Archivi autore: Gianluca Pirovano

Il timbracartellini per la rilevazione delle presenze

Grazie ad un timbracartellini, oggi è molto più facile registrare il proprio ingresso o uscita dalla sede di lavoro e dunque testimoniare la propria presenza all’interno della sede lavorativa. In passato, i lavoratori erano costretti a firmare un apposito registro e perdere del tempo, dovuto alle inevitabili code di dipendenti che avevano necessità di firmare l’ingresso o l’uscita tutti nella stessa fascia oraria e dunque in un arco di tempo pressoché ristretto.

Il lavoro dell’ufficio buste paga diventa più semplice

Oggi questo non è più necessario grazie ai timbracartellini commercializzati da Cotini srl, i quali consentono di registrare l’ingresso o l’uscita in maniera davvero rapida e senza possibilità di errore. Il timbracartellini va a registrare all’evento (ovvero l’ingresso o l’uscita del dipendente) evidenziando con un asterisco un eventuale ritardo oppure uscita anticipata, trasmettendo direttamente queste informazioni all’ufficio buste paga rendendo così anche più semplice il lavoro di chi lavora in amministrazione. Il dipendente ha la certezza che il proprio ingresso o uscita siano stati registrati grazie all’apposito avviso acustico che il timbracartellini mette ogni qualvolta rileva appunto un cartellino che viene inserito.

Una soluzione efficace per limitare gli accessi in azienda

Questa è al tempo stesso un’ottima possibilità non solo per rilevare le presenze, ma anche per limitare gli accessi esclusivamente nei confronti di coloro che sono autorizzati. Esistono differenti modelli di timbracartellini, ciascuno con caratteristiche che lo rendono particolarmente adattabile a determinati tipi di ambienti lavorativi, anche i più polverosi. Vi sono ad esempio quelli con display che consentono di poter leggere l’orario anche a grande distanza, che sono dunque particolarmente adatti a grandi ambienti. Ad ogni modo è possibile posizionare il timbracartellini sia su di un tavolo che su una parete, in base alle preferenze individuali. Alcuni modelli sono infine dotati di batteria al litio, la quale consente al dispositivo di continuare a funzionare per qualche ora anche in assenza di corrente, continuando così a fare il suo lavoro nonostante la momentanea interruzione di energia elettrica.

Il bonus vacanze supera il milione di richieste

I numeri delle richieste del bonus vacanze introdotto dal Governo per sostenere l’industria turistica e le famiglie sono in crescita continua, con una partecipazione nelle Regioni che segue il normale andamento del turismo interno. Emilia Romagna, Puglia e Toscana sono le regioni dove è stato utilizzato più di un terzo dei bonus erogati. Secondo il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, i bonus vacanze erogati hanno superato il milione, “e continuano ad aumentare le strutture ricettive che aderiscono a questa importante iniziativa che supporta il turismo e la spesa delle famiglie a reddito medio basso”.

140 mila famiglie hanno già speso oltre 60 milioni di euro in circa 10 mila strutture

I numeri quindi sono in crescita, e “dopo solo un mese dall’entrata in vigore sono più di un milione i bonus vacanze ottenuti attraverso l’app IO, per un valore economico pari a 450 milioni di euro”, ha proseguito il ministro.

“Al momento sono oltre 140 mila le famiglie che hanno già speso i bonus in circa 10 mila strutture, immettendo così nel settore turistico oltre 60 milioni di euro – ha aggiunto Dario Franceschini -. Un modo efficace per sostenere le imprese turistiche e le famiglie italiane”. Ma anche in vacanza, sottolinea il ministro “occorrono prudenza e rispetto delle regole”, perché l’emergenza Covid-19 non è ancora finita.

In Emilia Romagna, Puglia e Toscana è stato utilizzato più di un terzo dei bonus erogati

Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate riportati dal Mibact la ripartizione territoriale delle spese degli italiani sta avvenendo tra le regioni con un trend non molto difforme dai normali flussi del turismo interno. Le prime tre regioni in cui si sono concentrate le spese sono l’Emilia Romagna, la Puglia e la Toscana dove, nell’insieme, è stato utilizzato più di un terzo dei bonus erogati.

