Archivi autore: Gianluca Pirovano

Colloquio di lavoro, i 4 errori da non fare

Il colloquio di lavoro è un momento cruciale nella vita professionale di ognuno di noi. Un incontro che può cambiare in meglio il nostro futuro, e sul quale si investono desideri e ambizioni. Insomma, è uno snodo cruciale per ogni carriera, da giocarsi bene, anzi benissimo. Eppure, vuoi perchè è la prima volta oppure perchè è passato molto tempo dall’ultimo colloquio o ancora per un eccessivo carico di stress, capita di incorrere in un passo falso che può condurre al fallimento. Ecco i 4 errori da non fare assolutamente, come spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting.

Puntualità innanzitutto e abbigliamento adeguato

“Il primo errore banale che si può fare al momento del colloquio di lavoro è quello di presentarsi in ritardo” spiega l’esperta “per il semplice fatto che una delle prime ed essenziali doti che si cercano in un lavoratore è proprio la puntualità. Prima di recarsi a un colloquio di lavoro è quindi bene studiare il percorso che si dovrà fare – in auto, in bus o a piedi – tenendo conto del traffico e di vari altri eventuali ostacoli, come per esempio il bus in ritardo: è decisamente meglio arrivare nei pressi del luogo prestabilito con dieci minuti d’anticipo e farsi una breve passeggiata per ingannare il tempo e distendere i nervi, piuttosto che arrivare all’appuntamento con 10 minuti di ritardo”.
Il secondo errore in cui è possibile incappare è non scegliere l’abbigliamento adeguato. Anche se l’abito non fa il monaco, “di certo, in un colloquio di 20 o di 30 minuti, anche questi dettagli sono fondamentali per definire la persona che ci si trova davanti” precisa Adami. Meglio quindi vestirsi in modo idoneo, individuando quello che è il dress code dell’azienda che assume, per non rischiare né di essere troppo trasandati, né di eccedere in eleganza.

Preparazione e comportamento corretto

Al terzo posto fra gli errori “gravi” in fase di colloquio c’è quello di arrivare all’incontro impreparati. “Basta poco tempo per raccogliere qualche informazione in più sull’azienda, per imparare la sua storia e la sua filosofia: in questo modo sarà possibile affrontare il colloquio in modo migliore, e si dimostrerà di essere realmente interessati alla posizione” afferma l’esperta. Che mette in guardia anche da un altro comportamento inopportuno: mai parlare male degli ex colleghi di lavoro. Nessuno, infatti, vorrebbe assumere qualcuno che alla prima occasione sparla alle spalle.

Boom per l’app che svela la qualità di cibi e cosmetici

Chi sono i nuovi consulenti dei consumatori? Le app: basta inquadrare il codice a barre di cosmetici e cibi confezionati con il telefonino e Yuka promuove o boccia il contenuto in relazione alla qualità in relazione alla nostra salute. Con tanto di semaforo verde, giallo o rosso. Yuka è infatti l’app più usata per scansionare i prodotti e decifrare e analizzare nel dettaglio i componenti di alimenti confezionati o prodotti cosmetici. Utilizzata in 11 paesi nel mondo da oltre 20 milioni di persone, in Italia a oggi è stata scaricata oltre 10 milioni di volte. Gli adolescenti inquadrano le merendine preferite rendendosi conto in pochi secondi cosa stanno per mangiare, ma la usano anche le signore ‘beauty addicted’ per confrontare rossetti e creme con quelli dei mass market, e i neo-genitori per scegliere quali omogeneizzati acquistare.

Scoprire se il prodotto è eccellente, buono, mediocre o scarso 

Il sistema giudica infatti in modo semplice e immediato se il prodotto alimentare è eccellente, buono, mediocre o scarso tenendo conto della qualità nutrizionale, come contenuto di zuccheri, sale, calorie, fibre, grassi, la presenza di additivi e il profilo bio. Per i cosmetici Yuka considera invece le sostanze chimiche presenti, se innocue o potenzialmente dannose per la salute. L’uso di Yuka dilaga tra i consumatori, nonostante le critiche mosse dall’allora ministro Teresa Bellanova che lo scorso anno la bollò come ‘semplicistica e sbagliata’.

