenti che sembrano fidati o conosciuti, in cui vengono chiesti dati di autenticazione. La quinta regola di Toothpic è fare anche attenzione agli hotspot pubblici: quando si è in viaggio bisogna fare attenzione alle connessioni pubbliche di bar, ristoranti, stabilimenti balneari e alberghi perché potrebbero non avere sistemi di sicurezza adeguati. La sesta regola d’oro è poi quella di controllare i servizi online, perché anche se si è in vacanza, è bene fare sempre un check costante ai propri servizi online. In questo modo si può intervenire immediatamente se ci si accorge che le credenziali sono state rubate o clonate.

Meglio sistemare la domotica prima di partire

Vanno inoltre aggiornati i dispositivi, ricorda Adnkronos: mentre si prepara la valigia è meglio fare anche un aggiornamento dei propri software installati nel computer, nel tablet e nello smartphone. Infine, occhio a sistemare la domotica: quando si parte per le vacanze può essere necessario impostare dispositivi connessi come telecamere per controllare casa anche a distanza. In questo caso, bisogna ricordarsi di cambiare la password admin, poiché se si mantengono gli account di default si è più esposti al rischio che persone esterne accedano alle immagini registrate dalla videocamera.

Il verde in città ha effetti positivi su salute e pianeta

Sono molteplici i vantaggi degli spazi cittadini verdi e pubblici sul benessere psico-fisico e la qualità della vita delle persone. Il 5 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, Greenpeace ha lanciato il rapporto Greening the Cities, che oltre a evidenziare i benefici del verde in città, mette in risalto la necessità per gli amministratori e amministratrici delle città italiane di investire di più nelle aree verdi e pubbliche ad accesso equo per tutte e tutti. Il rapporto di Greenpeace mira quindi a promuovere una vera transizione ecologica nelle città per affrontare la crisi climatica e sanitaria.  

Tanti benefici, non solo sull’organismo, ma anche sulla mente

Dalla riduzione del rischio di numerose malattie croniche in età adulta, come diabete e condizioni cardiovascolari, obesità e asma, all’accelerazione del recupero dopo un intervento chirurgico, alla riduzione dei ricoveri ospedalieri e alla mortalità prematura fino a migliori esiti della gravidanza: sono questi i benefici di una città più green per tutti. Lo studio menziona però anche di un miglioramento delle funzioni cognitive e della salute mentale, legato a miglioramenti nello sviluppo comportamentale, come difficoltà ridotte, sintomi emotivi e problemi di relazione tra pari.

Centri urbani più sicuri e resilienti ai cambiamenti climatici

“Aumentare le aree verdi e pubbliche significa prendersi cura della salute di cittadine e cittadini e garantire un tessuto sociale sano e attivo – dichiara Chiara Campione, coordinatrice del progetto Hack Your City di Greenpeace -. Rendere più verde lo spazio pubblico aiuta a combattere la disuguaglianza, promuove l’inclusione della comunità e rende le città più sicure e più resilienti ai cambiamenti climatici in corso”. Sebbene la disponibilità e l’accessibilità di spazi verdi urbani nelle grandi città del mondo sia aumentata rispettivamente del 4,11% e del 7,1% negli ultimi 15 anni, solo una manciata di città ha soddisfatto pienamente lo standard dell’Oms sulla disponibilità che stabilisce un minimo di 9 metri quadri di spazi verdi per abitante, per non parlare del valore ideale di 50 m² pro capite. 

Un’opportunità per riequilibrare il nostro rapporto con la natura

Anche nelle città che soddisfano alcuni di questi standard però ciò non si traduce necessariamente in parità di accesso allo spazio verde per tutta la cittadinanza. Più della metà della popolazione mondiale, 4,2 miliardi di persone, vive nelle città, e questo numero è destinato ad aumentare del 70% entro il 2050. Le città sono i centri dell’attività economica, e rappresentano oltre il 70% delle emissioni globali di gas serra. Per l’organizzazione ambientalista gli spazi verdi, riferisce Adnkronos, devono essere considerati non solo un investimento per la salute pubblica e sociale, ma un’opportunità per riequilibrare il nostro rapporto con la natura, rallentare la crisi climatica e proteggerci da future pandemie.

Al Sud più felici al lavoro

Il Sud è l’area geografica italiana più felice e soddisfatta del proprio impiego, tanto che alla domanda: Quando mi sveglio per andare a lavorare mi sento felice? il Sud risponde con una concentrazione di risposte con punteggio tra 4 e 6, dove a 1 corrisponde ‘per niente d’accordo’ e 6 ‘totalmente d’accordo’. Di contro, il Nord-Est esprime una forte negatività, con la maggior parte delle risposte tra 1 e 3. Ma il Sud risponde positivamente anche alle domande Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto? (67,7% di risposte positive), Sento un forte senso di appartenenza alla mia organizzazione? (68,7%), e I miei meriti vengono riconosciuti? (58,2%), mentre a Nord-Est rispondono rispettivamente con il 57%, 55,5% e 41%. Lo evidenzia la terza analisi dell’Associazione Ricerca Felicità sullo stato di felicità e benessere dei lavoratori italiani attivi.