Più in particolare, in Emilia Romagna è stato speso il 16% dei bonus, per un valore di più di 9,5 milioni di euro, in Puglia il 10%, per un valore di oltre 6 milioni di euro, e in Toscana circa il 7%, per un valore di più di 4 milioni di euro, riporta Ansa.

Ogni struttura aderente all’iniziativa ha ospitato mediamente 11 nuclei familiari

I dati evidenziano inoltre che le famiglie italiane stanno decidendo dove trascorrere le vacanze anche in funzione della presenza sui territori di alberghi, campeggi e bed & breakfast che aderiscono all’iniziativa. A livello nazionale sono circa 10 mila le strutture dove è già stato possibile spendere i bonus, e in questo primo mese, ognuna di esse ha ospitato mediamente 11 nuclei familiari.

A livello territoriale, il podio per numero di strutture aderenti pone in testa l’Emilia Romagna, con il 13% del totale, seguita dal Trentino Alto Adige (9%) e la Toscana (7%).

Vacanze 2020 per il 54% degli italiani, il 10% in meno dell’anno scorso

Quest’estate andrà in vacanza il 54% degli italiani, quasi il 10% in meno rispetto all’estate del 2019. Secondo le rilevazioni dell’osservatorio mensile di Findomestic per il mese di luglio, il 27% degli italiani è ancora indeciso, e il 14% rinuncia alle vacanze per paura del coronavirus. Un 22% invece, anche se ha già previsto di partire, non sa ancora dove andare. Per il 67% la spesa di queste vacanze, quasi esclusivamente entro i confini nazionali, e mediamente come in passato. Secondo Findomestic a giugno l’aumento maggiore per le intenzioni d’acquisto degli italiani è stato proprio nel settore dei viaggi, che segnano un +38,3% di propensione all’acquisto rispetto a maggio,

Il 14% preferisce restare in Italia per timore di non essere gradito all’estero

Tra chi andrà in vacanza, riporta Askanews, il 67% prevede di spendere nel 2020 come negli anni passati, mentre il 25% spenderà di meno, e solo l’8% spenderà di più.

“Tra chi partirà – segnala Findomestic – l’89% ha come obiettivo l’Italia e ha scelto la penisola per sostenere la nostra economia (53%), ma anche perché non vorrebbe avere ‘problemi sanitari’ al di fuori dei confini nazionali (31%)”. C’è però un 14% che preferisce restare in Italia per timore di non essere gradito all’estero, che nonostante i dubbi resta la meta prescelta per l’11% dei vacanzieri.

Al Sud il Covid non ha cambiato le abitudini relative alle vacanze

Coloro che per trascorrere le vacanze prevedono di spostarsi in altre regioni sono gli abitanti del Nord-ovest, soprattutto i lombardi, mentre chi abita al Sud preferisce rimanere nella propria regione. Al Centro e nel Nord-est si privilegeranno invece le regioni vicine. Al Sud le abitudini in materia di vacanze non sono cambiate radicalmente a causa del Covid-19, tanto che è proprio al Sud la percentuale più alta di chi afferma che rimarrà in Italia come ha sempre fatto. Ma dove alloggeranno i vacanzieri del 2020? Alberghi e villaggi turistici (34%) “rimangono le strutture preferite dagli italiani per il soggiorno – spiega ancora Findomestic – ma cresce la percentuale di chi mette nel mirino case in affitto (32%), b&b e agriturismi (21%), segno che si cerca un maggiore distanziamento sociale”.

I veneti andranno in auto, l’Emilia-Romagna è pronta ad accogliere tutti

Secondo l’osservatorio nel Mezzogiorno e nelle isole c’è anche “il numero più alto di chi sostiene che sia meglio restare in Italia per timore di trovarsi ad affrontare problemi sanitari all’estero”.

Quanto al mezzo di trasporto usato per spostarsi il Veneto più di altre regioni preferirà spostarsi in auto per timore di tornare a viaggiare in treno o in aereo. La vocazione turistica emiliano-romagnola invece non viene smentita nemmeno dal coronavirus: questa è infatti la regione che si dichiara più pronta ad accogliere turisti da ogni destinazione. A partire dai lombardi, che più di tutti avvertono la sensazione di non essere graditi oltreconfine.