Un sistema credibile perché indipendente

Yuka è un’applicazione francese e valuta la qualità secondo il metodo di etichettatura ‘Nutriscore’ a semaforo, mentre in Italia si usa il sistema ‘Nutriform Battery’, che elenca in modo più preciso e dettagliato la composizione nutrizionale. Insomma, l’applicazione del momento segue il nuovo trend che vede le app scaricate sugli smartphone sempre più al centro dello shopping e della nostra vita. Gli informatici francesi che l’hanno inventata garantiscono che il sistema è credibile perché indipendente e si basa su un database mondiale che cresce di giorno in giorno. Ma, soprattutto, non riceve alcun finanziamento da parte di brand ma solo dagli utenti.

Oltre a cibo e cosmetici anche la moda

Sul fronte alimentare oltre Yuka c’è l’analoga Edo, riporta Ansa, ma esistono da qualche anno le app che rivelano marca e prezzo di vestiti e scarpe, che magari vediamo indossati da qualcuno che attraversa la strada o che notiamo sulle riviste o sui social. Come ASAP54, definita ‘lo Shazam della moda’, oppure Snap Fashion. Ci sono poi quelle che aiutano a scegliere l’outfit migliore, come My Dressing o ClosetSpace, o ancora, StyleBook. Anche sul fronte dei cosmetici cresce l’uso di applicazioni che supportano le scelte. Si va da INCIBeauty (un milione di download) a Greenity-Bio Inci cosmetici (oltre centomila download), oppure Biotiful, che traduce in termini semplici l’INCI, l’elenco ingredienti, e confronta prezzi e recensioni. Proprio come Shazam, che indovina le canzoni in pochi secondi, le nuove app mettono al centro il consumatore risolvendo dubbi e difficoltà all’istante.

Smart working nel post-pandemia: dati, numeri e trend

Con l’avanzamento della campagna vaccinale è progressivamente diminuito il numero degli smart worker, passati da 5,37 milioni nel primo trimestre del 2021 a 4,07 milioni nel terzo. A settembre, infatti, si contano complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle Pmi, 810mila nelle micro imprese, e 860mila nella PA. Il graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino dello smart working, al contrario le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre. Si prevede infatti che saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle Pmi, 970mila nelle micro imprese, e 680mila nella PA. Si tratta dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano.

Si al lavoro a distanza anche dopo l’emergenza sanitaria

Dopo la pandemia lo smart working rimarrà, o sarà introdotto, nell’89% delle grandi aziende, nel 62% delle PA, e nel 35% delle Pmi, anche se un terzo di loro prevede di abbandonarlo. La scelta di proseguire con lo smart working è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende. Ad esempio, l’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per l‘89% delle grandi imprese, il 55% delle Pmi, e l’82% delle PA. In generale, la modalità di lavoro tenderà a essere ibrida, alla ricerca di un miglior equilibrio fra lavoro in sede e a distanza. In particolare, nelle grandi imprese sarà possibile lavorare a distanza mediamente per tre giorni a settimana, e due nelle PA.

Il punto di vista dei lavoratori

Nel complesso la diffusione dello smart working ha avuto un impatto positivo sui lavoratori. Per il 39% è migliorato il proprio work-life balance, il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione e il 35% più efficace. Inoltre, secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori, e per il 31% la comunicazione fra colleghi. Ma il perdurare della pandemia e i lunghi periodi di lavoro da casa hanno anche avuto alcune ripercussioni negative: è infatti diminuita ulteriormente la percentuale di smart worker pienamente ingaggiati, passata dal 18% al 7%, e tra i lavoratori aumenta il livello di tecnostress e overworking.