Differenze anche tra i due estremi settentrionali della Penisola
Oltre che tra Sud e Nord le differenze si riscontrano anche tra i due estremi settentrionali della Penisola, dove il Nord-Est (Triveneto ed Emilia-Romagna), sembra segnalare un maggior senso di isolamento (34,4%), meno felicità (65.6%) e una maggior sensazione di essere tagliati fuori rispetto al Nord-Ovest (34,4%), formato da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia rispettivamente con il 20,4%, 79.4% e 19,7%.

Il Nord-Ovest non è molto gratificato del proprio impiego
Complessivamente, dunque, il Nord-Ovest presenta una popolazione attiva che si ritiene felice e per nulla isolata dagli altri, ma non molto gratificata del proprio impiego e delle opportunità che offre, fatta eccezione per il senso di appartenenza all’organizzazione, invece ben sentito dai lavoratori (62,6%). Spostandosi al centro Italia si denota un benessere stabile e una forte coesione sociale, sebbene, anche in questo caso, emerga l’insoddisfazione riguardo l’attività lavorativa. Questo malcontento aumenta volgendo lo sguardo verso le opportunità professionali.

Escludendo le regioni meridionali non vi è soddisfazione tra i lavoratori
“In linea generale, escludendo le regioni meridionali non vi è una forte soddisfazione tra i lavoratori: la popolazione attiva del sud è l’unica a rispondere positivamente anche all’affermazione ‘Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto’ – afferma Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità -. Possiamo quindi affermare che il Sud Italia è più felice, più appagato e appassionato alla sua attività lavorativa, nonostante provi un leggero senso di isolamento. Non abbiamo risposte certe e non le cercavamo – continua Dallavalle -, volevamo avere dati oggettivi su cui partire per farci le giuste domande. Il nostro invito alle istituzioni e a ogni sorta di organizzazione per un confronto costruttivo su cosa si celi dietro alle sensazioni emerse, è sempre valido”.

Come sarà il 2020? Previsioni, aspettative e speranze dei cittadini del mondo

Il nuovo anno è iniziato, e Gallup International ha pubblicato i risultati della 43a edizione del Sondaggio Mondiale di Fine Anno su previsioni, aspettative e speranze dei cittadini di 46 paesi di tutto il mondo. Come sarà quindi il 2020 per i cittadini del nostro Pianeta? Secondo Gallup, di cui BVA-Doxa è partner per l’Italia, per il 37% della popolazione mondiale il 2020 sarà migliore, mentre 1 cittadino su 4 è pessimista. In particolare, le popolazioni del Medio Oriente sono prevalentemente pessimiste (52%), ma l’Europa occidentale è l’area più pessimista dopo quest’area. Inoltre, i Paesi non appartenenti all’Unione Europea sono 2 volte più ottimisti dei Paesi europei occidentali, e in India e nei Paesi dell’Asia Occidentale (Afghanistan, Azerbaijan, Kazakhstan, Pakistan, Turchia) prevalgono previsioni ottimistiche. Anche se gli Americani sono significativamente più fiduciosi dei Russi.

Nigeria, Perù e Albania i più ottimisti, Libano, il più pessimista

A livello di singoli Paesi, i più ottimisti sono Nigeria (73%), Perù e Albania (70%), Kazakhstan (67%) e Armenia (62%). Tra i i paesi pessimisti invece, al primo posto c’è il Libano (76%), seguito da Hong Kong (68%), Giordania (60%) e Italia (59%). In ogni caso, i dati su previsioni e aspettative appaiono fortemente correlati all’età e al livello d’istruzione. Gli intervistati d’età inferiore ai 35 anni e con titoli di studio più elevati risultano significativamente più ottimisti, mentre la religione sembra non essere un fattore discriminante. Con un’eccezione, gli induisti, di gran lunga più ottimisti.

La Colombia è il Paese più felice, la Giordania il più infelice

Per quanto riguarda le percezioni relative alla felicità personale, nella Top Five dei Paesi più felici secondo il Global Happiness Indexdi Gallup, al primo posto si piazza la Colombia, dove i felici superano gli infelici di 88 punti. Al secondo l’Indonesia (86), seguita dall’Ecuador (85), il Kazakhstan (83), la Nigeria e le Filippine (78). I Paesi meno felici sono invece la Giordania, dove gli infelici superano i felici di 38 punti, il Libano (-15), la Siria (-7), Hong Kong e Iraq, con un saldo però positivo di +5 punti.

Italia al 31° posto del Global Happiness Index

E l’Italia? Il nostro Paese si trova circa a due terzi della classifica, al 31° posto, con 42 punti. Risultato del 48% di felici (ma solo 2% molto felici e 46% abbastanza), e 6% di infelici. E una porzione piuttosto ampia (45%) di nostri concittadini si schiera al centro della scala, dichiarandosi né felici né infelici.

Giovani e giovanissimi sono però molto più felici della propria vita rispetto agli individui di età più avanzata. In particolare, tra i 15 e i 17 anni i felici sono 3 su 4 (76%), tra i 18-34 anni 2 su 3 (65%), e 6 su 10 (59%) nella fascia 35-44.

La porzione dei felici si attesta poi al 45% tra i 45 e i 64 anni, per scendere (29%) nella fascia over 64.