In Italia la bioeconomia vale 345 miliardi di euro

Oltre due milioni di occupati nel 2018 e una produzione arrivata a quota 345 miliardi di euro. Sono i numeri italiani della bioeconomia, il sistema che utilizza le risorse biologiche, inclusi gli scarti, per la produzione di beni ed energia.

Secondo la sesta edizione del report dal titolo La bioeconomia in Europa, realizzato dalla direzione Studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, il nostro Paese è al terzo posto in Europa per fatturato, dopo Germania (414 miliardi) e Francia (359 miliardi).

In Europa una crescita stimata di oltre 7 miliardi rispetto al 2017

A quanto emerge dal report in Europa la bioeconomia è stimata in crescita di oltre 7 miliardi rispetto al 2017, pari a un +2,2%. Questo, grazie in particolare al contributo della filiera agroalimentare, ma risulta in crescita anche il mondo delle startup innovative della bioeconomia. In Europa sono infatti state censite 941 start-up innovative, pari all’8,7% di quelle iscritte a fine febbraio 2020 al registro camerale (quota che sale al 17% per le iscritte dei primi due mesi del 2020), con oltre il 50% dei soggetti operativi nella R&S e nella consulenza.

La filiera agroalimentare genera oltre la metà del valore della produzione e dell’occupazione

La filiera agroalimentare, cui è dedicata questa edizione del rapporto, “è uno dei pilastri della bioeconomia, generandone oltre la metà del valore della produzione e dell’occupazione – si legge nel report di Intesa Sanpaolo -. Il sistema agroalimentare italiano si posiziona ai primi posti in Europa, con un peso sul totale europeo del 12% in termini di valore aggiunto e del 9% in termini di occupazione”. Nel ranking del valore aggiunto europeo del settore agricolo, riporta Askanews, sono italiane 6 regioni su 15.

Agrifood Made in Italy: una specializzazione in prodotti a elevato valore aggiunto

La filiera agroalimentare italiana “è altamente integrata nel contesto europeo e ha visto crescere la proiezione sui mercati mondiali – continua il report -. Conserva al tempo stesso una forte base domestica, con quasi l’80% del valore aggiunto di derivazione nazionale, considerando non soltanto gli input prodotti internamente, ma anche l’apporto degli altri settori”.

A fronte di un tessuto produttivo maggiormente frammentato, “l’agrifood Made in Italy è caratterizzato da una specializzazione in prodotti a elevato valore aggiunto e di alta qualità – si legge ancora nel report – come dimostrano il primato europeo delle certificazioni Dop-Igp e il terzo posto mondiale in termini di quota di mercato sui prodotti del food di alta gamma”.

Spiaggia libera, ma con prenotazione: il 50% degli italiani dice sì

Tutti al mare, come intona una vecchia canzone. Però quest’estate ce la dovremo vedere ancora con le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria. E l’accesso alle spiagge dovrà essere necessariamente controllato, così da evitare affollamenti e situazioni potenzialmente pericolose. Rispettare le regole è quindi una priorità, anche in vacanza, e gli italiani ne sono consapevoli. Tanto che, come rivela l’indagine condotta per Facile.it da mUp research e Norstat, più di 1 italiano su 2 (il 51,3% pari a 22,5 milioni di individui) è d’accordo con l’introduzione di sistemi di prenotazione per accedere alle spiagge libere.

Piace ai più giovani e ai più grandi

La proposta di introdurre sistemi per prenotare un posto su una spiaggia libera piace soprattutto ai due estremi anagrafici del campione, i più giovani e i più grandi. I più giovani probabilmente perché non sono intimoriti dalle soluzioni digitali (tra i rispondenti con età compresa tra i 18 e i 24 anni i favorevoli salgono al 55,1% e al 57% tra chi ha 25-34 anni di età), gli over 65 forse perché sono più attenti alla propria salute e temono i rischi di contagio (i favorevoli in questa fascia di età sono il 58%). A livello territoriale, invece, vedono con maggiore positività un sistema di prenotazione i residenti delle regioni del Nord Ovest e del Nord Est (con percentuali prossime al 54%). Dall’altra parte, ci sono quelli poco favorevoli a simili misure: a fronte di un valore nazionale pari al 31%, la percentuale dei contrari alla prenotazione per la spiaggia sale al 41% tra gli individui con età compresa tra i 55 e i 64 anni. Sotto il profilo geografico, chi dice “no” sono in prevalenza i residenti nelle regioni del Centro, del Sud Italia e nelle Isole, forse abituati a godere delle loro spiagge in libertà.