I benefici sociali e ambientali

I benefici e le opportunità che derivano dallo smart working riguardano non solo le organizzazioni e i lavoratori, ma anche una maggiore sostenibilità sociale e ambientale. Secondo le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione di chi vive lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%). La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porterà poi al risparmio di 123 ore l’anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio. E in termini di sostenibilità ambientale, la sua applicazione comporterà minori emissioni: circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

Italia, connessione Internet per molti, ma non ancora per tutti

Sono ancora tantissimi gli italiani che non hanno una connessione internet: a sorpresa, il numero dei nostri connazionali completamente a digiuno della rete sono ben 4,3 milioni. E se questo numero sembra alto, è ancora più sorprendente scoprire che nel nostro paese sono addirittura oltre 13 milioni quelli che hanno connessioni malfunzionanti. E non è finita qui. A scattare la fotografia della situazione attuale delle connessioni in Italia e del rapporto fra cittadini e tecnologie è stato il report “La digital life degli italiani”, condotto dal Censis che, in collaborazione con Lenovo. Come accennato, l’analisi evidenzia che oltre i 13,2 milioni di italiani che hanno connessioni lente o traballanti, ci sono altri 22,7 milioni che lamentano qualche disagio in casa durante le attività digitali, a causa di stanze sovraffollate (14,7 milioni) o della necessità di condividere i dispositivi con i loro familiari (12,4 milioni). 

L’alba di una nuova transizione: ma 24 milioni di persone non sono al oro agio nel mondo digitale

Siamo all’alba di una nuova transizione digitale. Ora serve un progetto di società pienamente inclusiva, che possa dare risposta alla domanda ancora insoddisfatta di dispositivi, connessioni, competenze, e superare le diversità di accesso” ha spiegato Massimiliano Valerii, Direttore Generale del Censis.
Tuttavia, sono circa 24 milioni di italiani che non si sentono pienamente a loro agio nell’ecosistema digitale: 9 milioni riscontrano difficoltà con le piattaforme di messaggistica istantanea, 8 milioni con la posta elettronica, altrettanti con i social network e 7 milioni con la navigazione sui siti web e con le piattaforme che consentono di vedere in streaming eventi sportivi. 5 milioni non sanno eseguire un pagamento online e 4 milioni non hanno dimestichezza con l’uso delle app e delle piattaforme per le videochiamate e i meeting virtuali. Ma per chi riesce a navigare senza troppi problemi, riporta Ansa, i benefici nell’uso di smartphone e PC sono tangibili: 9 intervistati su 10 si dicono soddisfatti dei dispositivi che usano, considerati in linea con le attività svolte giornalmente.

Rete e Pubblica Amministrazione

In un’ottica di transizione digitale completa, l’85,3% dei cittadini spera che in un prossimo futuro possa dialogare via e-mail con gli uffici pubblici, l’85% che si possano richiedere documenti e certificati online, l’83,2% di poter pagare su internet in modo semplice e veloce tasse, bollettini e multe. Il 78,9% si aspetta di ricevere informazioni personalizzate via e-mail, sms o messaggi WhatsApp. Questa facilità di comunicazioni via web non deve però precludere la sicurezza e la protezione dei dati: il 76,4% vorrebbe poter conoscere le informazioni personali di cui la PA dispone, così da evitare inutili duplicazioni, il 75% vorrebbe comunicare via PEC nella massima riservatezza, il 74% vorrebbe poter accedere a tutti i servizi online con una sola password. 

Instagram compie 11 anni. Come usarla in modo sicuro?

Instagram celebra il suo 11° compleanno: in questo breve arco di tempo è riuscita a trasformarsi da un piccolo servizio di condivisione di foto in uno dei social network più popolari al mondo. E oggi tramite Instagram gli utenti possono avere accesso a negozi online, incontrare persone con le stesse passioni, prenotare i servizi più disparati, o anche ‘incontrare l’amore’. Secondo quanto riportato dai dati di eMarketer a oggi Instagram conta 1,074 miliardi di utenti in tutto il mondo. Tenuto conto del numero elevato di utenti che ogni giorno accedono alla piattaforma gli esperti di Kaspersky hanno stilato una lista di raccomandazioni su come mantenere protetti i dati sensibili e l’account.
Primo consiglio, prestare attenzione al livello di privacy del proprio account. Questa misura di sicurezza aiuta a evitare che i criminali informatici entrino in possesso delle informazioni personali. Una possibile opzione è rendere appunto privato l’account Instagram, in modo che i propri post siano visibili solo a follower approvati.

Cancellare le proprie tracce digitali e proteggere i dati personali

Verificare, controllare e cancellare le proprie tracce digitali, rimuovendo, ad esempio, le informazioni sui metodi di pagamento dall’account, è fondamentale per proteggersi da furti di dati. Nell’app ci sono istruzioni per configurare iOS e Android in tal senso. Inoltre, è raccomandabile rimuovere il numero di telefono per evitare di essere contattato da sconosciuti. Proteggere i dati personali è poi una misura che aiuterà a mantenere il controllo dei dati condivisi con la piattaforma. In primo luogo, rimuovere i contatti sincronizzati, che Instagram utilizza per offrire suggerimenti su account da seguire o mostrare annunci mirati. Allo stesso modo, bloccare le applicazioni di terze parti collegate al proprio account Instagram: questo permette di eliminare attività non autorizzate sul proprio account, riducendo il rischio di perdita di dati.

“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”

Ovviamente, non utilizzare la stessa password per l’account Instagram e per altri servizi. I programmi di password manager possono aiutare a memorizzare una sola password principale e a superare la difficoltà di doverne memorizzare di più complesse.
“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” è comunque la regola migliore per proteggere i dati personali e i dispositivi. I link malevoli possono essere inviati da amici, colleghi o anche partner di gioco online i cui account sono stati compromessi. Pertanto, verificare la validità dei link ricevuti prima di cliccarci sopra, inserendo l’indirizzo web direttamente nel browser o puntando il cursore sul link per valutarne la legittimità. Inoltre, prestare attenzione alla condivisione di scansioni e foto, soprattutto quando si tratta di documenti d’identità, biglietti e documenti di fatturazione. E non condividere le informazioni sui propri spostamenti e sugli orari di viaggio. 

La svolta digitale piace agli italiani: è affidabile e sicura

La svolta digitale piace agli italiani, che la considerano affidabile, sicura, da sostenere e ampliare. A confermarlo è un’indagine a cura della Fondazione Italia Digitale, presentata nell’ambito dell’iniziativa di lancio di questa nuova realtà che si occupa di cultura e policy digitali. Dall’analisi dei dati emerge infatti una sostanziale fiducia da parte dei cittadini nei confronti della digitalizzazione, vista come un’opportunità dal 75% degli intervistati in tutte le fasce di età. Fiducia anche nel rapporto con l’informazione proveniente dal web e dai social, affidabile per il 64% del campione, e nel grado di sicurezza dei servizi digitali offerti (80%).

Acquisti online e pagamenti digitali i servizi preferiti

Tra i canali più utilizzati al primo posto restano i siti web e le app (60%) seguiti dagli sportelli fisici (25%) e dai social network, che continuano la loro scalata inarrestabile tra le modalità preferite di contatto tra PA e cittadino (21%). Compie passi in avanti significativi anche l’identità digitale, attivata dal 55% del campione, mentre il 24% possiede sia una carta di identità elettronica sia lo SPID. Tra i servizi digitali guadagnano la prima posizione l’acquisto online e i pagamenti digitali (75%), seguiti dai servizi della PA (56%). Restando in tema di pagamenti verso la PA, chi predilige l’online lo fa per saldare i tributi (50%).

Facilità e semplicità i requisiti più richiesti
Ottima anche la percezione del fenomeno della digitalizzazione, vista come un processo di semplificazione (48%), e dello smart working, che viene avvertito come un’opportunità per rendere l’organizzazione del lavoro più flessibile e moderna (73%), e come mezzo per favorire l’integrazione delle categorie più fragili (84%). A tal proposito, e per mettere a sistema tutto ciò che è stato fatto finora, per il 90% degli italiani è necessario un ampio piano nazionale di cultura digitale, la cui caratteristica predominante deve essere la facilità e semplicità di utilizzo (35%).