Distanziamento sociale in spiaggia
Il distanziamento sociale in spiaggia è, e lo sarà sempre più con l’avvicinarsi dell’estate, un elemento particolarmente critico; ma se all’interno degli stabilimenti balneari privati saranno i gestori a garantire il rispetto delle regole, nelle spiagge libere, in assenza di norme precise come ad esempio l’accesso tramite prenotazione, molto dipenderà dal buon senso dei cittadini. E molti italiani intervistati nel sondaggio hanno dichiarato, con onestà, di non sapere se riusciranno a rispettare il distanziamento sociale in spiaggia. Ma c’è anche chi ha ammesso di essere sicuro di non riuscire a mantenere le distanze. Si prevede un’estate decisamente “calda”.

Gli italiani e le cooperative sostengono i prodotti Made in Italy

Sostenere il Made in Italy è importante, soprattutto in questo periodo di emergenza. La fase di grande difficoltà che stiamo vivendo spinge infatti gli italiani ad acquistare prodotti nostrani. Il che si traduce in un sostegno univoco da parte dell’opinione pubblica verso le filiere del Made in Italy.

“In questa fase di emergenza drammatica è evidente che i cittadini, sia consumatori sia lavoratori, percepiscono il rischio di un arretramento del Paese – commenta il presidente di Legacoop, Mauro Lusetti -. Le nostre sensazioni al riguardo erano corrette, e anche per andare incontro a questo sentiment stiamo predisponendo proposte concrete a sostegno delle produzioni e delle filiere nazionali”.

In prima linea nell’affrontare l’emergenza

Di fatto, l’importanza dell’acquisto di soli prodotti Made in Italy è stata espressa dall’82% degli italiani, con la percentuale più alta (86%) registrata nel ceto medio, seguito a ruota dal ceto medio-basso (82%), e a maggiore distanza, dal ceto popolare (72%). I dati emergono dalle risposte a un sondaggio condotto nell’ambito dell’Osservatorio Coronavirus, nato dalla collaborazione tra Swg e Area Studi Legacoop per testare opinioni e percezioni della popolazione di fronte ai problemi determinati dall’emergenza in corso. Per quanto riguarda i settori in cui le cooperative sono maggiormente impegnate in prima linea nell’affrontare l’emergenza, le risposte collocano al primo posto (35%) le cooperative operanti nel settore dell’assistenza sociale e sanitaria, seguite dalle cooperative agroalimentari (30%), quelle di pulizia ed ecologia (27%) e quelle della grande distribuzione (23%), riporta Agi.

Ricorrere al workers buyout nel caso chiuda l’azienda per cui si lavora

“Le nostre cooperative sono profondamente radicate nei territori e nelle comunità – aggiunge Mauro Lusetti – anche per questo, laddove possibile e permesso dai provvedimenti del Governo, nelle scorse settimane le cooperative hanno sempre continuato a lavorare per la salute delle persone e per garantire prodotti e servizi necessari alle comunità”. 

Di fronte all’eventualità di chiusura dell’azienda nella quale lavorano gli intervistati, il sondaggio ha inoltre indagato l’eventuale interesse a farla rinascere costituendo una cooperativa con i colleghi di lavoro, ovvero ricorrendo alla modalità del workers buyout. In questo caso, le risposte delineano una netta divisione delle opinioni tra chi si dice molto o abbastanza interessato (36%), e chi invece (30%) dichiara di essere poco o per niente interessato.

La cooperazione è una risposta in termini di politiche industriali

Le percentuali più alte tra chi è interessato al workers buyout si registrano al Sud (44%) e al Nordest (41%), mentre è il Centro (37%) a guidare la classifica dei non interessati. “Misuriamo ogni giorno che l’impatto di questa crisi sul sistema imprenditoriale sarà rilevante – sottolinea Lusetti – ogni impresa spazzata via disperderà competenze, lavoro, valore imprenditoriale. La cooperazione potrà essere anche in questo senso una delle possibili risposte in termini di politiche industriali. Le nostre proposte sono sul tavolo e saranno avanzate in ogni occasione ci sia possibile farlo”. 