Cresce la consapevolezza di cittadini, istituzioni e imprese

“È arrivato il momento di rendere popolare il digitale nel nostro Paese, la pandemia ha acceso un riflettore enorme: è cresciuta la consapevolezza di cittadini, istituzioni, imprese, e ora serve un salto di qualità per rendere strutturale il cambiamento – spiega Francesco Di Costanzo, presidente della Fondazione Italia Digitale -. Oggi c’è voglia di accelerare e la richiesta di digitale è sempre più forte”.
Secondo Livio Gigliuto, membro del cda della Fondazione Italia Digitale, “Il ruolo salvifico del digitale durante la pandemia sembra aver sconfitto la diffidenza degli italiani”. Non solo acquisti online e videochiamate, quindi, gli italiani ora affidano al digitale anche certificati e tributi. E chiedono “un grande piano di cultura digitale che parta da due obiettivi – sottolinea Gigliuto – semplicità di utilizzo e sicurezza”.

Investimenti finanziari, se green e responsabili piacciono di più

Gli italiani apprezzano gli investimenti, meglio se green e responsabili. Il 63,4% di loro conosce gli strumenti finanziari Esg (Environmental, Social, Governance) basati su criteri di investimento responsabile, e il 52,5% sarebbe interessato a ‘metterci soldi’. Nelle scelte di investimento l’opzione green poi piace al 63,9% degli italiani, che considera gli strumenti Esg un’opportunità per investire bene, e dare prova dei valori nei quali si crede. Anche per i consulenti finanziari gli investimenti responsabili attirano più di prima. Secondo l’82,4% la clientela è molto o abbastanza interessata ai prodotti Esg, il 76,9% nota una maggiore attenzione rispetto al periodo pre Covid-19 e il 68,3% li propone con più frequenza. Si tratta di alcuni risultati emersi dal Rapporto ‘Gli italiani e la finanza sostenibile, per andare oltre la pandemia’, realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’Associazione italiana del risparmio gestito.

Il green deve essere autentico e verificato

Gli italiani temono però il greenwashing. Per l’84,6% servono regole condivise a livello europeo, e strumenti come l’adozione di marchi con cui gli investitori possano identificare i prodotti finanziari green. L’80,8% introdurrebbe penalizzazioni per le aziende, o i fondi di investimento, che non rispettano le finalità ambientali e sociali indicate, dando anche la possibilità agli investitori di recedere dall’investimento. Anche per i consulenti finanziari occorre uno scatto in avanti in termini di autenticità e verificabilità, in particolare, creando a livello europeo un sistema di regole chiare con cui identificare i prodotti Esg (49,6%), attivando parametri con cui misurare il rispetto delle finalità ambientali, sociali e di governance (42,9%), e aumentando la trasparenza nelle informazioni e nei regolamenti (26,9%).

La sostenibilità è soprattutto ambientale

Per la maggioranza degli italiani investire in modo responsabile significa soprattutto tutelare l’ambiente. Per il 52,1% il criterio ambientale si conferma infatti come il più importante, mentre il 26,2% indica il sociale, e il 21,7% la governance.
Ancora più netta è la prospettiva dei consulenti finanziari: per il 90,7% l’ambito Esg più attrattivo per la clientela è quello ambientale (per il 6,3% l’ambito sociale e il 3% la governance). Ma avvicinare gli investitori a un’idea di sostenibilità che integri ambiente, sociale e governance è la sfida che la finanza deve vincere per contribuire all’evoluzione sostenibile.

Come ampliare la diffusione dei prodotti Esg tra gli investitori?

L’81,2% degli italiani è favorevole all’introduzione di agevolazioni e incentivi, e per il 72,5% è strategico il ruolo della consulenza finanziaria nel promuovere gli investimenti Esg. Per il 75,7% dei consulenti finanziari invece serve una formazione ad hoc sugli investimenti Esg per presentarli al meglio alla clientela. Di fatto, per virare verso gli investimenti responsabili le risorse non mancano. Nel primo trimestre del 2021 il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie è arrivato a quasi 4.900 miliardi di euro, con un aumento del 10,9% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2020. Nello stesso periodo la liquidità delle famiglie è aumentata di 85,5 miliardi di euro (+5,7%), toccando la cifra record di 1.600 miliardi.

Dispositivi IoT, raddoppia il numero di attacchi informatici

I dispositivi IoT (Internet of Things) smartwatch, serrature, fitness tracker e molti altri sono ormai ovunque. Secondo gli analisti del mercato IoT, ogni secondo vengono connessi a Internet 127 nuovi dispositivi. Dato il numero elevato, questi dispositivi attirano l’attenzione non solo degli utenti entusiasti, ma anche dei criminali informatici. Durante i primi sei mesi del 2021 gli honeypot di Kaspersky, software che imita un dispositivo vulnerabile, hanno rilevato oltre 1,5 miliardi di attacchi indirizzati a dispositivi IoT. Il numero è raddoppiato rispetto al semestre precedente.

Nel primo semestre 2021, 1.515.714.259 tentativi di infezione

Per tracciare e prevenire gli attacchi contro i dispositivi smart, gli esperti di Kaspersky hanno creato degli honeypot, letteralmente “barattoli di miele”. Si tratta di software speciali che imitano un dispositivo vulnerabile. Distribuiti pubblicamente su Internet, gli honeypot simulano i dispositivi reali e funzionano come trappole per i criminali informatici. Secondo l’analisi dei dati raccolti dagli honeypot creati da Kaspersky, c’è una tendenza costante all’aumento del numero di attacchi ai dispositivi IoT. Nel primo semestre 2021 il numero totale di tentativi di infezione è arrivato a 1.515.714.259, mentre nei sei mesi precedenti ne sono stati registrati 639.155.942.

Attacchi provenienti dall’Italia, +93%

Nella maggior parte dei casi, i tentativi di connessione hanno utilizzato il protocollo telnet (utilizzato per accedere a un dispositivo e gestirlo da remoto), mentre i restanti hanno utilizzato SSH e web. Anche il numero di attacchi IoT provenienti dall’Italia ha subito una notevole crescita nell’ultimo periodo, con un incremento del 93%. Nel secondo semestre del 2020, infatti, il numero di attacchi registrati ammontava a 1.892.200, mentre nel primo semestre del 2021 il dato è raddoppiato, raggiungendo i 3.650.500. I criminali informatici che prendono di mira i dispositivi IoT tengono i loro toolset sempre aggiornati. Gli esperti di Kaspersky segnalano che sempre più exploit vengono usati come arma dai criminali informatici, e che i dispositivi infetti vengono spesso utilizzati per rubare dati personali, per il mining di criptovalute, e per i più tradizionali attacchi DDoS.

I cybercriminali spostano l’attenzione verso l’Internet of Things

“Da quando i dispositivi IoT, come smartwatch e accessori smart per la casa, sono diventati una parte essenziale della nostra vita quotidiana, i criminali informatici hanno sapientemente spostato la loro attenzione in quest’area – commenta Dan Demeter, security expert di Kaspersky -. Abbiamo notato che gli attacchi si sono intensificati con l’aumento dell’interesse degli utenti verso questo tipo di dispositivi. Le persone credono di non essere abbastanza importanti per essere vittima di un hacker, ma nell’ultimo anno abbiamo potuto osservare un grande aumento degli attacchi verso i dispositivi IoT. La maggior parte di questi attacchi si può prevenire, ecco perché consigliamo ai possessori di smart home di installare una soluzione di sicurezza affidabile, che li aiuti a proteggersi”. 