A casa, ma con quello che mi piace: volano acquisti on line di attrezzi per fitness e macchine del caffè

Costretti a casa sì, ma senza privarsi di proprio tutte le proprie passioni. Così gli italiani corrono ai ripari e fanno entrare tra le mura domestiche diversi prodotti utili a mantenere almeno un po’ di normalità. E, ovviamente, visto che è obbligatorio restare al proprio domicilio l’ecommerce ha un ruolo fondamentale in questo preciso momento storico, per alleviare la “reclusione” forzata. In questo contesto, eBay ha voluto approfondire come gli italiani si stiano attrezzando per trascorrere il tempo nelle proprie case, proprio a partire dalle scelte d’acquisto online, riuscendo a soddisfare le esigenze prioritarie senza dover uscire e tutelando così la propria e l’altrui salute. Ecco la classifica delle tipologie di acquisti fatti dai nostri connazionali nelle ultime settimane.

Prendersi cura di se stessi

Gli italiani amano prendersi cura della propria immagine, sebbene centri di estetica e parrucchieri siano chiusi. La riprova?  Gli acquisti di prodotti di Bellezza e Salute registrano un aumento esponenziale (+62%), con incrementi fra il 20% e il 30% per Cura dei capelli (+20%), Cura del corpo (+25%), Depilazione e rasatura (+30%) e Manicure e pedicure (+31%).

In forma anche in salotto

Ma non c’è solo la bellezza, c’è anche la forma. L’aumento dell’acquisto di articoli quali integratori alimentari (+59%) e rimedi naturali e alternativi (+23%), in concomitanza all’aumento della richiesta di attrezzi per Palestra fitness corsa yoga (+15%), confermano volontà di perseguire la cura del benessere psicofisico. Anche perché è impossibile condurre una normale attività fisica in palestra o all’aperto.

Il bar in cucina

Vivere maggiormente la casa, ci spinge a prendercene maggior cura. Le persone sembrano avere incominciato anzitempo le pulizie di primavera, infatti gli acquisti in generale per la casa sono aumentati del 15%, con particolare interesse per la categoria dedicata alla Pulizia e bucato (+14%). Fra gli elettrodomestici invece (cresciuti in generale del 14%) spopolano le Macchine da caffè (+39%), segno di quanto non poter più far conto sul caffè al solito bar o in ufficio, abbia spinto molti ad attrezzarsi fra le mura domestiche.

Fare bello il balcone o il terrazzo

Dedicarsi al giardinaggio è un’occupazione utile per passare del tempo in serenità e per allontanare lo stress. Per tutti coloro che hanno a disposizione un giardino, un terrazzo o anche solo un angolo verde in casa, gli articoli da giardinaggio in generale sono cresciuti del +16%. In particolare, aumentano gli acquisti di prodotti per proteggere le piantine già esistenti: fitosanitari e pesticidi registrano un +81%.

Pmi italiane, le più tartassate d’Europa per le bollette

Le piccole e le medie imprese italiane sono le più tartassate d’Europa, almeno per quanto concerne i conti da pagare in fatto di energia. Proprio così: per le nostre Pmi le bollette di luce e gas sono le più pesanti del Vecchio Continente. Lo rivela la Cgia, che ha recentemente diffuso i dati relativi ai consumi energetici, anche in ambito domestico.

Quanto spende una famiglia italiana?

Per quanto riguarda il prezzo dell’energia elettrica per una famiglia con un consumo domestico medio annuo compreso tra 2.500 e 5.000 KWH, ad esempio, il nostro Paese si colloca al quinto posto con un rincaro rispetto al dato medio dei Paesi dell’area euro pari all’1,4%. Non va purtroppo meglio per il gas: il costo medio che viene caricato sulle spalle di una famiglia italiana con un consumo domestico compreso tra 20 e 200 GJ (Giga Joule – unità di misura dell’energia) è il secondo tra i 19 Paesi che utilizzano la moneta unica. Questo dato significa che, nella media di tutti i Paesi dell’area euro, noi italiani dobbiamo sborsare un consistente 8,2% in più. Ma per le imprese, specie quelle medio-piccole, la situazione è decisamente più complicata e, soprattutto, costosa.