Transazioni, il 64% delle persone è interessato a una valuta digitale nazionale

Una valuta digitale nazionale? Perché no. Anzi, sì per il 64% degli adulti. A svelare questo interessa da parte dei cittadini nei confronti di una forma di valuta digitale gestita dalle banche centrali è un nuovo report realizzato dalla società di deep tech Guardtime, svolto in dieci paesi, tra cui le principali economie europee e asiatiche, oltre agli Stati Uniti e agli Emirati Arabi Uniti. In base ai dati emersi, si scopre che il 64% degli individui sarebbe interessato a utilizzare una valuta digitale lanciata dalla banca centrale e dal governo del proprio paese. Solo il 10% degli intervistati ha affermato che non utilizzerebbe mai una valuta digitale della banca centrale (CBDC). Un terzo degli adulti intervistati sarebbe favorevole alla conversione dei propri risparmi in CBDC entro un mese e il 26% lo farebbe entro sei mesi. Solo l’11% afferma che non convertirebbe mai i risparmi in un CBDC. Per quanto riguarda lo stipendio, invece, circa il 30% degli intervistati si mostra favorevole alla possibilità di riceverne il pagamento in CBDC entro un mese e un altro 27% sarebbe disponibile alla transizione nell’arco di sei mesi. Pochi gli scettici in merito alla novità: solo il 12% del campione intervistato, infatti, non vorrebbe mai essere pagato con questa forma di valuta.

I vantaggi percepiti dagli utenti

Quali sarebbero i vantaggi dell’adozione di una valuta digitale nazionale secondo i cittadini intervistati? In primo luogo, questa assicurerebbe comodità per le transazioni anche internazionali, accesso finanziario e lotta alla criminalità in prima battuta. Gli aspetti che invece sembrano preoccupare di più sono soprattutto la privacy sulle transazioni,  seguita dalla facilità d’uso, soprattutto a livello internazionale e quando non è disponibile una connessione Internet.

Come si stanno muovendo le banche centrali

Comunque sia, resta il fatto che la banche centrali dei vari paesi si stanno muovendo nella direzione della creazione di una valuta digitale nazionale. Una recente ricerca della Banca dei regolamenti internazionali mostra come l’86% delle istituzioni governative stia effettivamente studiando soluzioni in questo senso, il 60% stia già sperimentando la tecnologia e il 14% sia già in fase di implementazione di un progetto pilota. Sicuramente la recente pandemia ha contribuito a digitalizzare l’economia e le persone hanno di conseguenza mostrato una maggiore attenzione e un maggiore interesse anche nei confronti del lancio di valute digitali da parte delle banche centrali: non ci resta che attendere i prossimi sviluppi.

Smart working, così 400.000 fuori sede sono tornati a casa

Gli ultimi mesi, con l’avvento e la diffusione del lavoro da remoto, hanno portato una rivoluzione anche sotto il profilo abitativo. Lo smart working, infatti, ha rappresentato per moltissimi individui una preziosa opportunità per riorganizzare la propria vita. Ovviamente, la categoria che più delle altre ha beneficiato di questa opzione è quella dei lavoratori fuori sede. I numeri sono importanti: secondo una recentissima indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, negli ultimi 12 mesi il 20% dei fuori sede, ovvero circa 400.000 persone, ha fatto leva proprio sul remote working per cambiare città. Tra questi, il 75% ha scelto di tornare nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa da quella natale e da dove si trova la sede dell’azienda. Ancora, questo fenomeno ha connotazioni diverse a seconda delle Regioni, con una mobilità maggiore da parte del lavoratori del Sud.

Le differenze territoriali

In alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, sono in numero decisamente maggiore i lavoratori che ritornano rispetto a quelli che partono: è il caso della Sardegna (+40%), così come della Sicilia (+27%) e della Calabria (+21%). Dal punto di vista della popolazione e dell’occupazione, invece, l’area urbana più popolosa presenta un saldo negativo, ovvero il numero di smart worker che escono dall’area è superiore a quello di chi rientra: ad esempio, Lombardia (-2%) , Piemonte (-10%) e Lazio (-20%). L”indagine mostra poi un’ulteriore tendenza: sono numerosi gli smart worker che decidono di trasferirsi da una grande città in un centro più piccolo, ma sempre nell’area in cui si trova l’azienda per cui lavorano. Il trend si riscontra in particolare in Lombardia e nel Lazio. 

Le motivazioni del cambiamento

La principale ragione per cui i lavoratori si spostano è prettamente economica. Se è vero che la retribuzione media degli “smart worker di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima -da lavoratore fuori sede – non poteva. Questa potrebbe essere anche la motivazione che spinge sei smart worker su dieci a dichiarare di non voler tornare a fare i fuori sede con casa in affitto, ma di voler continuare a lavorare da remoto.