I conti in tasca alle piccole e medie imprese

L’analisi della Cgia mette in luce che le bollette che le imprese italiane devono accollarsi sono in assoluto le più care. Rispetto alla media dei 19 Paesi che utilizzano la moneta unica, il costo medio dell’energia elettrica praticata alle attività produttive di casa nostra è superiore del 29,6%. Per quanto concerne il gas, le nostre Pmi, invece, lo pagano il 18,5% in più rispetto la media dei Paesi analizzati.

Nel nostro Paese però ci sono stati dei cali

Anche se il gas rappresenta una voce di spesa importante rispetto agli altri Paesi Ue, nel corso del 2019 ci sono stati dei cali nelle tariffe. In base ai dati diffusi dalla Cgia, le tariffe in Italia hanno infatti continuato ad aumentare e le uniche in controtendenza sono state il gas (-0,9%) e i servizi telefonici (-6,1%). Queste voci, assieme alle corse dei taxi (+0,5%) e ai pedaggi sono le sole tariffe ad essere rimaste al di sotto dell’inflazione che, l’anno scorso, è salita dello 0,6%. Tra le voci che hanno messo a segno i rincari più significativi ci sono invece i trasporti urbani (+2,6%), i servizi postali (+3,4%), l’energia elettrica (+5%), i trasporti ferroviari (+7%) e la fornitura dell’acqua (+2%).

Il lavoro dei sogni per la Generazione Z? Lo stesso dei loro predecessori

Cambiare tutto per non cambiare niente: mutuata dal celebre romanzo Il Gattopardo, questa definizione potrebbe adattarsi perfettamente ai sogni – almeno quelli lavorativi – dei ragazzi della cosiddetta Generazione Z. Già, perché i nativi digitali – le persone nate in pieno boom tecnologico – aspirano alle stesse professioni di chi li ha preceduti. Gli enormi cambiamenti nel mondo del lavoro negli ultimi due decenni hanno avuto un impatto limitato sulle aspettative di carriera degli adolescenti, che sono diventate più concentrate in meno occupazioni, secondo un nuovo rapporto dell’OCSE.

Le “solite” 10 professioni

In base alle cifre emerse dall’ultimo sondaggio Pisa – i test a cui partecipano 80 paesi del mondo e che in Italia vengono somministrati agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado –  si scopre che il 47% dei ragazzi e il 53% delle ragazze intervistati in 41 paesi si aspettano di svolgere uno dei soli 10 lavori popolari entro i 30 anni. Le percentuali scaturite dall’indagine (che ha coinvolto dei quindicenni) rivelano un restringimento delle aspettative, dato che queste quote sono aumentate di otto punti percentuali per i ragazzi e di quattro punti percentuali per le ragazze rispetto all’analoga rilevazione del 2000. Il rapporto afferma che il restringimento delle scelte di lavoro è guidato dai giovani provenienti da contesti più svantaggiati e da coloro che sono risultati più deboli nei test Pisa in lettura, matematica e scienze.

Medici, insegnanti, ingegneri, poliziotti…

Nulla è cambiato nel corso dei tempi. Le “classiche” occupazioni del secolo scorso (ma anche di quello precedente) come medici, insegnanti, veterinari, dirigenti d’azienda, ingegneri e agenti di polizia, sono sempre le più desiderate e ambite dai giovani. Si tratta di professioni che, evidentemente, non hanno subito la perdita di fascino causata dal passare degli anni e hanno retto all’avvento dei social media e all’accelerazione delle tecnologie come l’intelligenza artificiale sul posto di lavoro.

I ragazzi non conoscono i “nuovi” lavori Tuttavia questa continuità con il passato, anche per ciò che concerne il lavoro desiderato, potrebbe non essere positiva. Il direttore dell’istruzione dell’OCSE Andreas Schleicher, riporta Italpress, ha dichiarato: “È preoccupante che i più giovani scelgano il lavoro da sogno da un piccolo elenco delle professioni più popolari e tradizionali, come insegnanti, avvocati o dirigenti d’azienda. I sondaggi mostrano che troppi adolescenti stanno ignorando nuovi tipi di lavori che stanno emergendo, in particolare con la della digitalizzazione”. Nei Paesi più evoluti, però, questo andamento è diverso: in Germania e Svizzera, ad esempio, meno di quattro giovani su dieci esprimono interesse per i soliti 10 posti di lavoro. In Indonesia, invece, il 52% delle ragazze e il 42% dei ragazzi sognano una delle sole tre carriere: imprenditori, insegnanti e, tra ragazze, medici o, tra ragazzi, forze armate. Gli adolescenti tedeschi mostrano una gamma molto più ampia di interessi professionali, che riflettono meglio i modelli attuali della domanda del mercato del lavoro.

Come sarà il 2020? Previsioni, aspettative e speranze dei cittadini del mondo

Il nuovo anno è iniziato, e Gallup International ha pubblicato i risultati della 43a edizione del Sondaggio Mondiale di Fine Anno su previsioni, aspettative e speranze dei cittadini di 46 paesi di tutto il mondo. Come sarà quindi il 2020 per i cittadini del nostro Pianeta? Secondo Gallup, di cui BVA-Doxa è partner per l’Italia, per il 37% della popolazione mondiale il 2020 sarà migliore, mentre 1 cittadino su 4 è pessimista. In particolare, le popolazioni del Medio Oriente sono prevalentemente pessimiste (52%), ma l’Europa occidentale è l’area più pessimista dopo quest’area. Inoltre, i Paesi non appartenenti all’Unione Europea sono 2 volte più ottimisti dei Paesi europei occidentali, e in India e nei Paesi dell’Asia Occidentale (Afghanistan, Azerbaijan, Kazakhstan, Pakistan, Turchia) prevalgono previsioni ottimistiche. Anche se gli Americani sono significativamente più fiduciosi dei Russi.

Nigeria, Perù e Albania i più ottimisti, Libano, il più pessimista

A livello di singoli Paesi, i più ottimisti sono Nigeria (73%), Perù e Albania (70%), Kazakhstan (67%) e Armenia (62%). Tra i i paesi pessimisti invece, al primo posto c’è il Libano (76%), seguito da Hong Kong (68%), Giordania (60%) e Italia (59%). In ogni caso, i dati su previsioni e aspettative appaiono fortemente correlati all’età e al livello d’istruzione. Gli intervistati d’età inferiore ai 35 anni e con titoli di studio più elevati risultano significativamente più ottimisti, mentre la religione sembra non essere un fattore discriminante. Con un’eccezione, gli induisti, di gran lunga più ottimisti.

La Colombia è il Paese più felice, la Giordania il più infelice

Per quanto riguarda le percezioni relative alla felicità personale, nella Top Five dei Paesi più felici secondo il Global Happiness Indexdi Gallup, al primo posto si piazza la Colombia, dove i felici superano gli infelici di 88 punti. Al secondo l’Indonesia (86), seguita dall’Ecuador (85), il Kazakhstan (83), la Nigeria e le Filippine (78). I Paesi meno felici sono invece la Giordania, dove gli infelici superano i felici di 38 punti, il Libano (-15), la Siria (-7), Hong Kong e Iraq, con un saldo però positivo di +5 punti.

Italia al 31° posto del Global Happiness Index

E l’Italia? Il nostro Paese si trova circa a due terzi della classifica, al 31° posto, con 42 punti. Risultato del 48% di felici (ma solo 2% molto felici e 46% abbastanza), e 6% di infelici. E una porzione piuttosto ampia (45%) di nostri concittadini si schiera al centro della scala, dichiarandosi né felici né infelici.

Giovani e giovanissimi sono però molto più felici della propria vita rispetto agli individui di età più avanzata. In particolare, tra i 15 e i 17 anni i felici sono 3 su 4 (76%), tra i 18-34 anni 2 su 3 (65%), e 6 su 10 (59%) nella fascia 35-44.

La porzione dei felici si attesta poi al 45% tra i 45 e i 64 anni, per scendere (29%) nella fascia over 64.